sabato 30 settembre 2017

Nigeria. Dopo mezzo secolo riappare lo spettro della guerra in Biafra


A 50 dalla guerra riesplodono le tensioni in Biafra. Un conto corrente segreto in Francia è stato il pretesto per far classificare dal governo nigeriano il movimento secessionista Popoli indigeni del Biafra come organizzazione terroristica. Unione Europea e Stati Uniti intervengono ma il presidente nigeriano Buhari non gradisce l'intromissione.

Dopo mezzo secolo, la questione dell’indipendenza del Biafra suscita ancora attriti nelle relazioni diplomatiche della Nigeria. L’ultima controversia si è registrata lunedì scorso, quando l’esecutivo del presidente Muhammadu Buhari ha seccamente respinto le critiche degli Stati Uniti e dell’Unione Europea riguardo la decisione di classificare come un’organizzazione terroristica il movimento secessionista Popoli indigeni del Biafra (IPOB).

Il governo nigeriano ha affermato che si tratta di una “questione interna” e che l’intromissione della comunità internazionale sulla liceità del provvedimento emesso dal ministro della Giustizia, Abubakar Malami, equivale a una violazione della sovranità della Nigeria.

L’attenzione internazionale sulle spinte autonomistiche nel sud-est del Paese era già stata alimentata la scorsa settimana, quando il Ministro nigeriano dell’Informazione e della cultura, Alhaji Lai Mohammed, sulla base di una relazione dell'intelligence nigeriana, aveva dichiarato che «la sede finanziaria del gruppo separatista è in Francia e che erano necessarie misure urgenti per bloccare il sostegno»

Dopo che si è diffusa la notizia, l’Ambasciatore di Francia in Nigeria, Denys Gauer, ha smentito quanto affermato dal Ministro nigeriano e con una nota firmata dal Consigliere politico dell’Ambasciata, Claude Abily, ha chiesto al governo federale della Nigeria di fornire prove documentali per giustificare l’affermazione. Poi, venerdì scorso, l’ambasciatore Gauer ha incontrato Lai Mohammed per ribadire l’estraneità del governo di Parigi nella vicenda.


Il conto corrente segreto
Nei mesi scorsi, Abuja ha rintracciato in Francia un conto corrente bancario segreto intestato all’IPOB, che avrebbe utilizzato i fondi depositati su questo conto per finanziare le sue attività in patria e all'estero.

Secondo quanto ricostruito attraverso un’accurata indagine dal governo federale, le agenzie di sicurezza hanno fornito prove incontrovertibili sulla base delle quali: i nigeriani della diaspora per sostenere l'IPOB avrebbero versato enormi somme di denaro sul deposito e starebbero quindi usando la Francia come camera di compensazione.

Le indagini hanno inoltre confermato l’afflusso di fondi sul conto intestato all’IPOB da Olanda, Ungheria, Hong Kong, Malesia, Turchia, Singapore e altri Paesi europei. E hanno pure ricostruito che recentemente è stato organizzato un torneo di calcio in Senegal per raccogliere fondi destinati all'organizzazione.

Nei giorni scorsi, anche il Capo di Stato Maggiore dell’esercito nigeriano, il generale Tukur Buratai, aveva affermato che l’IPOB era considerata come un’organizzazione terroristica, ma aveva poi ritrattato la dichiarazione.

L’operazione Python Dance II
Lo scorso 15 settembre, nei cinque stati sud-orientali di Abia, Anambra, Ebonyi, Enugu e Imo, l’esercito nigeriano ha lanciato l’operazione Python Dance II per porre fine alla campagna di secessione del movimento IPOB.

L’operazione, che si concluderà il prossimo 14 ottobre, ha incontrato una dura opposizione da parte della popolazione biafrana che, per ostacolare le attività dei militari, ha messo in moto tutta la sua macchina propagandistica.

Nel frattempo, la scorsa settimana le autorità nigeriane hanno imposto il coprifuoco nello stato sud-orientale di Abia, dopo gli scontri scoppiati tra i militari dell’esercito e gli attivisti che chiedono l’indipendenza Biafra.

Il riconoscimento delle Nazioni Unite
L’accusa di terrorismo contro l’IPOB da parte del governo nigeriano trarrebbe fondamento da attacchi perpetrati dai membri del gruppo autonomista contro funzionari della sicurezza e cittadini nigeriani.

C’è però da evidenziare che l’IPOB è riconosciuto a livello internazionale da quando le Nazioni Unite l’hanno annesso nell’ECOSOC, l’organismo che raccoglie più di 3.200 Ong internazionali. In questo modo la questione biafrana si è aggiunta alle numerose rivendicazioni separatiste che chiedono l’intervento del Palazzo di Vetro.

Nel frattempo, il sentimento anti-nigeriano ha continuato a covare sotto le ceneri, emergendo periodicamente e dando luogo a sanguinosi scontri fra i separatisti biafrani e l’esercito federale, sempre repressi con violenza dai militari nigeriani.

Le proteste e le repressioni militari sono aumentate dopo l’arresto, il 19 ottobre 2015, di Nwannekaenyi “Nnamdi” Kenny Okwu Kanu, cittadino britannico e leader dell’IPOB, finito in prigione per aver trasmesso attraverso i microfoni di Radio Biafra infuocate dichiarazioni, che incitavano a una nuova lotta per l’indipendenza della regione.

Un rapporto diffuso nel novembre 2016 da Amnesty International ha definito la repressione militare attuata nei confronti dei secessionisti della regione del Biafra «una campagna agghiacciante». Il documento indica che tra agosto 2015 e 2016, almeno 150 manifestanti pacifici sono stati uccisi quando "l’esercito ha sparato proiettili veri con poco o nessun preavviso" contro folle che protestavano in diverse città.

L’esercito nigeriano ha però sempre negato le accuse sostenendo che i manifestanti erano stati violenti. Intanto, nel sud-est della Nigeria si continua a lottare in nome della bandiera nero verde e rossa del Biafra, al centro delle quale c’è un sole giallo, simbolo della la nazione biafrana. Un sole che dopo cinquant'anni non è mai tramontato.
(Fonte: Nnamdi Kanu Web)


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Mia madre è stata una profuga della guerra del Biafra (1967-1970), una Igbo, e io non rinnego le mie origini. Io so solo che il Biafra soffre oggi come ieri, e il governo federale nigeriano, anziché reprimere le atrocità di Boko Haram, si accanisce contro un intero popolo "sfruttato" in nome del petrolio.
(Maris)



Articolo a cura di
Maris Davis

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venerdì 29 settembre 2017

Quella zona grigia della mafia nigeriana di cui nessuno parla


Non è sempre tutto bianco o nero, non ci sono soli i buoni o i cattivi, tra le comunità di nigeriani c’è anche il “silenzio omertoso”, il si sa ma non si dice, una cultura che tende a farsi gli affari propri, spesso un basso livello di istruzione. E poi c’è l’indotto economico indiretto, basti pensare agli African Shop, agli Hairdresser (parrucchiere) per capelli africani, ai negozi di vestiti africani, ai Money Transfer, alle centinaia di micro chiese pentecostali, ai locali privati frequentati da nigeriani, ecc..

In una città media come Treviso (che spesso frequento come mediatrice culturale) secondo la Caritas locale ci sono circa 3-400 ragazze nigerianeirregolari” certamente costrette a prostituirsi, di notte le vedi in abiti succinti in città e di giorno le puoi vedere lungo la Pontebbana (la Statale 13). E anche loro frequentano gli African Shop, comprano alimenti africani e preservativi, si fanno fare le treccine, anche loro offrono l’obolo al pastore pentecostale quando vanno a pregare, comprano vestiti e usano i Money Transfer per spedire qualche euro in Nigeria.

L’economia locale alimentata da quella zona grigia

Tutta questa “economia indiretta derivante dal “lavoro” di ragazze trafficate fa parte di quella “zona grigia” che pur non essendo direttamente coinvolta nel vero e proprio traffico di esseri umani o con lo sfruttamento della prostituzione, ne ricava comunque un vantaggio economico. Tutte attività regolari e alla luce del sole ma che pescano denari anche da quelle povere ragazze costrette a vendersi. Ecco allora il “si sa ma non si dice”, il “silenzio omertoso”, il farsi gli affari propri.

E adesso moltiplichiamo tutto questo “business del grigio per tutte le città italiane dove la mafia nigeriana è certamente presente: Napoli, Palermo, Roma, Milano, Torino, Verona, e altre decine e decine di piccole e medie città in Italia. Milioni e milioni di euro che entrano a far parte dell’economia legale, ma generati da 27-30.000 ragazze nigeriane che attualmente in Italia sono costrette a prostituirsi.

L’anello di congiunzione di tutto questo sono le “mamam, tenuarie di appartamenti e case (solo a Treviso potrebbero essercene almeno cento) che da un lato sono in contatto diretto con i veri e propri trafficanti e dall’altro svolgono una vita assolutamente normale nella città in cui vivono, hanno un marito, una famiglia, spesso dei figli. Restano però defilate, non danno nell’occhio. Ma i nigeriani che vivono accanto a loro, seppur non coinvolti, sanno che lì, dove vive quella signora benestante, c’è anche qualche ragazza “irregolare”, ma guai a dirlo.


Una miriade di donne nigeriane che sfruttano altre donne nigeriane più giovani di loro

Per mia esperienza personale le così dette "mamam" sono quasi tutte ex-prostitute che hanno subito loro stesse un periodo di sfruttamento sessuale. Tutte hanno ottenuto in qualche modo il permesso di soggiorno e magari si sono fatte anche una famiglia, un marito, figli, e hanno una casa disponibile .. e la tentazione di entrare nel "business" (così viene chiamata la tratta tra i nigeriani) è molto grande.

E così decidono di investire. Basta qualche conoscenza negli ambienti giusti e 3-4mila euro, massimo 5mila, per far portare in Italia la prima ragazza da ospitare in casa. Poi ci sarà la seconda, la terza e così via. Il ritorno economico è enorme se si pensa ai 20-30-40 mila euro che poi dovrà restituire la ragazza sfruttata prostituendosi.

Udine, la città in cui vivo e lavoro

È per questo che a Udine (per debellare la piaga) abbiamo lavorato nel sottobosco, nella coscienza delle persone della comunità nigeriana. Abbiamo denunciato direttamente le “mamam, a volte non serve provare lo sfruttamento, alle autorità di polizia basta sapere che in quel determinato appartamento ci sono alcune giovani ragazze nigeriane ospiti irregolari. Come si sa per legge il possessore (affittuario o proprietario) è obbligato a segnalare al Comune la presenza di persone al di fuori del proprio stato di famiglia che vivono abitualmente nella propria casa o appartamento. Magari non succede nulla, ma intanto si crea un problema e altre donne che ospitano ragazze o che stanno pensando di ospitarle, magari rinunciano o desistono magari solo per non avere problemi.


Si sono messe le basi per creare un luogo “inospitale” alla mafia nigeriana

Tutto questo fatto in collaborazione con le forze dell’ordine che invece iniziano a portare spesso in questura per controlli le ragazze che si prostituiscono, alcune vengono messe in comunità, altre magari fanno dichiarazioni compromettenti per i loro sfruttatori, altre ancora vengono rilasciate perché hanno fatto richiesta d’asilo, ma poi, qualche giorno dopo viene riportata ancora in questura. Forze dell’ordine che anche compiono arresti e fermi, fanno indagini, ecc..

Senza il sottobosco delle connivenze, del lascia fare, del chiudere un occhio, del si sa ma non si dice, alla vera mafia vengono a mancare le basi per sopravvivere dentro a quella comunità.

Pensando alle ragazze sfruttate

Arrivate in Italia da poco, in luoghi che non conoscono, una lingua che non capiscono, non sanno quali sono i loro diritti, mediamente poco istruite, spesso analfabete, una terribile paura di poliziotti e carabinieri, sospettose e circospette. Al di fuori della comunità nigeriana hanno contatti solo con i loro "clienti" italiani. L'unico mondo che conoscono è quello della loro "mamam", una nigeriana come loro, grazie a lei hanno una casa e un posto in cui stare .. nei loro pensieri è l'unica donna che le sta aiutando anche se le costringe a prostituirsi e di lei hanno paura.

Lo sfruttamento di una ragazza può durare dai pochi mesi e arrivare fino ai 3-4 anni. Alcune si adeguano rassegnate, altre si danno da fare per pagare il "debito" il prima possibile, altre ancora cercano di scappare, pochissime denunciano.

Un lavoro certamente non facile, che richiede presenza anche personale, potenziale associativo (Friends of Africa e Foundation for Africa sono esempi di questo) e la collaborazione dei tantissimi nigerini onesti. Non si fa in pochi mesi, forse nemmeno in un anno, ma a Udine si è fatto, e adesso Udine si può considerare una città “liberata dalla mafia nigeriana”, non ci sono più ragazze nigeriane sfruttate, e allo stesso tempo c'è una comunità di nigeriani molto integrati e attivi nel sociale. E non solo Udine, ma anche Pordenone, Gorizia e Trieste, tutto il Friuli Venezia Giulia.

Certo, anche adesso bisogna tenere gli occhi bene aperti e stare attenti a “presenze” sospette, peraltro subito riconoscibili



Il libro che "Parla di me"



Articolo a cura di
Maris Davis

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mercoledì 27 settembre 2017

Immigrazione. I Centri di Accoglienza sempre più serbatoio di "nuovi schiavi"

'Chiedevamo protezione, ora siamo schiavi'. Dalla Toscana alla Sicilia, molti Centri di accoglienza sono diventati un serbatoio di manodopera a basso costo. Lì vanno a rifornirsi caporali e imprenditori senza scrupoli, nonché protettori e mafie che avviano le ragazze alla prostituzione. Per l’opinione pubblica, però, i migranti sono ancora “parassiti che mangiano e dormono


Un ragazzo del Gambia è seduto su una vecchia sedia girevole. Siamo in mezzo a una baraccopoli nei pressi di Mazara del Vallo, tra casette di cartone e lamiera. “Un giorno avrò la mia chance”, dice. Aspetta una risposta alla richiesta d’asilo e qualcuno che lo chiami a giornata per raccogliere olive.

Come lui centinaia di migranti ospiti dei centri d’accoglienza lavorano nelle campagne da Nord a Sud. In Toscana per la vendemmia del Chianti, in Calabria per le patate della Sila, in ogni angolo della Sicilia per raccogliere pomodori, arance e olive. Almeno tre inchieste della magistratura raccontano di migranti arrivati in Italia per chiedere protezione e finiti in schiavitù. Decine di testimonianze lasciano intravedere un fenomeno molto ampio. Cresciuto proprio mentre l’opinione pubblica si accaniva sui parassiti che “mangiano e dormono negli hotel a cinque stelle

I “Cas” (Centri di accoglienza straordinari) sono strutture d’emergenza, gestiti da privati ma autorizzati e controllati dalle prefetture, quindi dal governo. Il Cas può essere un piccolo albergo, un centro anziani riadattato o un casolare nel nulla. I tempi di permanenza, decisi dalla burocrazia statale, vanno dai sei mesi ai quattro anni. Il migrante presenta richiesta d’asilo e aspetta. Ma nel frattempo cosa fa?

Quelli dei Cas
Benvenuti nella città del sale e dell’accoglienza”. All'ingresso di Trapani i cartelli stradali ricordano il business del passato e quello del presente. In provincia ci sono una trentina di Cas. In un territorio prevalentemente agricolo, i migranti in attesa sono una manna dal cielo per l’agricoltura in crisi. Ad Alcamo, durante la vendemmia, molti dormono in una piazza del centro. Accampati con sacchi a pelo, cucinano sull'asfalto mentre accanto i vecchietti del paese giocano a carte. Al mattino si metteranno in fila per essere caricati sui furgoncini.

In Sicilia si è prodotta una stratificazione. Tunisini coi capelli grigi, da venti anni in Italia, si affiancano a giovani sub-sahariani sbarcati da pochi mesi. “Sono quelli dei Cas”, li indicano. Quei giovani che non parlano italiano sono concorrenti temibili. “Tanto lo Stato ti dà da mangiare e dormire”, dicono i padroni dei campi. E pagano il meno possibile.

Cinquanta euro ai tunisini, 25 ai romeni, da 15 a 7 per gli ospiti dei Cas. A Vittoria, provincia di Ragusa, il salario di un bracciante a giornata è precipitato. Nelle campagne, al tramonto, decine di africani in bicicletta tornano dalle serre ai centri di accoglienza. In tasca hanno una manciata di monete, il misero compenso di dieci ore di lavoro.

Il caporalato da queste parti non c’era. Da poco si sono formate le prime reti. Tre mesi fa la polizia arrestava alcuni imprenditori. L’accusa? Utilizzavano operai gravemente sfruttati: 19 richiedenti asilo, due tunisini e cinque romeni. Questi ultimi vivevano in casolari fatiscenti nei pressi dell’azienda, gli altri tornavano a dormire nei Cas. Si tratta di una delle prime applicazioni dalla legge anti-caporalato, che punisce il grave sfruttamento sul lavoro.

Come in gabbia
Le testimonianze su casi analoghi rimbalzano da un angolo all'altro della Sicilia. L’associazione Borderline Sicilia si occupa di monitorare l’accoglienza. Racconta per esempio di un centro anziani a Canicattì che ha aggiunto alla ragione sociale l’ospitalità dei profughi. “Alle 4,30 del mattino si va nel punto di raccolta e si aspetta il contadino che passa con il suo camioncino e sceglie fra adulti italiani, africani e rumeni. Ma anche tanti minori, che non si perdono nella depressione dell'inattività, ritrovandosi a farsi sfruttare per qualche euro in tasca

Nel centro sarebbero presenti persone che stanno lì “posteggiate” da tre anni, neo-maggiorenni fuoriusciti dalle comunità per minori, migranti in transito per altri centri


Non va meglio nel Cara di Mineo, nei pressi di Catania: una mega-struttura che al momento ospita poco meno di tremila persone. Il centro è un’isola in un mare di aranceti. La stagione agrumicola sta per iniziare. Tutti hanno bisogno di braccia. I padroni senza scrupoli scelgono quelle a basso costo.

Ho comprato una bicicletta per 25 euro. Ogni giorno, aspettiamo le otto. È l’orario di apertura, prima non si può. Stiamo dietro i cancelli, come in gabbia. Poi le porte si aprono e cerchiamo qualcuno che ci dia lavoro per la giornata

Pecore e patate
Come si comportano i responsabili dei centri di accoglienza quando vedono strani movimenti intorno ai loro ospiti? Alcuni aiutano a denunciare. La maggior parte fa finta di niente. Qualcuno si trasforma in caporale.

È il caso di due Cas nella Sila cosentina. Tutto inizia con la denuncia di un migrante, percosso e minacciato solo perché rallenta la raccolta. La magistratura interviene contro quattordici persone accusate di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. Era l’operazione “Accoglienza” dello scorso maggio, prima applicazione assoluta della legge anti-caporalato.

Un episodio svela la certezza di impunità nella zona. Durante la notifica del provvedimento, uno degli agricoltori continuava a impartire ordini agli africani, lamentandosi con i carabinieri per il tempo che perdeva (“le fragole si rovinano”)

Ma i migranti erano sfruttati due volte: nei campi e come mezzo per ottenere finanziamenti. I famosi “35 euro” finivano tutti in tasca ai gestori, che rendicontavano attività di “integrazione” mai svolte. Invece i rifugiati senegalesi, nigeriani e somali lasciavano i centri alle sei del mattino per lavorare nei campi di patate o per fare i pastori. Il compenso? Poco più di un euro l’ora.

Il vino del Chianti
L’inchiesta si chiama “Numbar Dar” (“Capo villaggio”) e risale alla vendemmia di un anno fa. Dimostra che il problema non è solo del Sud o di territori in crisi.

Tra fattorie storiche nate negli anni ’20, vigneti e colline le aziende del Chianti ricorrevano alla manodopera a basso costo dei centri di accoglienza. Il caporale pachistano, i consulenti di Prato, quelli che falsificavano le buste paga, e i titolari delle aziende vinicole erano i cardini del sistema.

Circa 160 migranti sono rimasti incastrati nel sistema. Lavoravano fino a dodici ore al giorno per quattro euro l’ora e venivano spesso picchiati. Nelle giornate di picco della raccolta dell’uva, i viaggi da Prato a Tavarnelle Val di Pesa erano due al giorno. I caporali privilegiavano i connazionali pakistani: solo a loro era concesso del cibo e un po’ di acqua. Se occorrevano altre braccia, venivano chiamati a lavorare a giornata anche richiedenti asilo africani, vittime di maggiori soprusi. I “negri” non avevano il diritto di bere né di avere scarpe: lavoravano a piedi nudi nei campi.

Cara di Foggia, migranti costretti a dormire con i materassi a terra
Cara di Foggia, lager di Stato

In tutta Italia, ci sono centri di accoglienza gestiti con professionalità e personale che ci crede. Ma negli ultimi anni le lentezze burocratiche hanno creato una situazione drammatica. I documenti in Questura, l’esame alla commissione asilo e il ricorso al Tribunale possono richiedere anni. Nel frattempo le famiglie in Africa pressano per ricevere soldi. Così i migranti trovano in Europa un incubo simile a quello che avevano lasciato.
(da un'inchiesta dell'Espresso)

È evidente a tutti che così com'è l'accoglienza NON funziona, e tanto meno NON funziona l'integrazione. Lodevoli le iniziative come il sistema Sprar e la così detta "accoglienza diffusa", ma è solo una goccia nel mare dell'ipocrisia. Uno, due, forse tre su cento sono gli immigrati che in questo modo riescono ad integrarsi veramente. E tutti gli altri ??

L'attuale legge che regola l'immigrazione e l'accoglienza (Legge 30 luglio 2002, n. 189 Bossi-Fini) NON funziona più, desueta e perfino razzista. Un legge approvata da quelle destre che adesso protestano, diffondono paure pur di avere visibilità e forse qualche voto in più. È questa una delle cause di una più ampia diffusione di progetti Sprar nei singoli comuni italiani.

Una legge, la Bossi-Fini, che ha permesso in passato la creazioni di grandi centri di accoglienza (Cara di Mineo, Cara di Foggia, Cara di Isola Capo Rizzuto, ecc..) diventati ormai dei veri e propri "parcheggi per immigrati in attesa", lager di stato, fonte di guadagni privati con denaro pubblico per le cooperative che li gestiscono, serbatoi infiniti di manodopera a buon mercato per mafie, caporali e sfruttatori.

E nell'attuale emergenza di inseriscono tutti, ma proprio tutti, perfino i privati, pur di far diventare le loro strutture alberghiere, case di riposo, casolari dismessi centri di accoglienza straordinari (i così detti CAS) e quindi prendersi quei 35 euro al giorno per ogni immigrato "ospitato", e più immigrati ci sono e più a lungo rimangono, e più si guadagna. Certo tra i tanti che si propongono ad ospitare stranieri ci sono anche coloro cho lo fa davvero con lo spirito del buon samaritano, ma questi casi temo non siano molti.

E poi c'è l'attesa degli immigrati, l'attesa di una risposta da parte della burocrazia italiana, una risposta che arriva dopo mesi (quando va bene) o dopo anni (anche più di due) se sei sfortunato o fai la tua domanda di asilo nella provincia sbagliata.

Si cerca di arginare gli ingressi facendo accordi con i libici e con i paesi di partenza dei migranti, chiedendo all'Europa una la redistribuzione equa e solidale, e maggiori risorse per gestire la prima accoglienza o per aiutare i paesi dell'Africa. Tutte cose di per se giuste, ma ci si è dimenticati di dire che tutto questo viene fatto nella cornice di una legge che NON funziona più, una legge che, lo ricordo di nuovo, approvata dalle destre (governo Berlusconi 2002)

Per tutto questo noi di Foundation for Africa abbiano deciso di aderire alla campagna "Ero Straniero, l'umanità che fa bene", con l'obiettivo di portare in Parlamento un proposta di legge per modificare la Bossi-Fini.



Articolo a cura di
Maris Davis

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martedì 26 settembre 2017

La cooperazione europea in Africa è in crisi

La Cooperazione allo sviluppo in Africa, all'Unione Europea interessa poco.

Cooperazione italiana in Kenia (Meru Herbs Italia Onlus)

Un rapporto di Global Health Advocates passa ai raggi X il fondo fiduciario da 3 (tre) miliardi di euro costruito dall'Unione Europea per intervenire sulle radici dell'immigrazione. E scopre che questo strumento, costituito per sostenere la cooperazione allo sviluppo, in realtà è usato solo per bloccare la partenza dei migranti dai paesi di origine.

«Le agenzie europee per la cooperazione allo sviluppo gestiscono i loro progetti senza coinvolgerci. Si comportano come se non esistessimo. I Paesi che fanno partnership con le nostre autorità sulla gestione dei flussi migratori devono capire che non si possono ottenere risultati se non si coinvolge la gioventù locale, se non coinvolgono noi». Parola di 15 sindaci della regione di Agadez, in Niger, intervenuti in una conferenza stampa convocata per denunciare proprio quello che non funziona nel rapporto con le istituzioni europee.

Migranti nel deserto del Niger
La cooperazione Africa-Europa è in crisi. I Paesi africani colpiti dal fenomeno migratorio possono investire i fondi che arrivano dall'Europa solo per fermare i migranti. Ma l’obiettivo appartiene all'agenda politica europea, non certo a quella dei Paesi africani. E per le politiche di sviluppo (quello reale) restano solo le briciole.

La Global Health Advocates, ONG Internazionale che si occupa di sostenere politiche sanitarie nei Paesi in via di sviluppo, ha analizzato lo strumento economico principale della cooperazione Africa-Europa: il Fondo fiduciario (Trust Fund) da 3 (tre) miliardi lanciato al Summit di La Valletta tra Europa e Africa nel novembre 2015.

Gli sprechi della cooperazione allo sviluppo europea
Il risultato di 45 interviste ad alcune delle principali agenzie coinvolte nel fondo fiduciario in Niger, Senegal e Bruxelles è chiaro: il fondo così come è stato concepito serve solo all'Europa. Non c’è traccia di investimenti per combattere le reali cause dell’immigrazione: i problemi sanitari, la disoccupazione, la fame, la carestia.
Composizione del fondo fiduciario (Fondo di sviluppo Ue, bilancio Ue, Stati membri, altri donatori). Dal report “Misplaced Trust” di Global Health Advocates.

«Usando i soldi degli aiuti allo sviluppo come merce di scambio per forzare la collaborazione dei paesi africani sulle questioni migratorie, l’UE sta macchiando la propria immagine di attore di primo piano delle politiche di cooperazione e sviluppo»

I fondi servono subito, e con trasparenza
Secondo la ONG Internazionale, il fondo è costruito per rispondere solo a un’esigenza: sbloccare velocemente i fondi che servono per contrastare i flussi migratori. Il risultato però è un’enorme carenza in termini di tracciabilità e di trasparenza, tanto che i soldi vengono allocati spesso senza bandi, con chiamata diretta.

Già un’altra inchiesta, Diverted Aid, aveva sottolineato come i principali destinatari dei fondi fossero le agenzie che si occupano di sicurezza e di formazione, invece delle ONG che si occupano di sviluppo in senso stretto.

Il problema è che gran parte dei 3 miliardi di cui è composto il fondo fiduciario provengono appunto dalle casse della cooperazione europea. E gli Stati membri, gli altri grandi contribuenti del fondo, sono restii a mettere quanto dovrebbero. L’Italia è tra le poche eccezioni, visto che è uno dei Paesi che più ha lavorato per costruire questo strumento finanziario.

Cooperazione Africa-Europa: manca una strategia
Secondo gli intervistati dalla Global Health Advocates non c’è alcuna regia nell'uso dei soldi del fondo. Per questo, tra le raccomandazioni del rapporto alle istituzioni europee c’è «non rifinanziare il fondo finché non verranno rivisti i suoi principi di efficienza»

Secondo gli intervistati, inoltre, gli obiettivi prefissati sono stati pensati a tavolino e, per questo, inutili. Questo strumento finanziario, infatti, è finalizzato a ottenere obiettivi a breve termine, in grado di inserirsi nella narrazione dell’Unione Europea che si sta dando da fare per gestire la “crisi migratoria”, ma sul piano delle soluzioni durature, a lungo termine, per la Global Health Advocates non porterà ad alcun risultato.

La mappa dei Paesi coinvolti nel fondo fiduciario Africa-Europa

Le cause dell’immigrazione al fondo europeo non interessano
Tra gli obiettivi dichiarati del "Trust Fund" c’è quello di contrastare le ragioni profonde che provocano l’immigrazione. Ma un esempio fornito in un’intervista da un operatore di una ONG Internazionale a Dakar, però, smonta questa idea.

«Non abbiamo mai sentito da nessun abitante dei villaggi dove abbiamo diagnosticato casi di malnutrizione il desiderio di spendere soldi per migrare»

Concepire l’idea di lasciare il proprio Paese è un lusso. Spesso chi emigra ha delle aspirazioni di migliorare la propria vita. Chi è troppo impegnato a cercare di sopravvivere, invece, non può costruire progetti migratori.

Infatti il fondo è uno strumento che si applica in aree instabili, con istituzioni politiche fragili, ma dove non necessariamente ci sono guerre in corso. E forse per questo c’è chi sogna una vita migliore, spinto non solo dalla disperazione ma anche da una legittima aspirazione. Il messaggio del rapporto è chiaro: l’immigrazione non può essere uno strumento per fare propaganda politica. Altrimenti i “benefici” che si ottengono nel breve termine, diventeranno un problema sul lungo periodo. E la cooperazione rischia così di rimanere senza risorse economiche a disposizione.





Articolo di
Maris Davis

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lunedì 25 settembre 2017

Migranti nigeriani, in Italia sono considerati di serie B

Nonostante le violenze pluriennali di Boko Haran in Nigeria e nonostante la "tratta" di giovani ragazze fatte arrivare in Italia per fini di sfruttamento sessuale da trafficanti senza scrupoli.


Per i nigeriani le domande di protezione internazionale accolte sono solo il 27% (2.955 su 11.340 richieste), e nonostante i migranti nigeriani siano la nazionalità più numerosa tra i migranti arrivati tra il 2015 e il 2016. Mentre nel totale delle nazionalità le domande di asilo accolte sono circa il 40%, ma questo dato si abbassa clamorosamente per i nigeriani.

Tra chi sbarca in Italia e inizia la pratica per la richiesta di asilo, Nigeria e Pakistan sono tra le nazionalità più rappresentate, anche perché, di norma, i migranti si muovono verso i Paesi dove già sono presenti reti familiari e di conoscenza.

In Italia i richiedenti asilo nigeriani sono sempre più numerosi
Cosa succede dopo l’iter di richiesta d’asilo? Sui circa 170mila arrivi del 2016, la Commissione nazionale per il diritto d’asilo ha reso noto i dati sulle domande esaminate. Da un paio d’anni nigeriani e pakistani sono tra le nazionalità più rappresentate, anche perché, di norma, i migranti si muovono verso i Paesi dove già sono presenti reti familiari a cui fare riferimento.

Al 9 settembre 2016 su 75.681 domande la Nigeria risulta al primo posto con 14.291 richieste, poi il Pakistan con 10.209 e a seguire Gambia, Eritrea (in aumento), Costa d’Avorio, Senegal, Mali.

Le Commissioni territoriali che ascoltano le storie dei richiedenti asilo hanno esaminato circa 15.000 domande con una riduzione dei tempi medi della pratica da 250 a 106 giorni. In realtà dall'arrivo in Italia all'uscita dai percorsi di accoglienza possono passare anche uno o due anni, perché nel frattempo ci sono i dinieghi alle richieste d’asilo (60-62%) e i successivi ricorsi. Secondo stime delle associazioni i tassi di accoglimento dei ricorsi sono alti ma non vengono resi noti i dati ufficiali. Quel 40% che non ha ottenuto subito l’asilo o la protezione sussidiaria (per 5 anni) o umanitaria (da 1 a 3 anni) riesce quindi a ricevere in seconda battuta una qualche forma di protezione, in genere umanitaria.

Nonostante ciò diverse migliaia di persone finiscono nell'irregolarità, in situazioni di precarietà abitativa e sfruttamento lavorativo, con il rischio di essere facili prede di mafie, sfruttamento sessuale, narcotraffico e criminalità. Le cronache recenti hanno dato risalto agli arresti di decine di esponenti della mafia nigeriana che operavano in diverse città italiane, dedite allo spaccio e alla tratta di esseri umani. Altri episodi di degrado, sfruttamento e violenza sono avvenuti nel Cara di Foggia e nel Cara di Mineo (Catania).

Molti di coloro che non ottengono nessun titolo di soggiorno provano anche a proseguire il viaggio verso il Nord Europa (i cosiddetti “transitanti”), con le difficili e note situazioni di stallo nelle grandi città (Como, Milano, Roma e altre) e alle frontiere (Ventimiglia). Anche se ricevono il foglio di via i rimpatri sono pochi, nell'ordine di poche migliaia e anche se, in particolare con la Nigeria, esiste un accordo di estradizione firmato proprio all'inizio del 2016.

Nigeriani in fuga da violenza, fame e Boko Haram. I nigeriani che arrivano in Italia sui barconi percorrono la rotta occidentale africana attraverso il deserto e fuggono dalla violenza, dagli attentati terroristici, dalle persecuzioni e dagli scontri tra fondamentalismi islamici di Boko Haram e l’esercito, dall'impoverimento e dalla devastazione dei territori dovuto a uno sfruttamento indiscriminato delle risorse, tra cui petrolio, gas e minerali preziosi. È il caso del Delta del Niger, dove viene estratto il petrolio nigeriano, e dove l'inquinamento ha reso praticamente inabitabile un territorio grande grande quanto tutto il nord Italia.

Un uragano di violenza, così descrivono la situazione del proprio Paese i vescovi nigeriani, parlando di “un paesaggio di sangue e distruzione”, di “violenza politica, corruzione, rapimenti, rapine a mano armata, omicidi rituali, con la popolazione devastata dalla malattia e dalla fame e un aumento della violenza da parte di attori statali e non statali

Mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, ricorda che “la Nigeria ha avuto 7.000 omicidi solo nel 2015, è uno dei Paesi del mondo con il più alto numero di attentati terroristici”. A proposito della presenza della mafia nigeriana in Italia, spesso a fianco di quelle italiane, fa notare che “non è un fenomeno di oggi, era già una delle più forti. A maggior ragione bisogna rafforzare la protezione delle donne nigeriane: non possono essere tutelate nei centri di accoglienza straordinaria, altrimenti rischiano di finire sulla strada. Questo è l’unico modo per colpire anche le mafie

Dello stesso parere Gianfranco Schiavone, presidente dell’Associazione studi giuridici immigrazione (Asgi). “I progetti di protezione delle vittime di tratta con l’articolo 18 stanno crollando per mancanza di fondi. È possibile che arrivino con i barconi ma lo sfruttamento e le reti criminali non si combattono diniegando l’asilo ma facendo emergere le vittime, che così denunciano gli sfruttatori e permettono alle forze dell’ordine di indagare

I nigeriani regolarmente residenti in Italia sono 88.527 su 5.046.994 stranieri in Italia (1,8%)
(fonte Istat 1° gennaio 2017)

Un numero piccolissimo sia rispetto al totale degli stranieri in Italia e sia rispetto agli oltre 20.000 nigeriani arrivati sui barconi solo tra il 2016 e il 2017.

Il complesso iter della richiesta d’asilo potrebbe essere governato meglio. Si chiede trasparenza nei dati relativi ai ricorsi, sicuramente alti. Un esame più attento delle domande, canali di ingresso regolari e percorsi di inclusione sociale per chi rimane in Italia, anche attraverso delle sanatorie.

Gli ex richiedenti asilo che hanno un buon livello di inserimento socio-economico potrebbero ottenere un permesso di soggiorno per lavoro o per ricerca lavoro. Altrimenti le espulsioni non effettuate rischiano di produrre insicurezza, sfruttamento e illegalità, con alti costi sociali ed economici per lo Stato

Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, punta l’attenzione sulla necessità di valutare in Commissione “le singole storie personali, come prevede il diritto d’asilo, e non decidere solo in base alla nazionalità di provenienza”. La riduzione dei tempi di analisi di una pratica, a suo avviso, “è positiva ma non deve essere eccessiva, perché hanno tutti traumi alle spalle. C’è bisogno di tempo e di ascolto vero

E l'ambasciata nigeriana a Roma non aiuta. Non aiuta nemmeno i nigeriani regolari in Italia, figuriamoci quelli irregolari. Non risponde al telefono (che pure è bello stampato nel suo sito internet), non risponde nemmeno alle e-mail ufficiali, e mai ha fatto nulla per le ragazze arrivate in Italia e vittime della tratta.

Noi non sappiamo quale sia il grado di collaborazione tra le Commissioni Territoriali e l'Ambasciata nigeriana di Roma in relazione al rilascio dello status di "rifugiato", è però molto probabile che una delle cause per cui i nigeriani in Italia sono considerati di serie B, sia anche da ascrivere proprio a chi li dovrebbe rappresentare in Italia.


Quello che possiamo dire per esserci passate di persona, è che l'Ambasciata di Nigeria in Italia è un covo di funzionari corrotti. Una denuncia che noi di Foundation for Africa abbiamo fatto già lo scorso anno - clicca qui -

Si chiede corridoi umanitari per chi fugge da guerre e persecuzioni e percorsi legali alternativi per chi scappa dalla povertà


Cinque cose da sapere sui migranti nigeriani

Boko Haram, più di 50mila vittime in meno di dieci anni (dal 2009) più di 2,7 milioni di profughi interni, la povertà, la tratta e la prostituzione. I nigeriani hanno il record di richieste d'asilo in Italia, ma l'Italia quasi mai li considera dei rifugiati come dovrebbero essere considerati in base alle norme sulla protezione internazionale. Per la burocrazia italiana la Nigeria è considerato un paese "non a rischio" nonostante Boko Haram e il traffico di ragazze.

Le stragi dei terroristi di Boko Haram e quelle dell’esercito regolare, la violenza alle stelle, la tratta delle schiave verso l’Italia, la crisi di fiducia nel paese. Dalla Nigeria si fugge per molte ragioni, ragioni che tuttavia l’Europa molto spesso non riconosce.

Molti di loro arrivano in Italia (è dei nigeriani il record delle domande d’asilo nel nostro paese), ma se arrivi dalla Libia e al momento dell’identificazione dai la risposta “sbagliata”, «sono qui per lavorare» oppure se provieni dalla regione sbagliata del paese africano, il tuo viaggio può ritenersi concluso.

1. Un paese in guerra
Secondo l’Armed Conflict Location and Event Data Project tra il 1997 e la fine del 2015 in Nigeria ci sono state 50.157 morti violente (autobombe, scontri armati, ecc.). Solo nel 2015 le vittime sono state 10.933, con il gennaio nero (3.252 morti) e il massacro senza precedenti di Baga in cui sono state uccise quasi duemila persone persone.

2. Crisi di fiducia a Lagos
La Nigeria nella classifica africana nella fiducia nelle istituzioni (governo, parlamento) è in fondo alla classifica. In un quiz realizzato da Afrobarometer nel 2015, i nigeriani che si dicono immuni alle intimidazioni o violenze politiche sono il 17,3%, coloro che si dicono spaventati poco, un po’ o molto sono l’81,3%.

Il 63,2% dei nigeriani è convinto che la corruzione sia un male che affligge il governo in carica e solo il 29% è “molto” o “abbastanza soddisfatto” della democrazia nel paese. E, soprattutto, il 74% è convinto che la Nigeria stia andando nella direzione sbagliata.

3. I nigeriani e l’Italia
L’Italia è il paese d’elezione per la fuga dei nigeriani verso l’Europa. Negli ultimi dati disponibili i nigeriani che hanno fatto richiesta d’asilo in Europa nell'ultimo anno sono quasi 40.000, di cui quasi il 60% in Italia. Nel trimestre luglio-settembre 2016, addirittura il 68% dei nigeriani (pari a 7.575) che hanno chiesto asilo in Europa lo ha fatto in Italia. Malgrado ciò e malgrado l’alta visibilità che hanno in Italia, la quota di residenti provenienti dal più popoloso paese africano è ancora piuttosto bassa, alla fine del 2016 erano solo 88.527 su oltre 5 milioni di stranieri residenti regolari in Italia.

4. Come riconoscere le vittime di tratta
La presenza di vittime di tratta è una delle caratteristiche principali del flusso di migranti dalla Nigeria verso l’Europa e l’Italia. Più di un quinto delle richieste d’asilo presentate in Italia è rappresentato da donne, per la maggior parte adolescenti o da poco maggiorenni (in generale ragazze tra i 15 e i 24 anni).

Secondo un recente rapporto dell’Oim «la maggior parte di queste donne, è destinata allo sfruttamento sessuale». Migliaia di donne vittime di tratta sono arrivate in Italia negli ultimi anni provenienti da zone ben precise della Nigeria (l’area di Benin City e in generale dal sud del paese). Sono 11.000 le donne nigeriane arrivate in Italia nel 2016 e oltre 7.000 quelle arrivate da gennaio a fine agosto 2017.

La checklist stilata dall’Oim per riconoscere le vittime di tratta
  • Il sesso (sono per lo più donne)
  • L’età (spesso giovani e minori di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Molte dichiarano di essere adulte sebbene siano palesemente minori)
  • La nazionalità (in maggioranza nigeriana) e la provenienza (soprattutto Edo State, ma anche Delta State, Lagos State, Ogun State, Anambra State)
  • Luogo di partenza (Edo State)
  • Il basso livello d’istruzione
  • L’appartenenza a famiglie particolarmente disagiate e con problemi economici. Sono spesso le prime figlie di famiglie numerose
  • Dichiarano di essere orfane
  • Non hanno pagato nulla per il viaggio
  • Hanno difficoltà a raccontare il loro viaggio, specie nella parte finale, dalla Libia all'Italia
  • Se in gruppo, sono le più sottomesse e silenziose
  • Dichiarano di dover raggiungere un parente (sorella o fratello) o un amico in Italia o in Europa
  • Problemi comportamentali (aggressività e introversione)
  • Segni fisici evidenti di violenza o tortura
5. Asilo per pochissimi
Malgrado molti dei nigeriani che attraversano il Mediterraneo si trovino senza dubbio nella condizione di chi fugge dal pericolo di morte o quantomeno dalle violenze dello sfruttamento e quindi nelle condizioni previste dall’articolo 1 della Convenzione del 1951, le percentuali di riconoscimento di asilo e protezione sono basse. Meno del 5% dei migranti nigeriani ottiene lo status di rifugiato in Europa e nel complesso circa il 27% ottiene protezione nelle varie forme previste dagli ordinamenti nazionali italiani.

Chi vi scrive è una ex migrante nigeriana arrivata in Italia nel 1995 con le rotte della tratta ma che allora non passavano per la Libia e soprattutto in Italia NON era ancora entrata in vigore la Bossi-Fini, una legge iniqua e "razzista" che NON fa distinzioni tra "sfruttati" e "sfruttatori". La legge che regolava l'immigrazione a quel tempo mi permise di iscrivermi all'Università e di studiare.

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Oggi la Bossi-Fini esclude tutti i migranti dal circuito dell'integrazione relegandoli nelle strutture di accoglienza per mesi e mesi in attesa (non si sa di cosa) dove, mafie, sfruttamento lavorativo e sessuale sono lì, pronti ad acchiappare la povera preda, e dove il business alle spalle del povero migrante in attesa di risposte (dalla lenta burocrazia italiana) diventa sempre più florido.

Foundation for Africa aderisce alla campagna "Ero Straniero" per dire NO alla Bossi-Fini. È doveroso cambiare l'attuale legge sull'immigrazione che consideriamo iniqua, razzista e inadeguata




Articolo a cura di
Maris Davis


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