giovedì 18 gennaio 2018

Vincere la "tratta" delle nigeriane ai fini dello sfruttamento sessuale è possibile

Basterebbe rimpatriare subito (ovvero appena sbarcate) le ragazze nigeriane. In questo senso c'è un accordo bilaterale tra Italia e Nigeria firmato nel 2016 ma che viene "ignorato". Sottrarre alla fonte le "merce" agli sfruttatori.


Nel 2017 in Italia sono sbarcati 119.247 migranti (fonte UNHCR e Ministero dell'Interno), il 16% sono nigeriani, e la Nigeria è il paese con il più alto numero di migranti in arrivo. Il numero di nigeriani arrivati in Italia nel 2017 è quindi circa 18.000, metà erano donne .. 9.000 donne, ragazze sempre più giovani, 2 su 5 sono minorenni.

L'80% di queste "donne nigeriane" (sbarcate nel 2017) dopo aver fatto l'ormai classica domanda d'asilo ha fatto perdere le proprie tracce, e quasi certamente è entrata nel circuito della prostituzione coatta. Nel 2016 le nigeriane (donne) arrivate in Italia sono state 11.000 e nel 2015 furono 5.300.

Un numero altissimo di nuove schiave che un paese civile come l'Italia non si dovrebbe permettere

Eppure, a causa della burocrazia, a causa di inefficienze nei centri di accoglienza (CARA), o semplicemente perché si continua a considerare queste donne come semplici "immigrate clandestine" senza riconoscere che sono vittime di tratta, questa Italia rende possibile la loro schiavitù.

Alla fine di gennaio 2016 fu firmato un accordo tra Italia e Nigeria, un accordo ancora in vigore che prevede da un lato che la Nigeria faccia più controlli ai confini per impedire la "fuga irregolare" dei sui cittadini e dall'altro il rimpatrio facilitato di cittadini nigeriani dall'Italia. Nell'accordo è previsto anche che la Nigeria si adoperi con strutture adeguate per accogliere i nigeriani rimpatriati.

C'è qualcosa però che non funziona, non ha funzionato, se è vero che un numero altissimo di nigeriani (circa 18.000) è arrivato in Italia comunque e il numero dei rimpatri è al minimo del minimo.

Sempre meglio "povere" in Nigeria che "schiave" in Italia

Per vincere la tratta, e questa è stata sempre la nostra ricetta, è quella dei rimpatri immediati, soprattutto rimpatriare subito le ragazze

Pochissime sono collaborative al fine di scoprire gli sfruttatori e quindi avviarle nei circuiti della protezione sociale. Tante hanno paura, ma è sempre meglio "povere" in Nigeria che "schiave" in Italia.

Togliere la "merce" dalle mani degli sfruttatori, questa è la ricetta, e quindi rimpatri immediati così come già previsto nel trattato bilaterale Italia-Nigeria del 2016.


In questo modo intanto si fermano i nuovi arrivi
Si ottiene che ai trafficanti si sottraggono nuove ragazze da schiavizzare, subito, appena sbarcate, e le ragazze non partiranno più perché sanno che appena arrivate in Italia saranno rispedite in Nigeria e intraprendere un viaggio pieno di rischi per tornare indietro non conviene più e le "promesse" degli sfruttatori non avranno più credito.

È ovvio che gli effetti non saranno immediati, ci vorrà del tempo. Quello che conta è iniziare, e poi perseverare senza se e senza ma. Come per una grave malattia, come lo è lo sfruttamento, è necessaria una cura decisa, forte e continuativa.

Ci sono poi tutte le ragazze sfruttate che già ci sono in Italia, circa 27-30 mila sono le nigeriane, e una legge che punisce i clienti delle prostitute potrebbe essere un grande aiuto per ridurre drasticamente il fenomeno.


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Articolo a cura di
Maris Davis

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Migranti arrivati in Italia nel 2017

Al 31 dicembre 2017 i migranti arrivati in Italia sono 119.247, lo conferma il Ministero dell'Interno e l'UNHCR. Il 16% provengono dalla Nigeria (il paese con il numero più alto di arrivi), a seguire Guinea, Costa d'Avorio e Bangladesh, tutti tra l'8 e il 9% ciascuno.


Il 2016 è stato un anno di passione sul fronte migrazioni. Lo era già stato il 2015, e ancora prima il 2014. La guerra in Siria si è trasformata in vera e propria catastrofe umanitaria, e centinaia di migliaia di profughi si sono riversati in Europa attraversando il mare che separa Turchia e Grecia, insieme a moltissimi altri migranti provenienti da Afghanistan e Iraq.

Il flusso, che ha portato al famoso milione di profughi in Europa nel 2015, si è interrotto a marzo 2016 quando l’Unione Europea ha stretto un accordo con la Turchia, delocalizzando sostanzialmente la gestione dei profughi in arrivo in cambio di sei miliardi di euro.

Si è contemporaneamente assistito a un costante incremento dei flussi di migranti in arrivo dalle coste nord africane, libiche soprattutto, verso l’Italia. Questo flusso ha portato oltre 180 mila persone a sbarcare in Italia nel 2016, mai così tante. E 5.022 persone a morire attraversando il Mediterraneo, mai così tante.

Un flusso che è proseguito fino metà 2017, salvo poi rallentare notevolmente a partire da luglio, come testimoniato dai numeri che presentiamo nella prima parte, per l’effetto congiunto di una serie di fattori che analizzeremo nella seconda parte.

Migranti 2017: i numeri in Italia
Secondo i dati Unhcr, tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2017 sono sbarcate in Italia 119.247 persone. Un dato in netta diminuzione rispetto al 2016, quando arrivarono 181.436 persone (-34%).

Il dato è divisibile esattamente a metà. Tra gennaio e giugno 2017 sono arrivate 83 mila persone, il 18% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Tra luglio e dicembre 2017 sono arrivate 36 mila persone, il 67% in meno rispetto allo stesso periodo del 2016.

Donne nigeriane
I paesi di provenienza più rappresentati nel 2017 sono stati: Nigeria (16% degli arrivi, circa 18 mila persone di cui la metà donne), Guinea, Costa d’Avorio e Bangladesh (tutti tra l’8 e il 9% degli arrivi, circa 9-10 mila persone a paese). Seguono Mali, Eritrea, Sudan, Tunisia, Marocco, Senegal, Gambia.

Ad arrivare in Italia sono stati soprattutto uomini (il 74%), con una considerevole fetta di minori non accompagnati (il 14,5% degli arrivi).

Gli sbarchi sono avvenuti soprattutto in Sicilia (il 60% circa, ma fino a pochi mesi fa questa percentuale era del 90%) e Calabria (20% circa), seguite da Campania, Puglia e Sardegna.

Migranti 2017: i numeri in Europa
Se consideriamo gli sbarchi su tutte le coste europee, tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2017 sono arrivati via mare in Europa 171.332 migranti. Oltre che in Italia ci sono stati sbarchi in Grecia, anche se a ritmi molto più bassi di quelli pre-accordo con la Turchia, e si è riaffacciata la Spagna come terra di sbarco.

Nel 2017 sono arrivati in Grecia 29.718 migranti, contro i 173 mila del 2016. Più della metà delle persone sbarcate in Grecia nel 2017 sono siriane, seguite da iracheni e afghani.

22 mila migranti sono poi arrivati in Spagna, in aumento rispetto agli 8 mila del 2016. I paesi di provenienza sono soprattutto Marocco, Algeria, Costa d’Avorio, Guinea e Gambia.

Migranti 2017: le strategie politiche italiane ed europee
Il tema migrazioni è in cima all'agenda politica e all'attenzione dell’opinione pubblica europea ormai dal 2014, e lo è stato anche per tutto il 2017. Moltissime sono le questioni poste, proposte, affrontate, risolte, fallite in questo tempo.

La questione sistemica più evidente è che l’Europa fatica a trovare la quadra, a causa di posizioni inconciliabili tra i suoi stati membri, tra chi fa la prima accoglienza (Italia e Grecia), chi accoglie già numeri importanti di migranti e rifugiati (Austria, Svezia), chi aveva spalancato le porte ma poi ci ha ripensato (Germania), chi non ne vuole sentir parlare (Ungheria) e chi nell'Europa non ci sta più (Regno Unito).

Una linea comune, a ben vedere, c’è: lasciare fuori dall'Europa il maggior numero possibile di migranti. È una strategia che ha funzionato nel 2016 con l’accordo con la Turchia, che da un anno e mezzo funge da barriera per i migranti siriani, iracheni, afghani, pakistani in cambio di qualche miliardo di euro e di un ossequioso silenzio sulla virata autoritaria del regime di Erdogan.

È una strategia che l’Europa, con l’Italia in prima linea, ha riproposto nel 2017 con la Libia e la rotta del Mediterraneo centrale. D’altra parte la chiusura della rotta Libia-Italia era stata annunciata fin da inizio anno come il vero obiettivo del 2017.

A inizio febbraio è stato siglato un primo accordo tra Italia e Libia, che è stato poi gradualmente rafforzato fino ad arrivare ad una notevole riduzione delle partenze a partire da luglio.

La situazione in realtà è molto confusa, perché la Libia non è la Turchia. L’ipotesi più probabile è addirittura che il governo italiano abbia di fatto stretto accordi con milizie libiche che gestiscono il traffico dei migranti (i famigerati trafficanti, fino a ieri nemico pubblico numero uno) pur di impedire le partenze dalle coste libiche, come svelato da un’inchiesta di Associated Press.

Gli accordi con la Libia sono molto criticati da più parti per ragioni politiche, umanitarie, giuridiche, economiche. Un’ondata di indignazione, che non ha comunque avuto conseguenze politiche, ha seguito la pubblicazione di un'inchiesta della CNN che ha mostrato come i migranti vengano venduti all'asta in Libia.



Il ministro Minniti dice di essere impegnato a porre i campi profughi in Libia sotto la tutela di Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e Oim (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni), ma l’ipotesi non sembra essere realistica nell'attuale contesto libico.

Migranti in Libia
La netta diminuzione degli arrivi sulle coste italiane deriva quindi dalla diminuzione delle partenze dalla Libia ma anche da una rinvigorita attività di controllo svolta lungo tutta la rotta africana, soprattutto in Niger. Il paese, snodo centrale della rotta che dai paesi sub-sahariani portava alla Libia, è oggetto di un importante sforzo da parte dell’Unione Europea che intende sostenere la riconversione dell’economia nigerina, attualmente basata sul traffico di migranti.

Oltre al blocco delle frontiere esterne (e interne, in alcuni casi), l’altra grande linea strategica europea è la cosiddetta relocation, cioè il ricollocamento dei profughi in modo che siano distribuiti più equamente tra gli stati dell’Unione Europea.

L’accordo, stipulato a settembre 2015, prevedeva inizialmente il ricollocamento di 160 mila persone da Grecia e Italia ad altri paesi europei entro settembre 2017. Il processo è stato fin dall'inizio irto di ostacoli, tanto che la Commissione Europea ha dovuto ridurre il target a 106 mila persone e prorogare l’iniziativa.

Alla data del 3 novembre 2017 sono state rilocate solo 31 mila persone: un misero 29% rispetto all'obiettivo fissato più di due anni fa.

Ricollocamenti in Europa 2017, fonte UNHCR

Siamo insomma in una fase di grandi manovre politiche (e pre-elettorali, non dimentichiamolo), la cui efficacia sarà tutta da verificare nei prossimi mesi.

L'obiettivo primario dell'Europa, quindi, rimane quello di tenere i migranti fuori dai propri confini, come dimostra anche l'approvazione di una nuova missione militare italiana in Niger, un obiettivo che sembra ormai prevalere sulle ragioni umanitarie, che trovano sempre meno spazio nel dibattito politico.



Articolo di
Maris Davis

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lunedì 15 gennaio 2018

Martin Luther King, la storia di un uomo che sfidò la discriminazione razziale

Chi era Martin Luther King, l’uomo che ha dedicato la propria esistenza al movimento per i diritti civili.

“Sogno che sulle rosse colline della Georgia i figli degli antichi schiavi e degli schiavisti possano sedere insieme al tavolo della fratellanza. Sogno che lo Stato del Mississipi, rigonfio d’oppressione e di brutalità, sia trasformato in terra di libertà e di giustizia. Sogno che un giorno l’Alabama sia trasformato in uno Stato dove bambine e bambini neri potranno dare la mano a bambine e bambini bianchi, e camminare insieme come fratelli e sorelle”

Oggi che razzismo e xenofobia, in seguito agli intensi flussi migratori, sembrano essersi nuovamente radicati nelle menti e nei cuori delle persone e che l’estrema destra sta guadagnando consensi, avremmo bisogno più che mai di una figura carismatica e rivoluzionaria come Martin Luther King.

Chi era Martin Luther King
Martin Luther King nasce da una famiglia di pastori della Chiesa battista il 15 gennaio del 1929 ad Atlanta, in Georgia, nel profondo sud degli Stati Uniti, dove il razzismo è estremamente radicato.

Il piccolo Martin si rende presto conto che il colore della sua pelle rappresenta un ostacolo apparentemente insormontabile. Presa coscienza di questa inaccettabile discriminazione si dedica anima e corpo allo studio, laureandosi in filosofia e diventando anch'egli pastore, per poi iniziare la sua inarrestabile e pacifica battaglia contro la segregazione razziale.

La lotta pacifica
King ammira la figura del Mahatma Gandhi e la sua dottrina della nonviolenza, basata sul rifiuto dell’uso della violenza fisica, al fine di raggiungere obiettivi sociali o cambiamenti politici.

Quando nel 1955 Rosa Parks, sarta e attivista di colore, viene arrestata perché si era rifiutata di cedere il posto a un bianco su un autobus, in King scatta qualcosa e decide che non è più possibile sopportare in silenzio l’ingiustizia. Guida dunque una massiccia campagna di boicottaggio da parte di tutti gli afroamericani nei confronti dei mezzi pubblici locali. Il boicottaggio si protrae per ben 382 giorni, con una rilevante eco mediatica, e si conclude con un’importante vittoria: nel 1956 la Corte suprema degli Stati Uniti stabilisce infatti l’incostituzionalità delle leggi sulla segregazione sui mezzi di trasporto.

In occasione della marcia partita da Selma il 25 marzo 1965, Martin Luther King, arrivato alle porte del palazzo del governatore dell’Alabama, pronunciò uno dei suoi discorsi più toccanti

I Have a Dream
Il discorso più famoso di Martin Luther King, che contiene la celebre frase “I have a dream”, si tiene a Washington il 28 agosto 1963, in occasione di una grande manifestazione per i diritti civili, davanti ad una folla di 200mila persone. Nell’appassionato discorso King chiede semplicemente giustizia e uguaglianza e sogna “che i miei quattro bambini vivano un giorno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per chi sono nel cuore



La legge per i diritti civili
Il 10 febbraio 1964 viene approvato il "Civil rights act", legge per i diritti civili che aboliva la discriminazione nei servizi pubblici di ogni genere, alberghi e motel, ristoranti e stadi, teatri, biblioteche pubbliche, nel lavoro e nei sindacati dei lavoratori. Nello stesso anno Martin Luther King viene insignito del premio Nobel per la pace, all’età di 35 anni è il più giovane vincitore nella storia di questo premio (oggi questo primato è invece di Malala Yousafzai, premiata nel 2014 a soli diciassette anni)

Selma
La cittadina statunitense di Selma, in Alabama, è di grande importanza per la storia del movimento per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti. Da qui infatti sono partite tre marce di protesta organizzate da Martin Luther King e dirette a Montgomery, la prima marcia, diventata poi nota come Bloody Sunday, è datata 7 marzo 1965

Circa seicento persone, che stavano manifestando in modo pacifico per chiedere il diritto di voto per tutti gli afroamericani e la fine della segregazione razziale, sono state caricate dalla polizia mentre attraversavano il ponte Edmund Pettus. Durante l’ultima marcia, il 25 marzo 1965, King e circa 25mila persone si sono dirette da Selma a Montgomery, fino alle porte del palazzo del governatore dell’Alabama, per chiedere uguaglianza.

Un film del 2014, intitolato "Selma, la strada per la libertà", ripercorre queste vicende.



L’assassinio di Martin Luther King
Martin Luther King era diventato un punto di riferimento per un’intera comunità, la sua notorietà era in costante crescita ed era ormai il simbolo indiscutibile della lotta per i diritti civili. Proprio per questo l’America bianca, bigotta e conservatrice ha paura di lui, King diventa il bersaglio di minacce d’ogni genere (tra cui una lettera dell’Fbi che conteneva dettagli sulla sua vita sessuale extraconiugale e invitava King a suicidarsi) e viene arrestato. Il 30 giugno un attentato dinamitardo gli distrugge la casa, senza conseguenze per la famiglia.

Il 4 aprile 1968 a Memphis, Tennessee, Martin Luther King viene ucciso da un colpo di fucile di grosso calibro poco prima di andare ad un incontro in una chiesa locale. Il suo assassino, James Earl Ray, viene arrestato due mesi dopo ma l’uomo, dopo l’iniziale confessione, smentisce il suo coinvolgimento parlando di un complotto contro King. L’omicidio fa divampare la rabbia della comunità nera dando vita ad una rivolta in tutti i ghetti d’America con un terribile bilancio, quarantatré morti, cinquecento feriti e ventisettemila arresti.

Se qualcuno di voi sarà qui nel giorno della mia morte, sappia che non voglio un grande funerale e se incaricherete qualcuno di pronunciare un’orazione funebre, raccomandategli che non sia troppo lunga. Ditegli di non parlare del mio premio Nobel, perché non ha importanza. 

Dica che una voce gridò nel deserto per la giustizia. Dica che ho tentato di spendere la mia vita per vestire gl’ignudi, per nutrire gli affamati, che ho tentato di amare e servire l’umanità”

Martin Luther King day
Nonostante la durata troppo breve della sua vita, Martin Luther King ha cambiato radicalmente la lotta per i diritti degli afroamericani, dando nuova linfa agli ideali di un’intera generazione. King era riuscito a trascendere la propria figura assurgendo quasi al ruolo di profeta, facendosi carico del tormento della propria gente per condurla verso una nuova era.

Per ricordare la sua lotta il terzo lunedì di gennaio (ovvero un giorno vicino al 15 gennaio, data di nascita di Martin Luther King), negli Stati Uniti, si celebra il Martin Luther King Day. La ricorrenza è stata celebrata per la prima volta il 20 gennaio del 1986, in seguito a una legge firmata nel 1983 dal presidente Ronald Reagan.

La strada per un mondo migliore passa attraverso le scelte individuali



Articolo di
Maris Davis

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venerdì 12 gennaio 2018

Tanzania. Matrimoni forzati, 80 ragazze salvate e genitori arrestati

Padri e madri avevano già ricevuto grosse doti. Le giovani potranno ora frequentare la scuola secondaria. In Tanzania due ragazze su cinque sono già sposate prima dei 18 anni.

Alunni di una scuola di Urambo, in Tanzania. Sulla maglietta di uno di loro la scritta
"Le ragazze hanno diritto all'istruzione"

Sono appena adolescenti, ma per loro le famiglie di origine avevano già deciso: basta con la scuola, è tempo di sposarsi.

In Tanzania la pratica dei matrimoni forzati e prematuri è ancora diffusissima: sono circa ottomila le ragazze che lasciano la scuola ogni anno dopo essersi sposate ed essere rimaste incinte. Questa volta, però, le autorità sono riuscite ad intervenire in tempo, salvando 80 giovanissime, che erano già state selezionate insieme ad altre 30mila alunne per frequentare il ciclo di scuola secondaria che inizia a gennaio, da un destino segnato.


A riferire l’accaduto è stato un funzionario regionale per l’educazione di Arusha, Mwalimu Gift Kyando, secondo il quale le famiglie delle alunne stavano tentando di formalizzare il matrimonio delle giovani. “In molti casi abbiamo scoperto che i genitori o i tutori delle ragazze avevano già ricevuto grosse doti dai loro pretendenti. Restava quindi solo da celebrare le cerimonie tradizionali prima che le giovani venissero date in sposa”. Sei delle ragazze salvate sono state trasferite in centri speciali per l’accoglienza dell’infanzia, perché secondo le autorità i loro ambienti familiari non erano idonei per la loro crescita e la loro istruzione. Almeno 36 tra genitori e tutori sono stati arrestati, altri sono ricercati.

Non di rado i genitori convincono le figlie a “sabotare” deliberatamente le loro chance di successo a scuola. Le giovani vengono incoraggiate a scarabocchiare i fogli d’esame invece di rispondere correttamente alle domande, in modo che falliscano i test accademici che consentirebbero loro di procedere al livello successivo delle scuole secondarie.

Sposandosi e restando incinte giovanissime, molte ragazze rischiano anche la vita. Sono molte, infatti, quelle che muoiono al momento del parto. Le statistiche globali indicano che la Tanzania è uno dei Paesi con il più alto numero di spose bambine: si calcola che due ragazze su cinque siano già sposate prima dei 18 anni.

Secondo dati di diverse organizzazioni, tra cui l’Unicef, in Tanzania 16 minorenni restano incinte ogni giorno

Il tasso di natalità tra le adolescenti (135 nascite ogni 1.000) è oltre il doppio di quello globale (49 ogni 1.000) nella fascia di età 15-19 anni.

Normalmente siamo già fidanzate alla nascita” racconta Nembua William, 25 anni, che a 12 anni era già sposata e ha partorito con gravi complicazioni la sua prima figlia a 14, quando il suo fisico non era ancora pronto. Da allora la sua vita non è stata facile. A partire da un lavoro che prevede di trasportare fino a 50 chilogrammi di ghiaia ogni giorno per guadagnare 4mila scellini, l’equivalente di 1 euro e cinquanta centesimi. Non sa cosa aspettarsi dal futuro, Nembua, tutto quello che sa è che ha bisogno di lavorare duro per sfamare i suoi due figli.

Nel luglio 2016 l’Alta Corte della Tanzania ha cancellato le sezioni 13 e 17 della Legge sul matrimonio del 1971 che consentiva ai minorenni di contrarre matrimonio. Secondo i giudici, infatti, le nozze precoci sono da considerarsi incostituzionali in quanto discriminano il diritto delle bambine all'istruzione. Inoltre la corte ha stabilito che le leggi tradizionali, come quelle che regolano le nozze precoci nelle comunità Masai, non possono applicarsi in materia di matrimonio. La decisione è stata accolta con favore dalle molte organizzazioni che lavorano nel Paese per i diritti dei bambini. Tuttavia, due mesi dopo il procuratore generale della Tanzania ha presentato appello contro la sentenza e una decisione definitiva non è ancora arrivata. Il destino di migliaia di ragazze è quindi ancora appeso a un filo.
(Avvenire)


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Articolo a cura di
Maris Davis

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sabato 6 gennaio 2018

Ad un passo dalla Felicità ed il Mondo Migliore che sento arrivare

Ognuno di Noi darebbe un significato diverso alla parola "felicità", in base al proprio modo di pensare e stato d’animo.


Qualcuno direbbe che i soldi fanno la felicità. Purtroppo, se continuiamo ad andare nella direzione in cui ci spinge il sistema, dove il lavoro scarseggia sempre di più, dove il precariato è all'ordine del giorno, dove il lavoro è più paragonato ad una schiavitù per i turni che si fanno con stipendi sempre più ridotti e le spese per sopravvivere aumentano a dismisura. Ed ecco che i soldi scarseggiano, sono sempre meno, e chi sostiene il pensiero che i soldi fanno la felicità, si trova ad arrancare un sogno sempre meno realizzabile.

Qualcuno direbbe che la felicità è quando si ha la salute. Dal mio punto di vista la salute è importantissima anche più del denaro. È vero però che oggi stare in salute è diventato veramente impegnativo, a partire dall'alimentazione, ciò che mangiamo arriva da un’agricoltura malsana, ricca di pesticidi e di chimica che non fa altro che privare il nostro organismo di energia rendendolo sempre più mal nutrito. Per non parlare della vita frenetica di cui siamo schiavi e dello stress che ci rende sempre più preoccupati e sempre meno felici.

Altri direbbero che la felicità è quando i propri figli stanno bene. Cosa non si farebbe per i propri figli. Ci sarebbe da chiedersi come si possa riuscire a far star bene i propri figli se siamo obbligati ad iscriverli in scuole spesso fatiscenti o insicure, dove il sistema attuale di insegnamento è privo di rapporti umani tra insegnanti ed alunni. Mi chiedo come si possa far star bene i propri figli se per iscriverli ad un asilo nido, ad una scuola dell’infanzia piuttosto che ad una scuola dell’obbligo, non si abbia la libertà di scelta sulle persone che più si amano, i nostri bambini.

Si potrebbe dire anche che la felicità sia connessa alla tranquillità. Nel sistema attuale che viviamo è diventata una rarità l’essere tranquilli. Oggi ci sono troppe persone che perdono il lavoro, la propria casa, la propria dignità, persone a cui viene staccata la luce, il gas, l’acqua. Tutto questo è abominevole e privo di ogni sensibilità umana.

La consapevolezza di vivere in un mondo dove tutto tende a funzionare in un modo completamente negativo fa capire quanto sia fondamentale che il "Mondo Migliore" vada avanti e si concretizzi. Sono passati due anni e sette mesi da quando è iniziato il passaparola per spiegare, in maniera completamente trasparente, il perché delle cicliche crisi e di come sia possibile abbattere la povertà nel mondo e restituire la dignità alle persone. Tutto quello che è stato fatto sino ad oggi non è poco e lo si comprende dalle tante persone che hanno scelto di far parte di questa magnifica opportunità.

Il "Mondo Migliore" spiega come tutto quello che è negativo si possa trasformare in maniera totalmente positiva

Attualmente la Banca Centrale Europea (che è un soggetto privato controllato dalla Banche Centrali dei singoli Paesi Europei, anch'esse banche private, seppur banche di interesse pubblico, ma comunque private) stampa illimitatamente denaro emettendo debito a favore degli Stati europei che a loro volta riversano questo debito sfruttando il tempo ed il talento dei lavoratori. Con l'emissione di denaro a credito invece si innescherebbe un equilibrio positivo tra costi e benefici.

Così facendo si stamperebbe denaro (sotto forma di prima abitazione, Ospedali, Scuole) e Servizi Strategici (Acqua, Energia Elettrica, Sanità, Formazione scolastica e universitaria, Assicurazione pubblica, Banca pubblica) a disposizione dei cittadini in maniera totalmente gratuita.

Si possono creare nuovi posti di lavoro dividendo le 24 ore giornaliere in 6 turni lavorativi (ogni turno occupato da persone diverse) da 4 ore ciascuno, retribuite mensilmente con uno stipendio normale. Questo farà in modo di far diminuire ed eliminare la disoccupazione. Tutto questo premiando la micro, piccola e media impresa che, privata del peso delle tasse (con emissione a credito il sistema delle tasse verrà abolito) e creando incentivi affinché l’imprenditore locale assuma e formi il proprio personale, premiandolo quindi nel fare impresa.

L'articolo uno della Costituzione andrebbe cambiato, non più "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro", ma "L'Italia è una Repubblica fondata sulla dignità umana"

Un’altra conseguenza data dall'emissione a credito di denaro è quella del rimodernamento del comparto sanità. Un comparto con delle strutture sempre più vecchie e con personale spesso privo di etica. Nelle strutture ospedaliere si inseriranno alternative alla medicina classica, come l’omeopatia, la naturopatia, la medicina cinese e tante altre, in modo da garantire un servizio a piena tutela del paziente che sarà libero di poter scegliere la propria cura. Così facendo si potrà fare prevenzione a tutela della propria salute, fattore molto importante perché la vita è nostra e noi dobbiamo poter decidere sulla nostra salute.

Anche la scuola sarà migliorata, resa più sicura strutturalmente ed efficace grazie alla formazione degli insegnanti atta ad individuare il talento di ogni studente ed aiutarlo ad accrescerlo, premiandolo e stimolandolo, senza voti e bocciature.

Un altro dei tanti comparti di cui il "Mondo Migliore" si occupa è quello dell’agricoltura che, con le tecnologie presenti oggi sul mercato, è assolutamente fattibile la conversione dal chimico (che sta facendo ammalare Noi ed inquinando l’ambiente che ci circonda) al naturale. Esistono sistemi naturali per poter fare agricoltura nel pieno rispetto dell’ambiente dando a molti anche più opportunità di business.

Tutto questo si basa su principi fondamentali, l'etica e l'altruismo. Essere un modello di esempio con una Politica etica, altruistica, che faccia buona comunicazione e che dia valore all'essere umano, tutelandone i propri diritti e che abbia rispetto della natura in generale, perché ci è stata donata e ciò ci rende custodi di essa.

Grazie a questo progetto, grazie alle Persone che ne fanno parte e che si stanno impegnando affinché tutto ciò diventi realtà, mi sento di dire che siamo “ad un passo dalla felicità” e "Mondo Migliore" è sempre più vicino, lo sento arrivare.

Il mio sogno per un “Mondo Migliore

Un progetto che vede le persone come persone e non come numeri, una medicina che non cura solo il corpo ma anche l’anima, un progetto fatto di unione e non di separazione, un’istruzione che mira a scoprire il talento di ogni studente e a direzionarlo verso il suo scopo, un’agricoltura che ha rispetto per la nostra madre terra, un risveglio dell’intera umanità che ci accompagni verso pensieri di amore e fratellanza, e non verso odio e razzismo.

La possibilità di un reddito di dignità a tutti affinché venga riconosciuto il valore di ogni essere umano. La possibilità di lavorare per tutti .. Un progetto possibile.

Non possiamo più permettere che i ricchi diventino sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.

Non possiamo più permettere che le 100 persone più ricche del mondo possiedano una ricchezza pari al PIL di tutto il continente africano.



Non possiamo più permettere che nell'Africa Sub-Sahariana, considerata una delle regioni più povere del mondo, ci sia comunque il 7% della popolazione che possiede il 90% della ricchezza mentre la metà della popolazione sopravvive con un dollaro al giorno.

Non è più possibile che il 20% della popolazione mondiale possieda l’82% della ricchezza globale, e che il 60% della popolazione viva ai limiti o al di sotto della soglia di povertà.

Non è più possibile che 10 (dieci) multinazionali controllino l’intero ciclo del cibo e degli alimenti, dalla semina (magari rubando terre all'Africa), e fino alla distribuzione nei supermercati, e che siano loro a decidere per noi cosa dobbiamo “mangiare”, magari cibo transgenico o prodotti agricoli fatti crescere con la chimica.

I ricchi dovrebbero vivere più semplicemente affinché i poveri possano semplicemente vivere"
(Gandhi)

Il mondo migliore non è solo la società ideale che immaginiamo, non è solo nelle comunità in cui abbiamo deciso di vivere, il mondo migliore è soprattutto dentro di noi, è nelle piccole cose che facciamo per gli altri, nella nostra rettitudine, nel nostro Amore e nelle nostre Speranze.

Qualsiasi cosa facciamo per migliorare noi stessi, o per aiutare gli altri con “Etica” e “Altruismo”, è un piccolo fiore che contribuisce a diffondere il profumo di un “Mondo Migliore

Due parole, solo due parole per cercare quel mondo migliore che è già dentro di noi, “Etica e Altruismo


Un Mondo Migliore è possibile

In questo mondo governato dai ricchi, dalle multinazionali, dalla finanza e da interessi sovranazionali più che dagli interessi della gente comune, è necessaria una rivoluzione delle idee che inizi dal basso, da ognuno di noi.

Dobbiamo rifiutarci di "comprare" quello che loro ci vogliono vendere: le loro idee del mondo, la loro versione della storia, le loro guerre, le loro armi, le loro falsità. Non dobbiamo per forza restare inquadrati nelle loro ideologie, nelle loro religioni e nelle tradizioni che ci opprimono e ci impediscono di pensare con la nostra testa.

Dobbiamo tornare bambini, uscire dai paradigmi in cui ci vogliono inquadrare, dobbiamo vedere il mondo con speranza e credere in un "mondo migliore", dobbiamo smetterla di essere pecore che seguono a testa bassa un "duce". Noi non siamo pecore sottomesse.

Ricordatevi che noi siamo in molti e loro sono pochi. Ricordatevi che loro hanno bisogno di noi, più di quanto ne abbiamo noi di loro.

Un altro mondo, un "Mondo Migliore", non solo è possibile, ma sta già arrivando. Nelle giornate calme lo sento vicino.

Siate felici.
(Maris)



Articolo a cura di
Maris Davis

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giovedì 4 gennaio 2018

Sud Sudan. L'ONU prevede una grave crisi alimentare

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, Ocha, e la comunità umanitaria del Sudan meridionale prima di Natale hanno lanciato un allarme per trovare 1,72 miliardi di dollari per assistere sei milioni di persone colpite dal conflitto, sfollamenti e fame.


«Cresce il bisogno di assistenza umanitaria con sfollamenti, insicurezza alimentare, malnutrizione, violenza e declino economico che si ripercuotono sulla salute, la sicurezza e i mezzi di sussistenza delle persone bisognose», ha dichiarato Alain Noudéhou, coordinatore umanitario per il Sudan meridionale, in un comunicato stampa dell’Ocha. «Oggi chiediamo 1,72 miliardi di dollari per continuare a fornire assistenza e protezione salvavita a sei milioni di persone più bisognose del Sud Sudan», ha dichiarato, sottolineando l’attenzione del piano sulla protezione dei gruppi vulnerabili, in particolare donne e bambini.

Dall’inizio del conflitto nel dicembre 2013, circa quattro milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, tra cui quasi 1,9 milioni di sfollati nel paese e circa 2,1 milioni nei paesi vicini. Man mano che il conflitto continua in alcune parti del paese, fame e malnutrizione sono aumentati e, senza interventi precoci, migliaia di persone in più aree rischiano la fame.

Tra il Sudan meridionale e Sud Sudan, un inizio della stagione magra più precoce del normale trascinerà, tra gennaio e marzo 2018, a 5,1 milioni di persone, pari al 48 per cento della popolazione, in una grave insicurezza alimentare. Inoltre, le indagini nutrizionali rivelano che circa la metà dei bambini sud sudanesi sotto i cinque anni sperimentano una malnutrizione acuta. Nonostante queste sfide, a fine novembre, le organizzazioni umanitarie avevano raggiunto oltre cinque milioni di persone dall'inizio dell’anno.

L'Ocha ha comunque ringraziato i donatori del Sud Sudan, che hanno contribuito per oltre il 70% al piano per il 2017 e ha invitato tutte le parti interessate a fare la propria parte nell'alleviarne le sofferenze.

A quattro anni esatti dallo scoppio della guerra civile, il Paese vive uno dei suoi momenti più tragici.


Nella brevissima storia del Sud Sudan, lo Stato più giovane al mondo, il 15 dicembre 2013 rappresenta una data fatale. Proprio in quel giorno infatti, è scoppiata una spaventosa guerra civile che, in brevissimo tempo, ha precipitato il Paese, indipendente dal Sudan solo dal luglio 2011, in una drammatica situazione da cui non riesce più a risalire.

Le truppe fedeli al presidente Salva Kiir (sempre definitosi un fervente cristiano, da anni prende regolarmente la parola nella cattedrale cattolica della capitale Juba) e le milizie dell’ex vice-presidente Riech Machar si combattono senza risparmiare colpi, faticando a trovare una via di dialogo. A farne le spese, neanche a dirlo, una popolazione stremata, colpita dal conflitto, da una carestia di dimensioni bibliche in gran parte causata dall'impossibilità di coltivare terre e allevare bestiame e da una povertà endemica per la quale non si prevedono programmi di recupero.

Le cifre sono impietose. Oltre 300mila persone sono morte negli ultimi 4 anni mentre sono 4 milioni gli individui costretti a lasciare le proprie case per trovare rifugio in altre zone del Paese (1,9 milioni) o oltre confine (2, 1 milioni).

Circa il 60% dei 12 milioni di abitanti soffre di denutrizione o fame. Una delle poche industrie profittevoli per il Paese, quella dell’estrazione del petrolio, è estremamente limitata per l’inaccessibilità dei pozzi a causa del conflitto. Come ha riferito di recente alla Reuters il coordinatore dell’Onu per il Sud Sudan «Se non sarà raggiunta la cifra richiesta dalla Nazioni Unite di 1,72 miliardi di dollari per fronteggiare l’emergenza, la crisi si aggraverà e per la popolazione il 2018 sarà anche peggiore del pessimo 2017»

Il dialogo nazionale convocato dal governo stenta a decollare. L’autorevole rivista Africa Confidential riferisce proprio in questi giorni che l’incontro convocato per lo scorso 18 dicembre ad Addis Abeba tra Salva Kiir e Riech Machar è partito malissimo tra accuse reciproche e rifiuti di compromesso. Il titolo dato ai colloqui, “High Level Revitalisation Forum”, secondo la rivista, «ha già perso significato»

Prima dell'indipendenza del 2011 il Sud Sudan era una provincia del Sudan, che si è staccata solo dopo un guerra durata 20 anni e un referendum fortemente voluto dalle Nazioni Unite

A lanciare l’ennesimo grido di allarme è Eduardo Hiiboro Kussala, vescovo di Tombura-Yambio e presidente della Conferenza episcopale. Vittima lui stesso di conflitti passati. A soli nove mesi, persi entrambi i genitori, ha trovato rifugio tra le braccia della nonna in un campo profughi in Uganda dove è rimasto fino all'età di 5 anni. Dallo scoppio della guerra civile nel 2013 svolge un servizio pastorale all'interno del Sud Sudan e in Paesi limitrofi dove i suoi concittadini hanno trovato rifugio.

«La situazione è molto problematica. Si continua a sparare e bombardare e la sofferenza della gente nei campi così come nelle città e nei villaggi, è aumentata. Non hanno da mangiare e vivono costantemente nel terrore. Infatti sono poche le persone che escono dai campi profughi o dalle case, pochissime quelle che viaggiano, anche perché molte strade sono distrutte. C’è grande penuria di cibo e i beni al mercato hanno raggiunto prezzi esorbitanti specie per molte persone che non percepiscono il salario da oltre sette mesi. Nei campi profughi la sofferenza è davvero troppa. Il cibo del World Food Program non è mai abbastanza e spesso è a base di granturco, un ingrediente poco nutriente»


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Articolo di
Maris Davis

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