mercoledì 7 febbraio 2018

Cinque motivi contro le case chiuse

Foundation for Africa contro ogni proposta di tassazione e regolamentazione della prostituzione nelle "case chiuse". Sarebbe come legalizzare lo sfruttamento.


La prostituzione non è un lavoro, è sfruttamento, è offesa alla dignità umana.

In Italia, secondo recenti dati Caritas, ci sono tra 90 e 120 mila prostitute ed escort di varie nazionalità, ma solo una minima parte lo fa volontariamente, una percentuale tra il 10 e il 15%. La stragrande maggioranza delle ragazze che si prostituiscono sono sfruttate, da protettori, magnaccia e sfruttatori, e perfino dagli stessi familiari.

Tra le straniere la stragrande maggioranza è di nazionalità nigeriana, il 35-37%, un numero che sfiora le 30 mila ragazze nigeriane sfruttate per scopi sessuali. E tra le nigeriane due su cinque sono minorenni.

A seguito di svariate proposte politiche (l'ultima in piena campagna elettorale quella di Matteo Salvini) circa una eventuale regolamentazione della prostituzione, di proposte per riaprire le case chiuse e di tassare le prostitute, sentiamo il dovere di rispondere e far sentire la nostra voce che è quella delle vittime, delle donne sfruttate o semplicemente comprate ed usate dai clienti come oggetti.

Io stessa sono stata vittima di sfruttamento sessuale (tra il 1995 e il 2003) e quindi so esattamente di quello parlo e di quello che ho da sempre scritto in questi anni nella mia lotta alla mafia nigeriana, agli sfruttatori e alla tratta di esseri umani.

Come uomini e donne, come cittadini, come persone di buona volontà, siamo fortemente contrari alla case chiuse che a nostro avviso è solo un modo per regolamentare lo sfruttamento. Ad oggi in Italia, la prostituzione in se non è reato, viene punito solo lo sfruttamento, l'induzione e la riduzione in schiavitù. Tutti reati difficili da perseguire e da dimostrare senza una fattiva collaborazione delle vittime. Vittime che, in particolare le nigeriane, hanno spesso paura di denunciare i loro sfruttatori.

1) La regolamentazione non riduce il fenomeno
Nei paesi dove la prostituzione è stata legalizzata la tratta non si è ridotta ma si è inserita nei canali istituzionali rendendo ancora più difficile liberare le donne "sfruttate". E il numero complessivo delle persone coinvolte è aumentato enormemente, l’esempio lampante è la Germania dove le donne coinvolte sono aumentate da 100.000 a 300.000 e le persone trafficate sono più che raddoppiate.

La regolamentazione nasconde e non risolve lo sfruttamento. In paesi come Olanda, Austria, Svizzera e Germania, la tratta ha assunto forme diverse e nascoste, ma i dati giudiziari dicono che essa è altissima. Chiudere le donne in night, locali, appartamenti aumenta la zona d’ombra in cui le mafie gestiscono le ragazze sfruttate. (Negli ultimi due mesi abbiamo avuto ben tre ragazze nigeriane scappate dallo sfruttamento, che sono state sfruttate anche stando nelle vetrine di Amsterdam)

In Germania diversi politici e associazioni si sono già manifestato l'opportunità di rivedere in modo radicale la legge tedesca sulla prostituzione.

2) La prostituzione è lo sfruttamento più antico del mondo
Tale concetto è ben rappresentato dalla legge svedese che afferma “La prostituzione è una violenza dell’uomo contro la donna”, la legge svedese, replicata dalla Norvegia, dall'Islanda e recentemente anche dalla Francia, afferma che il vendere il proprio corpo lede i diritti della persona e favorisce una cultura di sottomissione e svilimento della dignità umana. La legge "nordica" punisce i compratori di sesso.

La stessa Unione Europea nel 2016 ha raccomandato i paesi membri di dotarsi di una legge che preveda l'introduzione del reato di "acquisto di prestazioni sessuali"

3) La regolamentazione lancia un messaggio diseducativo
Culturalmente la regolamentazione porterebbe alla normalizzazione della prostituzione, specie fra i giovani e i ceti deboli, diventando una delle tante alternative tra cui scegliere per risolvere il problema del lavoro, dell’impegno lavorativo e formativo.

La prostituzione non è e può essere un lavoro, non può essere equiparato ad un'attività lavorativa in nessun caso.

4) Lo Stato non può speculare su comportamenti non etici
Tassare la prostituzione sarebbe come tassare le mazzette, la corruzione o il ricavato del contrabbando di droga. Ricavare un utile infatti non lascerebbe allo Stato e agli enti locali la necessaria libertà di lotta culturale e giudiziaria alla prostituzione. Tassare le prostitute significherebbe che lo stesso Stato diventerebbe uno sfruttatore.

Nei paesi dove la prostituzione è regolamentata e tassata le entrate fiscali derivanti da tali attività sono minimi, quasi nulli, difficile che un cliente chieda ad una prostituta la ricevuta fiscale dopo una "prestazione" soprattutto se quella prostituta è sotto il controllo di uno o più sfruttatori. La prostituzione resta e resterà comunque un'attività fatta in "nero"

5) Un alibi per i clienti
La tassazione di un “comportamento” diventerebbe un pessimo alibi per i clienti che riterrebbero moralmente accettabile (in quanto legalizzato) comprare prestazioni sessuali.

Chiediamo che lo Stato si impegni maggiormente nel lottare contro la tratta usando al meglio le sue risorse investigative e in programmi di lotta allo sfruttamento e alla riduzione della domanda con campagne ad hoc per sensibilizzare gli uomini al rispetto della donna. L’80% delle donne è sfruttato, sia all'interno dei locali sia in strada.

Potete chiamarle prostitute, meretrici, escort, rimangono tutte vittime dell’egoismo di qualche uomo che offende la dignità femminile. La prostituzione è lo sfruttamento più vecchio del mondo.

Diciamo assolutamente NO alle "Case Chiuse", NO all'istituzione di aree a "Luci Rosse" e ancora NO ai "mercati del sesso a pagamento"

Ci batteremo per l'introduzione di una legge come quella svedese (modello nordico) che punisca chi acquista prestazioni sessuali


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Articolo di
Maris Davis

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