martedì 29 agosto 2017

Ha vinto la sua battaglia per la parità e l'orgoglio nero

È lei la donna più nera del mondo. Nyakim Gatwech proviene dal Sud Sudan, dove la popolazione nera viene discriminata da quella di origine araba e porta avanti, a colpi di bellezza, la sua battaglia per la parità e l’orgoglio nero.

Nyakim Gatwech

La melanina non è mai troppa. È importante da dire in un’epoca in cui sono sempre di più le persone a disagio con il colore scuro della propria pelle. E scelgono la via pericolosa dello sbiancamento.

Il modello di bellezza, anche nei Paesi africani, è bianco. Spesso gli uomini lo impongono, in modo diretto o indiretto alle donne, costringendole a trattamenti dolorosi e rischiosi.

La risposta giusta è Nyakim Gatwech, modella sud sudanese, 24 anni, ora domiciliata negli Usa e, soprattutto, nerissima. Così nera da essere oggetto di prese in giro, battute e derisioni anche tra i neri. “Quando ero piccola i miei amici scherzavano sul colore della mia pelle. Dicevano che di notte non mi vedevano e che per farmi trovare dovevo sorridere. Un giorno un tassista mi ha chiesto se, per 10mila dollari, avrei accettato di sbiancarmi. Sono scoppiata a ridere”. Perché mai, si è chiesta, avrebbe dovuto rinunciare a tutta quella melanina “che Dio mi ha donato?


Come scrive in una delle didascalie che accompagnano le sue fotografie su Instagram, “la pelle nera non è un marchio d’infamia, bensì un simbolo glorioso di grandezza nazionale”. È diventata la “regina dell’oscurità” per i suoi fan, e ne è fiera.

È notevole, del resto, che nessuno si sia mai lamentato per eccessiva bianchezza della pelle (almeno, non prima di andare al mare) mentre la pelle giudicata troppo scura viene considerata un problema. Attenzione, però: qui non si parla dello scontro bianchi-neri negli Usa.

Il mondo è pieno di contraddizioni, mentre le popolazioni dalle pelle scura sognano un pelle più chiara, quelle dalle pelle bianca fanno di tutto per abbronzarsi sulle spiagge oppure con le lampade solari. Ma Nyakim Gatwech no, lei e tantissime altre come lei, io compresa, siamo orgogliose della nostra pelle scura.

Gatwech proviene da un mondo, il Sud Sudan, in cui la popolazione nera è vittima di discriminazioni da parte dei sudanesi arabi molto più chiari. Scontro che, a guardare la storia anche più antica, e non è certo nuovo.

Quello della modella sud sudanese è un messaggio di incoraggiamento per tutte le donne con la pelle scura che non vogliono (o non vorrebbero) sbiancarsi.


What I experience growing up wasn't racism it was Colourism.. Colourism is not racism. It's defined as prejudice or discrimination against individuals with a dark skin tone, typically from people of the same ethnic or racial group. Often, light skinned people are deemed more attractive, more successful and smarter than dark skinned people. Can you imagine something like this exist? How on earth can someone think a person is not successful or smart because of the color or their skin? 📸 @createdbyalvan 💄 @sumaya_keynan #myblackisbeautiful💋 #melaningoddess😍❤️ #melaninpoppin🍫❤️✨ #slefloveisthebestlove #queenofdark🍫🖤👸🏿 #chocolate🍫 #confidenceiskey🔑 #nuergirlbeauty💁🏿💁🏿 #southsudanesebeauty🇸🇸🇸🇸😍😍🙌🏿🙌🏿 #blackgirlmagic💫 #iamablackgirlwhorock✊🏿 #blackexcellence👌🏿
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Articolo a cura di
Maris Davis

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giovedì 24 agosto 2017

Allarme Unicef, l'orrore dei neonati kamikaze di Boko Haram

Bambine con in braccio neonati kamikaze, il nuovo orrore di Boko Haram.


Un neonato fasciato di materiale esplosivo, legato addosso ad una bambina, è stato fatto esplodere nel nord-est della Nigeria solo qualche giorno fa.

È quanto ha riportato l’UNICEF, la quale ha altresì denunciato che il numero di bambini e bambine kamikaze utilizzati da parte del gruppo terroristico nigeriano Boko Haram, è quadruplicato dall'inizio del 2017 a oggi, rispetto ai dati del 2016.

Secondo le stime dell’organizzazione umanitaria, dal primo gennaio, 83 minori sono stati obbligati a farsi saltare in aria nel nord-est della Nigeria. Di questi, 55 erano bambine, spesso al di sotto dell’età di 15 anni, 27 erano maschi e uno era un neonato, che è stato fatto esplodere mentre era in braccio ad una ragazzina.

Alla luce di tutto ciò l’Unicef, in un comunicato pubblicato il 22 agosto, riferisce di essere estremamente preoccupata riguardo a queste pratiche crudeli.

"L’impiego di minori in questo modo è una vera atrocità, Boko Haram non sempre rivendica tali attacchi, i quali mirano a colpire soprattutto la popolazione nigeriana. L’impiego di minori negli attentati suicidi sta facendo crescere la paura verso quei bambini che sono riusciti a scappare dai terroristi, i quali stanno riscontrando enormi difficoltà nel processo di reintegrazione nella società. L’Unicef sta fornendo loro supporto psicologico, collaborando con le famiglie e le comunità locali"

Una ragazzina che cammina portando in braccio un neonato. Chi può avere paura di una simile scena? Eppure è una delle scene più feroci che si possano immaginare. La bambina porta un neonato che in realtà è una bomba vivente. Glielo hanno fasciato intorno al corpo. Non può deporlo. Deve continuare a camminare, sapendo che tra poco esploderà insieme al piccolo.

Solo l’efferato fanatismo di Boko Haram arriva a tanto, «usare bambini come bombe»


L'Unicef esprime «estremo allarme» per il fatto che il gruppo terrorista islamico in Nigeria stia accelerando lo sfruttamento delle bambine e dei bambini a tutti i livelli, anche i più brutali. Non solo i miliziani rapiscono le bambine per trasformarle in schiave sessuali, non solo giustiziano i bambini che osano andare a scuola, ma li usano come bombe umane nei loro attentati.

Secondo il “Global Terrorism IndexBoko Haram è il più spietato e sanguinario fra tutti i gruppi terroristi del mondo. Opera nel nord est della Nigeria, lo stato più popoloso dell’Africa. Da quando ha cominciato la sua rivolta, nel 2009, ha ucciso più di 25 mila persone e costretto alla fuga 2,7 milioni di abitanti della regione nord-est del Paese causando una gravissima crisi umanitaria.

Nel nord-est del Paese 450.000 bambini stanno rischiando di morire di fame. In quella zona, l’UNICEF sta mettendo in atto una serie di iniziative volte a promuovere la tolleranza religiosa e la reintegrazione. Tuttavia, la furia dei jihadisti ha raggiunto anche gli Stati vicini, come il Ciad, il Niger e il Camerun, più di 2.000 scuole sono state chiuse perché distrutte o perché gli insegnanti uccisi o fuggiti.

Come l’Isis, a cui si è affiliato dopo un’iniziale alleanza con Al-Qaeda, vuole instaurare un Califfato che si ispiri a una lettura fanaticamente estremista della religione islamica. Spesso la sua violenza più cieca e sadica è proprio rivolta contro gli islamici stessi, i moderati, che giudica traditori irrecuperabili.

Il gruppo opera da anni, ma una buona parte del mondo ne ha scoperto l’esistenza solo nel 2014, quando calò nella scuola pubblica statale a Chibok, e rapì 276 ragazze che erano nella scuola per gli esami di diploma liceale. Di queste ragazze, 103 sono state liberate, ma di altre 113 non si hanno tracce.

Intanto i miliziani continuano a rapire ragazze, a intimidire le famiglie, vietando loro di farle studiare: le donne, per loro, non devono essere istruite, ma devono solo servire gli uomini. Si calcola che attualmente ci siano almeno duemila ragazze adolescenti nelle mani di Boko Haram.

È straordinariamente crudele che queste ragazze spesso debbano avere paura di tornare nelle loro case. Il pregiudizio, spesso delle loro stesse famiglie, le bolla per sempre come contaminate, poiché è noto che i miliziani le hanno usate come schiave sessuali e hanno fatto loro il lavaggio del cervello. E ora si aggiunge questo nuovo raccapricciante sviluppo, il fatto che Boko Haram ne usi alcune come bombe umane, uno sviluppo che raddoppia il pregiudizio della gente quando le più fortunate riescono tornare.

«La gente prova sospetto e paura», spiega Marixie Mercado, portavoce dell’United Nations Chidren’s Fund (Unicef) «Quando queste adolescenti vengono salvate, o riescono a fuggire, devono affrontare il rigetto quando tentano di essere reintegrati nelle loro comunità»

Le Nazioni Unite hanno lanciato vari programmi in Nigeria, proprio per favorire la tolleranza verso le povere vittime di Boko Haram. Finora l’Unicef ha dato aiuto a 3mila bambini e bambine e 1.200 donne martoriate dai terroristi.

Leggi anche
"Le bambine kamikaze di Boko Haram"
- clicca qui -


"Se non vi convertite all’Islam siamo pronti a darvi fuoco"
Le superstiti della scuola Chibok: "Eravamo in preda al panico, ma non volevamo convertirci, ci hanno buttato un liquido addosso, poi sono scoppiati a ridere e abbiamo capito che non era benzina ed eravamo salve"

È un racconto drammatico, quello di Naomi Adamu e Sarah Samuel, due delle 276 liceali rapite dai jihadisti di Boko Haram nel villaggio di Chibok, nel Nord est della Nigeria nell'aprile 2014.

Le due ragazze hanno deciso di raccontare quei drammatici momenti di reclusione in un libro. Le loro storie sono strazianti: "Eravamo in preda al panico, ma non volevamo convertirci, ci hanno buttato un liquido addosso, poi sono scoppiati a ridere e abbiamo capito che non era benzina ed eravamo salve"

I carcerieri mettono in pratica le peggiori torture psicologiche per scoraggiarle: "Un giorno, cinque di noi sono scappate, ma i militanti le hanno riprese, legate, e dopo aver scavato una fossa mi hanno dato una sciabola e ordinato di tagliar loro la testa, altrimenti l’avrebbero fatto a me. Li ho supplicati in ginocchio e le hanno graziate"

E le ragazze non vengono aiutate da nessuno. Dopo vari tentativi alcune ragazze sono riuscite a scappare; arrivate in un negozio hanno chiesto aiuto presentandosi come le ragazze di Chibok, ma il proprietario, dopo averle tranquillizzate, a tradimento le ha riportate nella foresta spiegando loro che sono di proprietà di Abubhakar Shekau (il leader sanguinario di Boko Haram). "I miliziani per punizione le hanno picchiate quasi a morte"

Da questi racconti emerge con chiarezza non solo la crudeltà di Boko Haram, ma anche che gode di supporto logistico e ideologico da parte di alcune frange della popolazione che, nel Nord-Est della Nigeria è maggioranza mussulmana.


Leggi anche
"Il terrore di Boko Haram raccontato nel libro Le Ragazze Rapite"



Articolo di
Maris Davis


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mercoledì 23 agosto 2017

Libia, l'inferno dei centri-lager dove sono rinchiusi i migranti

A Tripoli con i migranti respinti dall'Europa fra torture, umiliazioni e fame. Violenze dopo il salvataggio in mare, poi il trasferimento nei centri d’accoglienza: «I poliziotti ci portano via tutto. Ma ritenteremo il nostro viaggio»

Alcuni migranti provenienti dall'Africa sub-sahariana tratti in salvo dalla Guardia costiera libica. Secondo un recente rapporto di Oxfam l’80% delle persone passate dalla Libia hanno denunciato di avere subito violenze e torture

Nei centri libici sono ospitate più persone rispetto alla loro capacità. In quello di Tariq al-Siqqa, a Tripoli, sono 1400 in uno spazio destinato a quattrocento

Che fine fanno quelli che rimandiamo indietro, il popolo dei barconi che le motovedette libiche «salvano» prima che entrino nel nostro mare: quelli per cui inizia il vero viaggio, che è al di fuori di se stessi? I migranti che evaporano nel nostro limbo di disattenzione, che non sono per noi più migranti, un figliol prodigo senza la casa in cui ritornare? A quale destino li consegniamo, noi che abbiamo cessato di dare?

È proprio in Libia che bisogna cercare una risposta. Non è proprio il mio mestiere discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani. Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto.

Incontrare i migranti salvati. È facile verificare. I centri libici per i clandestini, dunque. È lì che si sente l’odore dei poveri.

Cosa è l’odore dei poveri? È un misto di sudore sudiciume, immondizia, urina, secrezioni, catarri, cibi guasti o di poco pregio, vestiti usati e riusati senza lavarli; è il trasudare della paura e di una dolente pazienza di vivere. Forse il problema è che coloro che decidono il destino dei migranti l’odore dei poveri non lo hanno mai sentito, vengono, parlano con i ministri in belle sale refrigerate.

I centri per l’immigrazione clandestina (che ironia in un Paese, la Libia, che per quaranta anni ha fatto svolgere tutti i lavori duri a milioni di clandestini schiavi) sono sigle e numeri.

Sigle e numeri. Questi uomini e donne e ragazzi sono detenuti, prigionieri. Non possono uscire, non possono comunicare con le famiglie. Chiedono: «Che reato ho commesso? Ho lavorato qui per anni, ho pagato dei libici per traversare il mare»

Tripoli scorre veloce, le cuspidi dei minareti si alternano ai relitti in cemento armato della fallita Manhattan del Colonnello, simboli spenti delle sue follie, che innalzano al cielo niente più che grandi segni grigi. In fondo ai vicoli, prigioniere tra case slabbrate di otto piani, montagne di immondizia che nessuno raccoglie. L’odore della strada con il suo catrame ribollente. A tratti, isolato, sale dal mare il richiamo di una sirena, lontana, solitaria e come soffocata. File silenziose fino a notte attendono, inutilmente, di poter prelevare piccole somme ai distributori delle banche. Non c’è denaro, se non per alcuni.

Il centro (di detenzione dei migranti) è in una strada che i libici chiamano «la ferrovia» perché qui al tempo degli italiani passava il treno, la villa-palazzo di Balbo è a un passo. Ed è lì come una sorta di vetrina, il ministero dell’Interno la usa per mostrare i risultati dell’efficace caccia ai migranti. Ci portano i giornalisti e i controllori puntigliosi delle organizzazioni umanitarie del Nord Europa, principali donatori. Organizzano anche partite di calcetto tra i detenuti: «Se viene subito si gioca Marocco contro Kenya». In realtà erano migranti della Costa d’Avorio ma, si sa, sono tutti «negri» al di sotto del Sahara.

Dentro sono in 1400 (lo spazio è per 400 persone), gli uomini da una parte le donne dall'altra, si parlano urlando attraverso le sbarre. In nove mesi 3149 rimpatriati a spese delle Nazioni Unite, 244 «a spese loro», 71 hanno ottenuto il diritto di asilo, 6715 sono stati distribuiti in altri centri.

Decine di migranti fuori dal centro di Tajoura, alcuni stringono ancora il salvagente usato a bordo dei barconi
«Abbiamo perso tutto»
La prima cosa che incontri è gettato in un angolo, il mucchio degli stracci donati per rivestire i migranti. I guardiani frugano, mettono da parte le cose migliori, una camicia, giubbe militari. A fianco un vecchio camion frigorifero, sequestrato. Dentro hanno trovato dieci migranti morti durante la traversata del deserto, dal Sud. Poi c’è la gabbia, un cortile coperto da una tettoia metallica, a sinistra si aprono le porte di alcuni stanzoni, le celle.

La prima impressione è quella di entrare in una serra umida e afosa, dal pavimento esala, insopportabile, un vapore caldo come il sudore dai pori di un animale. Non ci sono letti o brande, non ci sarebbe posto, solo stuoie sudice, lembi di plastica, pezzi di cartone. I corpi, la notte quando le porte di ferro sono chiuse da grossi lucchetti, si infilano l’uno accanto all'altro per poter restare sdraiati. Se cerchi di spostarti cammini su quella spazzatura umana. Centinaia di volti e di corpi seminudi per il calore come uno strano raccoglimento. Stivati l’uno accanto all'altro, stesi o seduti, i migranti: corrosi, stremati, spolpati, distorti, bolsi. Si vedono braccia riverse, gambe abbandonate, non nel modo di chi riposa o dorme ma di chi stramazza a terra in seguito a una bastonatura, esanime. E visi, visi neri e chiari quasi tutti di giovani, su cui sono dipinte tutte le sfumature della estenuazione.

Quando vai lì ti chiudono in mezzo, dolcemente, come una mano. Si ascoltano voci stordite dal caldo e dall'odore che azzanna, non sono parole, discorsi singoli, è un mormorio che sale dalla terra. Non sono uomini a parlare, è la disperazione, l’assenza di speranza.

«Ci hanno portato via tutto i poliziotti libici. Denaro, telefonini, vestiti. Non possiamo dire alle nostre famiglie dove siamo, che siamo ancora vivi»

I guardiani assicurano che tutto è custodito con cura e sarà restituito al momento dell’espulsione.

Il sogno dell’Europa
Qualcuno avanza, spinto dagli altri che fanno largo, a mostrare le piaghe: c’è un giovane che ha gambe e braccia come scorticate dalla carta vetro: la benzina, la benzina sulla nave. Un altro più maturo mostra la spalla: fuori posto, staccata dal corpo. A quelli rosi dalla febbre i compagni hanno lasciato gli spazi lungo i muri, perché possano appoggiare il busto alla parete. «Qui non ci bastonano più ma dove eravamo prima, nella prigione di Mitiga .. Ah, lì come sapevano picchiare»

È il problema di sempre: raccontare. È possibile trasmettere la memoria strutturandola? Il tempo di luoghi come questo è comunicabile in un altro tempo, il nostro? Ci sono occasioni in cui le parole sembrano aver perso peso, sono sacchi vuoti. Rispetto dell’uomo, rispetto dell’uomo! Questa forse è l’unica pietra di paragone.

Un ragazzo marocchino è tra quelli che dovranno essere rimpatriati tra pochi giorni; sembra frantumi, le parole in sillabe con le mascelle. Spiega perché tutti ritorneranno in Libia a riprovare il viaggio, appena avranno raccolto di nuovo un po’ di denaro: «L’Europa dove vivi tu è la felicità, nei nostri Paesi viviamo per mangiare e non per avere un avvenire»

Le nostre spiegazioni sulla migrazione sono formule venute a finire qui come le vecchie auto arrugginite che solcano le strade di Tripoli. Soltanto un ragazzo della Guinea ha detto che non riproverà. È fradicio di stanchezza: «Basta, è inutile. Non ho famiglia, nessuno che mi attenda né in Guinea né in Europa. Raccontare perché rinuncio? Vengo da laggiù, sono qua, non ti basta?»

Quando un giornalista esce da quella prigione ha le tasche piene di bigliettini, pezzi di cartone su cui hanno scritto numeri di telefono delle loro famiglie: «Chiama, chiama, ti prego. Tu che puoi, dì loro che sono qui, che vengano ad aiutarmi, a tirarmi fuori»

Abbiamo provato a comporre alcuni numeri: risposte in lingue che non si conosce o silenzi che affondano nel sospetto o nella disperazione. Con qualche padre o fratello si è parlato: si cerca di instaurare con loro uno scambio, un rapporto umano. Ci piacerebbe dire loro di non perder fiducia, che i figli e i fratelli stanno bene e, alla fine, ce la faranno. Ma le parole non hanno lo stesso senso per loro e per te, ti chiedi se hanno il minimo senso davanti a questa sofferenza immensa e anonima. Sei tu che perdi fiducia, sei tu che perdi coraggio.

La tragedia delle donne
Nella zona riservata alle donne la situazione sembra migliore ma l’aria è rovente, grava il fiato di un fortore acido. Anche qui non ci sono materassi, solo stracci e stuoie. Accanto scola in una palude l’acqua che esce dalle latrine. Sono giovani ma parlano della vita come vecchie.

Quando i poliziotti hanno tirato fuori da una borsa alcuni oggetti sequestrati: amuleti, fogli di carta con maledizioni rituali, bottiglie di plastica che contengono sangue mestruale. La magia nera per legare le migranti nigeriane che finiscono per prostituirsi. E un quaderno in cui sono segnate, meticolosamente, le prestazioni di lavoro: 15 marzo dieci clienti, 16 marzo diciannove. E i prezzi: cinquanta centesimi di dinaro. Un euro vale nove dinari.

Dalle finestre il sole disegna uno sbilenco rettangolo di luce sulla parete e illumina le scritte. I muri, i muri della sezione femminile parlano: minacce, invocazioni, amari pentimenti. La Nigeria è viva, vieni in Libia e vedrai, grande Paese grandi migranti. Sono quasi tutte nigeriane, molte incinte, forse stuprate: due litigano per un pezzetto di legno che serve come spazzolino da denti, altre due si contendono una caramella.

Un neonato nudo giace abbandonato sul pavimento, le braccia allargate, dorme. Al centro della stanza una donna è seduta a terra, le gambe aperte come per puntellarsi, le passano accanto, la urtano, lei non si muove. Prega, sì prega: un canto monotono per ringraziare dio che non l’ha abbandonata. Il sudiciume del luogo non riesce a coprire il risplendente e duro metallo di quelle parole. , la Parola è davvero senza fine.

Dopo essere stati ripescati in mare dalla Guardia Costiera libica i migranti vengono riportati nei centri-lager
Il business dei trafficanti
Per gli scafisti è indispensabile che i migranti arrivino, e presto: è l’unico modo per avere il denaro. E questo, forse, spiega molti misteri: la ricerca delle navi delle organizzazioni non governative e altro.

Mahmud è il vecchio capo dei pescatori. «A che ora uscite stanotte? L’acqua è calma, si fila lisci sul mare». «Questo mare immobile non è buono, è un mare da migranti non da pescatori, lo dice con stizza, come se fosse qualcosa di sconveniente, è luna piena, sotto la superficie calma la corrente è forte, non ci sono pesci così. I gommoni, quelli sì, escono stanotte per andare da voi»

Mahmud sa mille storie. «Avevo una barca con un libico e tre egiziani, cercavano il pesce spada, bisogna star fuori almeno due-tre giorni. Incontrano una barca di migranti in difficoltà che invocano aiuto. Si fermano, lanciano un appello, arriva una nave delle vostre, armate, grandi, gridano in arabo “State fermi o vi spariamo”. Prendono tutti, i miei pescatori, la barca i migranti, e li rimorchiano a Lampedusa: “Siete scafisti, stavolta la pagate”. Per farli tornare, loro e la barca, ci sono volute settimane di appelli e trattative, ma il pesce quello, era perduto. Le nostre ormai sono acque di nessuno, tunisini e italiani che vengono a pescare di frodo parandosi dietro alle vostre navi, migranti»

Che cosa è vero e che cosa è falso in Libia? Le nostre soluzioni buone per tutto sembrano quegli aggeggi dei meccanici che sono insieme pinza, martello e cacciavite. Ci sii aspettava a Tripoli chiasso e furore per la presenza delle navi italiane e il «colonialismo» di ritorno. Non ne parla nessuno, se non qualche schermaglia di politicanti. Alla manifestazione contro l’Italia c’erano 40 persone impastoiate alla svelta dai Fratelli musulmani.

Tripoli ha 3 milioni di abitanti. I libici, semmai, si preoccupano dell’energia elettrica che non c’è per sei, dieci ore al giorno, e del loro denaro che resta chiuso nelle banche. Al mercato le botteghe degli orefici sono piene di ombra e di meraviglie. Si intravedono monili che sembrano usciti dai tesori di Micene, così magnifici da sembrare falsi. Ma nessun avventore. I mercanti seduti sui loro banchi guardano la strada.

«Se venite qua con una nave che distribuisce energia elettrica diventate i signori della Libia, altro che navi da guerra»

L’ombra di Haftar
Le notizie che diamo per certe assomigliano a miti che si propagano, di origine incerta? Al Sarraj è il nostro uomo, la carta su cui puntiamo tutto. Ebbene a Tripoli senti parlare solo del «Vecchio»: non osano nei caffè dirne il nome, non è prudente. Questa gente ha vissuto 40 anni sotto Gheddafi. Il Vecchio è il generale Haftar, l’uomo di Tobruk, sperano che arrivi presto perché son stufi delle milizie e del primo ministro e delle sue strategie tortuose: «Ci vuole un uomo forte che metta fine al caos»

Per esempio. A Zawia e a Sabratha, solo un’ora di viaggio (da Tripoli), dove sono le spiagge di imbarco dei migranti. Si viaggia solo di giorno, di notte la strada è dei briganti, dei jihadisti, chissà. Ci sono molti posti di blocco, di giorno, gente armata, in mimetica. Noi li definiamo: esercito polizia sicurezza. E pensiamo a ufficiali, catene di comando, disciplina. E invece sono milizie, gente armata di gruppi diversi, ingaggiata dal governo ma che non risponde a nessuno. Il primo posto di blocco si supera senza esser fermati: i miliziani sono tutti intenti a prelevare il pedaggio da un camion. Il secondo è a Zanzur, il ventisettesimo chilometro come dicono qua. Un tempo era un’oasi con le palme fitte come una pineta e pozzi d’acqua. Oggi l’oasi è solo polvere e case sciupate, più grigia che verde.
(da un'inchiesta di Domenico Quirico, La Stampa)

«I trafficanti di uomini sono gente di qua, una mafia organizzata, potente, ben armata, hanno capannoni e case dove nascondono i migranti. Forse le partenze ora diminuiranno un poco: l’Italia non paga i capi del traffico e le milizie?»

Libia, l'inferno dei centri-lager dove sono rinchiusi i migranti

Immagini del terribile inferno nei centri di detenzione libici, in cui sono trattenuti i migranti perché considerati clandestini.



L’orrore delle gabbie libiche. “Queste immagini provengono da centri di detenzione ufficiali riconosciuti dal governo libico, girate dall'Unicef. Ma ci sono decine di centri di detenzione non ufficiali, gestiti dalle milizie e inaccessibili anche al ministero dell’Interno libico. E lì le condizioni sono ancora peggiori. Solo a Tripoli ci sono 13 centri di detenzione non ufficiali

Nel centro ufficiale di Garian ci sono circa 15 contenitori di lamiera e 1400 persone, di cui 250 minori, che sono in questi hangar 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In ogni hangar ci sono circa 100 persone e spesso in questi contenitori è così tanta la gente stipata, che fa a turno anche per dormire perché non tutti riescono a sdraiarsi

Non c’è acqua, non c’è cibo a sufficienza. I funzionari del ministro libico, cioè gli ufficiali che hanno il dovere di controllare la gestione, dicono apertamente che, quando non arriva il cibo e non hanno più soldi per acquistarlo, aprono queste gabbie e fanno uscire le persone detenute, insomma le fanno fuggire"

I trafficanti che, in riferimento ai migranti, parlano di ‘stoccaggio merci’. In questi centri di detenzione i medici non possono entrare. Chi è malato è destinato a morire. A un ragazzo nigeriano malato di tubercolosi il console del Niger ha chiesto 1000 dinari libici per i documenti di rimpatrio volontario. Si è intascato i soldi e non si è fatto più vedere




Articolo a cura di
Maris Davis

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martedì 22 agosto 2017

Nazioni Unite. In Africa il 60% dei bambini vive in povertà


Alla fine, a pagare sono sempre loro, i bambini. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, 300 milioni di bambini africani sono poveri. Cioè i due terzi dei piccoli del continente, il 43% di tutti i bambini poveri del mondo.

«Queste cifre sono preoccupanti» commentano i funzionari dell’Onu. «In Africa e in Asia meridionale, l’incidenza della povertà tra i bambini è rispettivamente del 66% e del 50%, molto più elevata di qualsiasi altra parte del globo»

In 39 Paesi dell’Africa sub-sahariana, i ragazzi con meno di 18 anni sono il gruppo sociale più numeroso tra i poveri. La condizione peggiore è quella vissuta dai bambini con meno di 9 anni. In Sud Sudan, Niger e Etiopia, almeno nove bambini su dieci sono poveri.

Questi risultati si aggiungono a quelli forniti dal Fondo dei bambini della Banca Mondiale, pubblicata nell'ottobre dello scorso anno, che ha mostrato come l’Africa sub-sahariana non solo ha il maggior numero di bambini che vivono in povertà (49%), ma ospita anche la maggiore quota di bambini estremamente poveri (51%).

Justin Forsyth, vicedirettore esecutivo di Unicef «I bambini hanno il doppio di probabilità di un adulto di vivere in povertà estrema, ma hanno meno strumenti di un adulto per affrontare la povertà a causa delle malattie, della mortalità infantile e del carente sviluppo nella prima infanzia»

L’Onu si è posto come obiettivo prioritario l’eliminazione della povertà in tutte le sue forme da raggiungere entro il 2030. Secondo le Nazioni Unite, una persona su cinque nelle regioni in via di sviluppo vive ancora con meno di 1,25 dollari al giorno. La strada per raggiungere l'obiettivo è quindi ancora molto lunga.






Articolo a cura di
Maris Davis

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mercoledì 16 agosto 2017

Elvis Presley, quarant'anni senza il re del Rock and Roll

"Prima di lui non c’era niente" .. Il 16 agosto 1977, all'annuncio di "Elvis left the building", moriva nella sua Graceland, Elvis Aaron Presley, 42 anni.

Elvis Presley mentre firma autografi

Quarant'anni dopo, dagli esordi alla Sun Records agli anni della decadenza, ecco cos'ha lasciato il mito.

Meglio non andarli a vedere quei filmati degli ultimi anni. Il re è gonfio, imbolsito, ottenebrato dalle medicine, uno spettacolo impietoso che rischia di cancellare la gloria, lo splendore di quel bacino che roteando selvaggiamente a metà degli anni cinquanta aveva annunciato prima all'America, e poi al mondo, che stava arrivando una rivoluzione.

I giovani, il sesso, il rock & roll. Il vecchio mondo stava andando in scadenza e il primo a cui toccò in sorte di mostrarne uno nuovo era un giovanotto di provincia, cresciuto ascoltando le radio country e quelle di musica nera, un cocco di mamma che appena fu in grado di muoversi per conto suo andò in un negozietto di Memphis dove realizzavano dischi, copie immediate e uniche a pagamento, per registrare una canzone e portarla in regalo a sua madre.

Il suo nome era Elvis Aaron Presley, era nato in una umile baracca da Gladys e Vernon, e di talento ne aveva da vendere. Per uno di quei colpi di fortuna che segnano la storia della musica, a notarlo fu proprio la segretaria di quel negozietto, non le dispiacque il modo di cantare dell’adolescente Presley e lo segnalò al suo capo che, altro colpo di fortuna, era il leggendario Sam Phillips, capo dell’etichetta Sun, il quale un giorno ebbe la felice e celeberrima intuizione: "Cerco un bianco che canta come un nero"

Elvis si presentò in studio il 6 luglio del 1954, immaturo, impreparato, con un sacco di sbagli, indecisioni, ma a poco a poco la rivoluzione prese forma. Si intitolava "That’s alright mama" e "Sam Phillips" aveva trovato il suo ragazzo bianco che cantava come un nero.

I suoi trucchi vocali, i vocalizzi ritmati, erano tutto sommato demodé, li aveva imparati alla scuola del gospel e dalle radio di Memphis, ma per incanto diventano una miccia per il nuovo corso. Nulla di nuovo, ad analizzare elemento per elemento, ma in realtà il mix era totalmente nuovo; di più, era letteralmente esplosivo. Come affermò John Lennon: "Prima di Elvis non c’era niente"

Elvis è la dimostrazione della vera rivoluzione del rock and roll, di cui costruisce l’estetica di base, e soprattutto nel comportamento. È questo che fa la differenza. Fu un colpo di fulmine. Phillips portò il disco a una radio locale che all'inizio non voleva trasmetterlo perché proponeva solo roba nera. Poi si convinse e i centralini andarono in tilt. A fine luglio il primo concerto e le ragazzine già urlavano. Elvis non capiva. Dovette spiegarglielo Scotty Moore, il suo chitarrista: "È per via della gamba, per come la muovi". Altra lezione che Elvis memorizzò immediatamente.

Continuò a incidere singoli e a espandere il suo successo che però aveva ancora dimensioni territoriali. I dischi non decollavano perché molte radio bianche lo trovano troppo nero e le radio nere troppo bianco. Ma era il suo segreto e la sua forza. Elvis cominciò ad assaporarla sempre di più col pubblico, si atteggiava come una sorta di nuovo Rodolfo Valentino, sognando di diventare un idolo del cinema; comincia a sviluppare nei concerti la sua attitudine selvaggia e sexy e le donne vanno sempre più in visibilio quando lo vedono.

La sua mimica è il primo mattone del rock, nelle sue movenze c’è già tutto quello che si svilupperà negli anni a venire, nei concerti rock. Nel tour del 1955 accadono scene di isteria, piccoli tumulti e questo è molto interessante perché Elvis non era ancora conosciuto a livello nazionale, quindi non c’era nessuna copertura dei media.

Era un fenomeno spontaneo e immediato: finché incontrò un personaggio destinato anche lui a diventare un archetipo, il manager, il famigerato Colonnello Parker, esperto di elefanti e luna-park.

Tom Parker capisce bene quale miniera d’oro gli si sia presentata davanti


Nel frattempo Elvis stava sempre più diventando un idolo locale, grazie ai concerti, ma i dischi vendevano ancora pochissimo e per questo, malgrado la sua formidabile intuizione iniziale, Sam Phillips vendette Elvis per un pugno di dollari alla Rca. L’11 gennaio 1956 viene organizzata la prima seduta con la RCA. Incide "I got a woman" e poi "Heartbreak Hotel" che esce in febbraio e trionfa, per la prima volta nella storia, in tutte e tre le classifiche: country, rhythm and blues e pop.

Il crossover del rock&roll si era compiuto. E ancora di più si definì con le prime scandalose, contestate, censurate apparizioni televisive, anche perché Elvis non bastava ascoltarlo, bisognava vederlo dal vivo.

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Elvis Live (Video la Repubblica)

Per capire fino in fondo la sua rivoluzione bisognava vederlo, bisognava vedere quel volto ambiguo, allo stesso tempo maschile e femminile, bisogna vedere il suo corpo che scattava come se fosse percorso da una scossa elettrica. Quado arrivarono "Don’t be cruel" e "Love me tender", l’ultimo pezzo che mancava, ovvero la grande prateria del pop, fu sua. Non c’erano più limiti, il mito di Elvis attraversò il pianeta.

La faccia di Elvis, languida ma anche oltraggiosa, lo aveva palesemente reso un idolo erotico, un peccatore dal volto d’angelo, chiamato 'Elvis the Pelvis' per il modo in cui muoveva le anche. Quando finalmente arrivò all’Ed Sullivan Show, il 5 settembre 1956, a guardarlo furono 53 milioni di spettatori.

Recita in 29 film, a partire proprio da "Love me tender" che fu re-intitolato così proprio grazie a Elvis. Elvis, però, non era poi così semplice: in lui convivevano in modo tumultuoso un'anima da peccatore e ribelle, e una da figlio di mamma, rispettoso e in fondo un po’ reazionario, tant'è che quando a dicembre del 1957 arrivò la chiamata alle armi, Elvis accettò di buon grado, anzi ne approfittò per spandere in giro l’immagine del bravo ragazzo, obbediente e patriottico.

Per molti Elvis è finito lì o, per meglio dire, lì è finito l’Elvis rivoluzionario, quello che aveva inventato un nuovo modo di pensare la musica, che aveva unito fisicità e pensiero, che aveva portato nel mainstream la selvaggia libertà sessuale della musica afroamericana.

La tomba di Elvis Presley a Memphis

Dopo ci fu solo il Re, stracolmo di onori e successi, l’eroe di Las Vegas, il monarca sempre più solo, l’isolamento della reggia di Graceland circondato dalla cosiddetta Memphis mafia, il Re che morì ancora giovanissimo, a 42 anni, riempito di medicine, di oblio, di oscure fantasie, di ricordi sempre più appannati e che ha lasciato in eredità al rock una corona che ancora luccica come una stella nel firmamento.


Playlist Video Elvis Presley (Youtube Maris Davis)



Articolo a cura di
Maris Davis


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martedì 15 agosto 2017

Stati Uniti e l'estremo oltraggio alla donna uccisa mentre partecipava pacificamente ad una manifestazione contro il razzismo

Il post di Heather Heyer, la giovane donna rimasta uccisa dopo che un'auto si è lanciata contro un corteo antirazzista, pubblicato sul suo profilo facebook alcuni mesi fa e che alla luce dei fatti di questi giorni assume un significato particolare.
"Se non vi indignate, non siete attenti"


Il 12 agosto scorso, a Charlottesville in Virginia, un auto si lancia a folle velocità contro un corteo pacifico antirazzista, muore una giovane donna, Heather Heyer di 32 anni, a terra anche trenta feriti, alcuni in gravi condizioni. L'autore del folle gesto, un neo-nazista suprematista della razza bianca, viene arrestato. Ha solo 20 anni.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, condanna il gesto un modo blando e senza mai nominare i "suprematisti" che fomentano l'odio razziale in tutto il paese, soprattutto negli Stati del Sud. Un'odio che nell'epoca di Trump non ha paura di mostrare il suo vero volto in pubblico, a manifestare con toni da neo-nazismo. Ma d'altro canto che si può pretendere da un presidente eletto proprio con i voti dei razzisti americani.

Oggi, questa America, sembra essere ritornata agli anni cinquanta e sessanta, come se Martin Luther King, Malcom X e Rosa Park non fossero mai esistiti, e le loro lotte e perfino le loro morti fossero state inutili. Questo Trump vuole cancellare la storia e perfino il suo predecessore Barack Obama, il primo presidente nero degli USA.

E così il giornale on line degli "hitleriani" d'America, "Daily Stormer", il giorno dopo la morte di quella giovane pacifista per mano di un folle razzista, può pubblicare impunemente e senza vergogna insulti perfino contro una ragazza morta definendola
"una grassona senza figli e quindi inutile alla società"

Nazisti ignobili e senza rispetto. E chissà in base a quali leggi permissive possono ancora andare in giro invece di stare in galera. Del resto nell'America dei bianchi cara a Donald Trump la priorità è la caccia all'immigrato (preferibilmente nero e mussulmano) mentre il cancro nazista viene lasciato libero di propagarsi.

Heather Heyer, la giovane donna uccisa a Charlottsville quando una Dodge con il neofascista James Fields al volante ha caricato un gruppo di manifestanti, era "una grassona buona a niente senza figli" che "probabilmente aveva avuto un sacco di aborti"

Questo il "necrologio" apparso sul Daily Stormer, il giornale online dei neo-nazisti americani che aveva applaudito come una benvenuta assoluzione le mancate critiche del presidente Donald Trump al raduno dei suprematisti bianchi che aveva innescato la violenza.

"Una donna di 32 anni senza figli è un peso per la società e non ha valore", ha blaterato lo Stormer osservando che "le donne senza figli sono il buco nero di un vortice di denaro e energia pubblica"

Nessun accenno di pietà nella descrizione del tragico evento quando la macchina con il ventenne militante di American Vanguard al volante ha falciato la folla. "La Dodge Challenger è un'auto veloce. I grassoni come Heather sono lenti. Era troppo grassa per scansare la Dodge", ha scritto il foglio della alt-right che dà credito a Fields, sotto inchiesta del Dipartimento della Giustizia per "terrorismo interno", di "averci fatto risparmiare un sacco di soldi: solo in fatto di cibo i costi per mantenere Heather in vita per altri 49 anni sarebbero stati astronomici"

Il Daily Stormer aveva tirato un sospiro di sollievo quando Trump, nel commentare i fatti di Charleston, si era rifiutato di denunciare esplicitamente i militanti di estrema destra: "Ha rifiutato di rispondere alle domande dei media. Dio lo benedica"

Unica microscopica buona notizia, il sito dove viene pubblicato il giornale ha perso il suo "domain provider", Go Daddy ha dato allo Stormer un ultimatum di 24 ore per trovare qualcun altro con cui collegarsi avendo violato le regole della comune decenza con il post su Heather.

Al momento di chiudere questo articolo il sito del Daily Stormer sembra effettivamente irraggiungibile, significa che anche internet ha un'anima.

Charlottesville, Virginia, 12 agosto. Frame dell'attimo drammatico in cui
il neo-nazista 20enne piomba a folle velocità sui manifestanti anti-razzisti

Questi sono gli Stati Uniti oggi, un paese dove razzisti, nazisti, fascisti, suprematisti, ku-klux-klan, possono blaterare pubblicamente i loro slogan, manifestare il loro odio verso i neri e i diversi, e perfino usare violenza senza che nemmeno il "loro" presidente abbia il coraggio di condannarli.

Io un'America così NON potrò MAI amarla


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Articolo di
Maris Davis

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