sabato 30 settembre 2017

Nigeria. Dopo mezzo secolo riappare lo spettro della guerra in Biafra


A 50 dalla guerra riesplodono le tensioni in Biafra. Un conto corrente segreto in Francia è stato il pretesto per far classificare dal governo nigeriano il movimento secessionista Popoli indigeni del Biafra come organizzazione terroristica. Unione Europea e Stati Uniti intervengono ma il presidente nigeriano Buhari non gradisce l'intromissione.

Dopo mezzo secolo, la questione dell’indipendenza del Biafra suscita ancora attriti nelle relazioni diplomatiche della Nigeria. L’ultima controversia si è registrata lunedì scorso, quando l’esecutivo del presidente Muhammadu Buhari ha seccamente respinto le critiche degli Stati Uniti e dell’Unione Europea riguardo la decisione di classificare come un’organizzazione terroristica il movimento secessionista Popoli indigeni del Biafra (IPOB).

Il governo nigeriano ha affermato che si tratta di una “questione interna” e che l’intromissione della comunità internazionale sulla liceità del provvedimento emesso dal ministro della Giustizia, Abubakar Malami, equivale a una violazione della sovranità della Nigeria.

L’attenzione internazionale sulle spinte autonomistiche nel sud-est del Paese era già stata alimentata la scorsa settimana, quando il Ministro nigeriano dell’Informazione e della cultura, Alhaji Lai Mohammed, sulla base di una relazione dell'intelligence nigeriana, aveva dichiarato che «la sede finanziaria del gruppo separatista è in Francia e che erano necessarie misure urgenti per bloccare il sostegno»

Dopo che si è diffusa la notizia, l’Ambasciatore di Francia in Nigeria, Denys Gauer, ha smentito quanto affermato dal Ministro nigeriano e con una nota firmata dal Consigliere politico dell’Ambasciata, Claude Abily, ha chiesto al governo federale della Nigeria di fornire prove documentali per giustificare l’affermazione. Poi, venerdì scorso, l’ambasciatore Gauer ha incontrato Lai Mohammed per ribadire l’estraneità del governo di Parigi nella vicenda.


Il conto corrente segreto
Nei mesi scorsi, Abuja ha rintracciato in Francia un conto corrente bancario segreto intestato all’IPOB, che avrebbe utilizzato i fondi depositati su questo conto per finanziare le sue attività in patria e all'estero.

Secondo quanto ricostruito attraverso un’accurata indagine dal governo federale, le agenzie di sicurezza hanno fornito prove incontrovertibili sulla base delle quali: i nigeriani della diaspora per sostenere l'IPOB avrebbero versato enormi somme di denaro sul deposito e starebbero quindi usando la Francia come camera di compensazione.

Le indagini hanno inoltre confermato l’afflusso di fondi sul conto intestato all’IPOB da Olanda, Ungheria, Hong Kong, Malesia, Turchia, Singapore e altri Paesi europei. E hanno pure ricostruito che recentemente è stato organizzato un torneo di calcio in Senegal per raccogliere fondi destinati all'organizzazione.

Nei giorni scorsi, anche il Capo di Stato Maggiore dell’esercito nigeriano, il generale Tukur Buratai, aveva affermato che l’IPOB era considerata come un’organizzazione terroristica, ma aveva poi ritrattato la dichiarazione.

L’operazione Python Dance II
Lo scorso 15 settembre, nei cinque stati sud-orientali di Abia, Anambra, Ebonyi, Enugu e Imo, l’esercito nigeriano ha lanciato l’operazione Python Dance II per porre fine alla campagna di secessione del movimento IPOB.

L’operazione, che si concluderà il prossimo 14 ottobre, ha incontrato una dura opposizione da parte della popolazione biafrana che, per ostacolare le attività dei militari, ha messo in moto tutta la sua macchina propagandistica.

Nel frattempo, la scorsa settimana le autorità nigeriane hanno imposto il coprifuoco nello stato sud-orientale di Abia, dopo gli scontri scoppiati tra i militari dell’esercito e gli attivisti che chiedono l’indipendenza Biafra.

Il riconoscimento delle Nazioni Unite
L’accusa di terrorismo contro l’IPOB da parte del governo nigeriano trarrebbe fondamento da attacchi perpetrati dai membri del gruppo autonomista contro funzionari della sicurezza e cittadini nigeriani.

C’è però da evidenziare che l’IPOB è riconosciuto a livello internazionale da quando le Nazioni Unite l’hanno annesso nell’ECOSOC, l’organismo che raccoglie più di 3.200 Ong internazionali. In questo modo la questione biafrana si è aggiunta alle numerose rivendicazioni separatiste che chiedono l’intervento del Palazzo di Vetro.

Nel frattempo, il sentimento anti-nigeriano ha continuato a covare sotto le ceneri, emergendo periodicamente e dando luogo a sanguinosi scontri fra i separatisti biafrani e l’esercito federale, sempre repressi con violenza dai militari nigeriani.

Le proteste e le repressioni militari sono aumentate dopo l’arresto, il 19 ottobre 2015, di Nwannekaenyi “Nnamdi” Kenny Okwu Kanu, cittadino britannico e leader dell’IPOB, finito in prigione per aver trasmesso attraverso i microfoni di Radio Biafra infuocate dichiarazioni, che incitavano a una nuova lotta per l’indipendenza della regione.

Un rapporto diffuso nel novembre 2016 da Amnesty International ha definito la repressione militare attuata nei confronti dei secessionisti della regione del Biafra «una campagna agghiacciante». Il documento indica che tra agosto 2015 e 2016, almeno 150 manifestanti pacifici sono stati uccisi quando "l’esercito ha sparato proiettili veri con poco o nessun preavviso" contro folle che protestavano in diverse città.

L’esercito nigeriano ha però sempre negato le accuse sostenendo che i manifestanti erano stati violenti. Intanto, nel sud-est della Nigeria si continua a lottare in nome della bandiera nero verde e rossa del Biafra, al centro delle quale c’è un sole giallo, simbolo della la nazione biafrana. Un sole che dopo cinquant'anni non è mai tramontato.
(Fonte: Nnamdi Kanu Web)


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Mia madre è stata una profuga della guerra del Biafra (1967-1970), una Igbo, e io non rinnego le mie origini. Io so solo che il Biafra soffre oggi come ieri, e il governo federale nigeriano, anziché reprimere le atrocità di Boko Haram, si accanisce contro un intero popolo "sfruttato" in nome del petrolio.
(Maris)



Articolo a cura di
Maris Davis

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