domenica 26 giugno 2016

Nigeria, il marchio dell'orrore. Fuggiti dai massacri di Boko Haram ora muoiono di fame

Un inferno nell'inferno. È bastata qualche ora a Bama, cittadina dello Stato del Borno, nel nord-est della Nigeria, affinché una squadra dell’organizzazione Medici senza Frontiere (MSF) si rendesse conto della "emergenza catastrofica" in corso, dal 23 maggio sono morte almeno 200 persone» nello stesso campo profughi. Sei al giorno. Uccise soprattutto da malnutrizione e dissenteria.

Gli sfollati sono vittime delle violenze di Boko Haram e delle conseguenti operazioni di sicurezza lanciate dall'esercito nigeriano. In quella zona sono almeno 24mila i civili abbandonati al proprio destino.

Medici senza Frontiere è arrivato per la prima volta a Bama. "È la prima volta che siamo riusciti ad accedere a Bama. Stiamo trattando bambini malnutriti che hanno visto e sono sopravvissuti a tanto orrore. Bama è una località estremamente isolata. Ci hanno detto che molte persone, compresi tanti minorenni, sono morte di fame. Nuove tombe compaiono quotidianamente poiché in un solo giorno possono morire anche 30 persone per fame e malattia"

Per diversi mesi, a partire da settembre 2014, Bama è stata sinonimo di combattimenti e sofferenza. I ribelli di Boko Haram si sono infatti spesso scontrati con i soldati nigeriani, trasformando la località in una città fantasma. Solo nel marzo del 2015, grazie all'intervento degli eserciti dei paesi confinanti (Niger, Ciad, Camerun), il governo nigeriano ha potuto annunciare la "liberazione" della cittadina da Boko Haram. Un anno dopo, però, le condizioni di vita rimangono gravissime

Almeno 15mila bambini, di cui 4.500 hanno meno di cinque anni, sono ospitati nei giardini di un ospedale in attesa di essere messi in salvo. Alcuni di loro gravemente malnutriti sono stati trasferiti nel centro nutrizionale di MSF a Maiduguri. "Su più di 800 bambini, il 19% soffriva di malnutrizione severa acuta, la forma più mortale"

Tra il 13 e il 15 giugno, le autorità nigeriane, appoggiate da un’organizzazione locale, hanno eseguito l’evacuazione di oltre mille persone che avevano bisogno di urgenti cure mediche. Bama, però, non è l’unico luogo in cui il dramma dei profughi si consuma nel silenzio giorno dopo giorno. Nel resto dell’area presa di mira da Boko Haram, le agenzie umanitarie stanno registrando contesti molto simili.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha infatti lanciato un appello il mese scorso per la "fine immediata delle violenze nel bacino del Lago Ciad", dove gli insorti islamici hanno una presenza sempre più massiccia. È qui che gli operatori hanno detto di aver riconosciuto "atti che potrebbero essere definiti come crimini contro l’umanità e crimini di guerra"

Ogni settimana centinaia di persone scappano, a volte intenzionati a raggiungere l’Europa. I più disperati tentano infatti di attraversare il deserto del Sahara, ma soccombono al calore e alla sete. "I corpi di 34 persone, tra cui 20 bambini, sono stati trovati nel nord del Paese vicino al confine con l’Algeria. Quasi tutte le vittime sono nigeriane"

Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM), sono almeno "120mila i migranti nigeriani passati l’anno scorso dal Niger per raggiungere il Nordafrica". Centinaia di essi, però, continuano a morire ogni mese nel deserto. Molti di più di quelli che muoiono attraversando il mediterraneo.

E quando i nigeriani, o le nigeriane arrivano in Italia, rischiano di essere espulsi solo perché secondo l'Europa e il mondo intero la Nigeria NON è un paese in guerra e la quindi per la legge italiana, la famigerata Bossi-Fini, per questo vanno "respinti". E tutto questo accade solo perché l'Europa continua a costruire moschee per chi nella mia Africa distrugge le Chiese, brucia villaggi, rapisce ragazze, e provocate orrore in nome di un "Dio" che si chiama "Allah"

Il campo profughi a Bama. Quello toccato a circa 200 rifugiati nigeriani fuggiti dalla violenza di Boko Haram e alloggiati in condizioni terribili in un campo profughi a Bama, nello Stato del Borno, è infatti un destino di sete e malnutrizione, a meno che non si adottino misure straordinarie in aiuto della popolazione. L'emergenza umanitaria che sta colpendo uno dei 36 stati della Nigeria, situato nel nord-est del Paese, ha messo in ginocchio ogni risorsa e lasciato attoniti gli stessi volontari. Al momento sono migliaia le vite sospese tra la vita e la morte, costrette in questo campo per persone sfollate ricavato all'interno del compound di un ospedale. E la sfida più dura, come al solito, tocca ai bambini.

Il dramma della malnutrizione. Ma andiamo con ordine e vediamo cosa è accaduto in questa parte della Nigeria nelle ultime settimane. Tra il 13 e il 15 giugno, le autorità locali e Medici senza Frontiere hanno organizzato l'evacuazione di 1192 persone che avevano bisogno di cure mediche. Questo gruppo, composto in gran parte da donne e bambini, è stato portato nel campo sfollati "Camp nursing" e, dei 466 bambini visitati qui dalle équipe di MSF, il 66% è risultato affetto da malnutrizione, per il 39% in forma grave, e 78 sono stati immediatamente ricoverati nel centro nutrizionale di MSF, che ha una capacità di 86 posti letto.

Migliaia di bambini in pericolo di vita. Lo scorso 21 giugno l'orrore. Un'équipe medica di MSF, che ha appunto lo scopo di portare soccorso sanitario e assistenza medica nelle zone del mondo in cui il diritto alla cura non è garantito, e che a Maiduguri supporta ben due ospedali, due cliniche e due centri medici nei campi dove le persone sfollate possono essere visitate gratis, ha fatto visita per diverse ore alla città di Bama, nel nord-est del Paese, dove 24mila persone, tra cui 15mila bambini (4.500 sotto i cinque anni), hanno trovato rifugio all'interno del campo.

Lo spettacolo allucinante che i medici si sono trovati ad affrontare è andato oltre ogni più nefasta aspettativa. "Una vera e propria emergenza sanitaria. Sedici bambini gravemente malnutriti, in imminente pericolo di morte, sono stati trasferiti al centro nutrizionale che l'organizzazione gestisce a Maiduguri: a seguito di un rapido screening su oltre 800 minori, è emerso che il 19% di loro soffre di malnutrizione severa acuta, la forma più mortale"

Sei morti al giorno, migliaia di sepolture. Durante la visita a Bama, l'équipe di Medici senza Frontiere ha contato 1.233 sepolture scavate vicino al campo nell'ultimo anno, molte delle quali, 480, di bambini. "Bama è una località estremamente isolata e ci hanno detto che tante persone, compresi i più piccoli, sono morte di fame. Stando ai racconti fatti dagli sfollati alle nostre équipe, tombe nuove compaiono ogni giorno: in un solo giorno possono morire anche 30 persone per fame e malattia". Dal 23 maggio sono decedute nel campo almeno 188 persone, circa sei al giorno a causa della malnutrizione e della mancanza di acqua pulita.

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Articolo di
Maris Davis

mercoledì 22 giugno 2016

Sud Sudan, l'ONU proroga le sanzioni ma non riesce a fermare la fame

Sud Sudan, l'Onu proroga le sanzioni fino al 31 maggio 2017. La risoluzione delle Nazioni Unite chiede che i leader del Sud Sudan pienamente e immediatamente aderiscano al cessate il fuoco permanente.

Restrizioni economiche ed embargo totale sulle armi nei confronti delle fazioni in lotta nel governo del Sud Sudan sono state prorogate fino al 31 maggio 2017, in base a una risoluzione unanime approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Dopo l'indipendenza dal Sudan nel 2011, il Sud Sudan è piombato in una guerra civile che dal 2013 provoca morte e distruzione, e violenza feroce. Le forze fedeli al presidente Salva Kiir combattono contro quelle del leader rivale Riek Machar. Un guerra combattuta sia per motivi etnici, ma soprattutto per mettere le mani sul petrolio di cui il paese è ricco.

Nel mese di aprile, le parti in conflitto hanno accettato un accordo mediato a livello internazionale che ha restituito la vicepresidenza della nazione di Riek Machar in un governo di unità nazionale. La risoluzione chiede che i leader del Sud Sudan pienamente e immediatamente aderiscano al cessate il fuoco permanente, in conformità con i loro obblighi derivanti dal contratto. Inoltre, la risoluzione chiede che il "Sud Sudan consenta un pieno, sicuro e senza ostacoli accesso umanitario per contribuire a garantire la puntualità nella consegna di aiuti umanitari a tutti coloro che ne hanno bisogno"

In tre anni di guerra civile sono stati firmati decine di accordi per il cessate il fuoco tra le due fazioni rivali. Tutti gli accordi sono sempre stati disattesi.

Il Sud Sudan ai confini della fame estrema. Nello Stato di Unity 40.000 persone alla fame e 2.790.000 sud-sudanesi sono in "crisi" o "emergenza"

La guerra in Siria ha fatto sparire dalle TV e dalle pagine dei giornali un’altra guerra civile petrolifera che sconvolge lo Stato più giovane del mondo: il Sud Sudan. Secondo l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), un partenariato globale per la sicurezza alimentare, in alcune aree dello Stato di Unity la situazione è davvero terribile. Una situazione che è destinata a peggiorare. Ma la carenza di informazioni su quel che sta succedendo in Sud Sudan rende impossibile sapere se si è ormai giunti al punto di quella che l’IPC definisce tecnicamente una carestia.

La guerra che sta devastano il poverissimo Sud Sudan e gli esodi della popolazione civile massacrata sia dalle truppe governative che dai ribelli potrebbero aver già spinto vaste aree del Paese verso un punto di non ritorno, e i mutamenti climatici portati da El Niño in tutta l’Africa orientale potrebbero aver dato il colpo di grazia. Gli Stati più colpiti, con un’insicurezza alimentare acuta che a dicembre 2015 riguardava già almeno il 57% della popolazione, sono Unity, Jonglei e Upper Nile.

Lo Stato dove la situazione è peggiore è l’Unity, il più colpito dai combattimenti tra truppe governative e ribelli e dal quale sono fuggite moltissime persone, perdendo così le loro fonti di sostentamento e che sono state derubate del loro bestiame. Altri 200.000 profughi interni provengono dagli Stati di Northern Bahr El Ghazal, Warrap ed Equatoria. L’insicurezza dell’area sta limitando l’accesso dei profughi all'assistenza umanitaria, aggravando ulteriormente la loro situazione di insicurezza alimentare.

Più della metà delle provincie del Sud Sudan,
colorate in arancione e rosso, sono in una situazione
di carestia grave o estrema
Secondo l’IPC, già a dicembre c’era un aumento complessivo della popolazione che ha bisogno di assistenza umanitaria urgente. "Oltre allo Stato di Unity, alcune delle aree che hanno mostrato un deterioramento sono gli Stati di Northern Bahr El Ghazal e Warrap, che si prevede abbiano almeno un quinto della popolazione che ha bisogno di assistenza umanitaria"

Sulla scala della fame dell’IPC, almeno 40.000 persone dello stato dell’Unity potrebbero già vivere a livello 5, cioè il massimo livello di rischio, la condizione peggiore possibile. Il Sud Sudan è in totale caduta libera e il mondo non si preoccupa perché i rifugiati sud-sudanesi non naufragano sulle coste d’Europa.

Intanto, mentre la guerra civile per il petrolio e il potere in Sud Sudan continua, le stime ufficiali sono già da catastrofe umanitaria: 40.000 persone vivono in uno stato "catastrofico" nell’Unity e almeno 2.790.000 persone subiscono una "crisi" o uno stato di "emergenza" alimentare ed igienico-sanitaria.

Soldato si uccide perché i suoi figli sono morti di fame. Un soldato dell’esercito governativo sì è ucciso perché alcuni dei suoi figli sono morti a causa della carestia e non aveva più speranza di poter provvedere agli altri.

Lo scioccante episodio sarebbe avvenuto in un quartiere periferico di Juba, New Site, dove il militare viveva con la famiglia. L’episodio avrebbe provocato disordini tra le forze di polizia e i familiari del suicida, che accusavano le autorità per la morte dell’uomo. Un collega testimonia che il militare era disperato perché non era in grado di badare alla propria famiglia, dopo tutto quello che aveva fatto per il paese.

Anche i militari senza paga da parecchi mesi. Anche il soldato suicida era da parecchi mesi che non riceveva il salario, come del resto gli altri militari e gli impiegati governativi, per la disastrosa situazione economica del paese a causa della guerra civile e delle politiche monetarie e finanziarie del governo.

L’inflazione è fuori controllo: la moneta sud sudanese ha perso il 90% del suo valore in sei mesi. Di contro, i prezzi delle derrate alimentari di base, in gran parte importate dai paesi vicini, aumentano quotidianamente (il costo dei cereali è quintuplicato rispetto all’anno scorso), così che il loro acquisto è ormai fuori dalla portata della gran parte della popolazione.

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Articolo di
Maris Davis



mercoledì 15 giugno 2016

Schiavi del terzo millennio, in Africa una situazione allarmante

Dal rapporto "Global Slavery Index 2016" emerge per il continente nero una situazione allarmante. in Africa si contano oggi oltre sei milioni di "schiavi moderni", in gran parte donne e bambini. Lavoro minorile, matrimoni forzati, schiavitù sessuale e arruolamento di bambini soldato tra le forme più diffuse di sfruttamento.

Minori sfruttati nella raccolta del cacao in Guinea
Tutti vorremmo seppellire i termini "schiavo" e schiavitù, pratiche abolite (sulla carta) fin dal lontano '800. Ma non possiamo. A ricordarcelo ci ha pensato qualche giorno fa il "Global Slavery Index 2016", che ha snocciolato dati e racconti su 167 Paesi, in 53 lingue, con 42 mila interviste. Insomma, una ricerca imponente che è arrivata a una conclusione: nel mondo si contano qualcosa come 45,8 milioni di schiavi moderni, con un aumento del 28% rispetto alle ultime stime del 2014A pubblicare lo studio è la Walk Free Foundation.

Nell'Africa Sub-Sahariana la stima delle vittime è di 6.245.800 persone, pari a circa il 13,6% della popolazione ridotta in schiavitù nel mondo - clicca quiAll'interno di questa regione, i tassi più alti di uomini e donne schiavizzati in proporzione agli abitanti si registrano nella Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Mauritania (su quest’ultimo paese la fondazione ha preparato anche un approfondimento). In valore assoluto, invece, la Nigeria è il primo Paese dell’Africa (ottava posizione mondiale, con 875.500 vittime), seguita da Repubblica Democratica del Congo (873.100) ed Egitto (572.900). La schiavitù trova terreno fertile in queste aree a causa di precarie condizioni economiche, conflitti e gravi crisi umanitarie e ambientali.

Bambini sfruttati nei campi
per la raccolta del cotone
Le forme più diffuse di sfruttamento. In generale, le violazioni dei diritti più comuni riguardano il lavoro minorile e i matrimoni forzati di bambini. A questo proposito, l’Unicef prevede che la metà delle spose bambine nel mondo saranno africane entro il 2050 e già oggi Madagascar, Malawi, Zambia, Guinea, Sierra Leone ed Eritrea sono tra i primi venti Paesi quanto a bambine e adolescenti che si sposano in età precoce.

Lo sfruttamento di bambini e adolescenti è tra i punti di maggiore preoccupazione, tanto che l’Africa Sub-Sahariana registra la più alta percentuale al mondo di traffico di bambini. In Togo, per esempio, la ricerca sostiene che la povertà e la mancanza di risorse culturali spingono i genitori ad affidare i propri figli ai trafficanti, che di solito sono parenti o amici della vittima. E a questo punto non c’è più molto da fare: i ragazzi sono trasferiti in luoghi di sfruttamento. Per le bambine questo significa spesso abusi sessuali e lavori forzati, mentre per i maschi sono previsti lavori forzati in aziende agricole.

In Guinea-Bissau e nella regione che circonda il Senegal si sfruttano pure le tradizioni locali. In alcuni casi, le famiglie mandano i figli a diventare "talibés", ossia studenti delle scuole coraniche diretti da maestri chiamati "marabout". Ed è in questa situazione, si legge nel rapporto, che accade che i trafficanti prendano i bambini per obbligarli a fare la carità per strada. In Senegal si stima che ci siano oltre 30 mila talibés solo la regione di Dakar.

Bambini Soldato
Anche la questione dei bambini soldato continua a essere una piaga devastante per l’Africa Sub-Sahariana. Nella Repubblica Democratica del Congo, lo scorso anno l’ONU ha documentato che 241 ragazzi sono stati reclutati, 80 uccisi e 92 menomati. Numeri, peraltro, che riguardano solo i casi ufficialmente riconosciuti. Nella Repubblica Centrafricana si stima che ci siano ancora tra i 6 e i 10 mila ragazzini arruolati. In Sud Sudan, dove è in corso una guerra civile, i bambini sono utilizzati abitualmente nel conflitto da ambo gli schieramenti in campo. E si sospetta che la situazione sia simile anche in Ciad, anche se il paese ha ufficialmente interrotto l’uso di bambini soldato tra le proprie forze armate.

In Ghana, invece, le oltre 103 mila persone schiavizzate sono vittime nell’85% dei casi di lavori forzati e nel 15% di matrimoni obbligati. I settori lavorativi in cui si incontrano più spesso situazioni di questo genere nel Paese sono agricoltura e pesca.

In Sudafrica la situazione è un po’ diversa: le vittime si concentrano più nel sesso a pagamento, nell'edilizia, nell'industria manifatturiera e nel traffico di droga.

Schiavitù sessuale, ragazze nigeriane in Italia
La Nigeria, il paese più popoloso dell'Africa, è anche il paese con il numero più alto di "nuovi schiavi" in senso assoluto dell'Africa Sub-Sahariana (875.000 vittime stimate), un dato dovuto alle violenze dell'Islam integralista (Boko Haram) che negli nord-orientali usa i minori anche per compiere attentati, rapisce ragazze per fare di loro schiave sessuali, e poi nelle regioni più povere della Nigeria del Sud esiste anche la schiavitù da "esportazione", decine di migliaia di ragazze nigeriane fatte arrivare in Europa per fare di loro delle "schiave sessuali".

Insomma, di esempi, purtroppo, ce ne sono davvero tanti e ovunque. La Walk Free Foundation ha stilato anche un report regionale su Nord Africa e Medio Oriente, da cui emergono altre 3 milioni di vittime. Le prime posizioni di questa classifica regionale sono tutte occupate da Paesi mediorientali, mentre tra gli Stati africani si incontrano Libia (70.900 schiavi, pari all’1,13% della popolazione), Tunisia (85 mila, 0,766%), Marocco (quasi 220 mila, 0,639%), Algeria (poco meno di 250 mila, 0,626%).

Global Slavery Index 2016

Africa, i nuovi schiavi
(Paese per Paese)

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Articolo a cura di
Maris Davis

domenica 12 giugno 2016

Giornata Mondiale contro il Lavoro Minorile

L'iniziativa è stata lanciata nel 2002 dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), al fine di tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica e dei governi sulla necessità di eliminare qualsiasi forma di sfruttamento economico nei confronti dei bambini.

Secondo il rapporto mondiale sul lavoro minorile 2015 sono 168 milioni i bambini in tutto il mondo tra i 5 e i 16 anni coinvolti nel lavoro minorile, di cui 85 milioni coinvolti in lavori particolarmente rischiosi. Il lavoro minorile è al tempo stesso causa e conseguenza della povertà e compromette l’istruzione e la sicurezza dei bambini.

Un fenomeno che accomuna sia i paesi industrializzati che quelli in via di sviluppo. Sempre secondo l'Ilo, sarebbero circa 22.000 i bambini uccisi sul posto di lavoro ogni anno, mentre non si conosce il numero dei feriti o di quelli che si ammalano a causa del loro lavoro.

L’Asia e il Pacifico restano le zone dove si concentra il maggior numero di bambini con quasi 78 milioni, ovvero il 9,3% della popolazione minore. L'Africa sub-sahariana continua ad essere la regione con la più alta incidenza di lavoro minorile (59 milioni, oltre il 21%). L'agricoltura è il settore con il maggior numero di bambini lavoratori coinvolti.


Il lavoro minorile è anche una questione di genere: l’Ilo ha registrato un calo del 40% dal 2000 ad oggi per le femmine, mentre per i maschi solo del 25%. Secondo i dati raccolti dall’Unicef, però, le bambine hanno le stesse possibilità dei bambini di essere vittime del lavoro minorile, con la sola eccezione del Medio Oriente, Africa, America Latina e Caraibi dove, invece, è più probabile che siano i maschi ad essere coinvolti. La disparità di genere si manifesta soprattutto nel tipo di attività svolta.

"Sappiamo che i progressi negli Obiettivi di Sviluppo del Millennio sull'istruzione, la povertà, l’uguaglianza di genere e l'AIDS, vengono sistematicamente minati dal lavoro minorile e che nessuna politica da sola può unilateralmente porre fine al lavoro minorile. È dimostrato che una risposta efficace coerente sul lavoro minorile richiede una combinazione di misure concernenti condizioni di lavoro dignitose, sistemi di protezione sociale attenti all'infanzia e l'estensione dei servizi di base ai più vulnerabili"

Le ultime stime a livello globale parlano di una diminuzione in tutto il mondo del fenomeno, ma i progressi sono più limitati nell'Africa Sub-Sahariana, dove anzi i dati più recenti indicano un peggioramento, con un bambino su 4 coinvolto nel lavoro minorile (la percentuale più alta al mondo), rispetto ad 1 su 8 in Asia e nella regione del Pacifico, 1 su 10 in America Latina e nei Caraibi. Il numero di bambini che unisce il lavoro alla scuola in alcune regioni è aumentato anche del 300%.

Ma anche questi dati possono essere fuorvianti, in quanto figli di migranti, orfani, bambini vittime di tratta e, soprattutto ragazze sono troppo esclusi dalle indagini, che si basano su dati riguardanti le famiglie.

È necessario sviluppare nuovi sistemi di raccolta dati per garantire che questi bambini invisibili diventino visibili e vengano aiutati.

L’agricoltura risulta essere il settore con la più alta presenza di minori, 98 milioni, ma bambini e adolescenti sono coinvolti anche in attività domestiche, nel lavoro in miniera o nelle fabbriche, spesso in condizioni di estremo pericolo e sfruttamento.

L’Africa sub sahariana è quella con la massima incidenza che, assieme all'Asia rappresenta il 90% dei casi di lavoro minorile nel mondo.

Anche l'Italia è coinvolta. Il lavoro dei minori è presente anche in Italia e riguarda almeno 340.000 minori sotto i 16 anni, di cui 28.000 coinvolti in attività molto pericolose per la loro sicurezza e la loro salute, ai limiti dello sfruttamento. "Il picco di lavoro minorile si registra fra gli adolescenti nell'età di passaggio dalla scuola media a quella superiore, che vede in Italia uno dei tassi di dispersione scolastica più elevati d'Europa, pari al 18,2%"

In Italia possono lavorare i minori al di sotto dei 16 anni solo se si tratta di attività lavorative di carattere culturale, artistico o pubblicitario o comunque nel settore dello spettacolo e condotte a determinate condizioni di legge. Nel 2006 in Italia l'obbligo di istruzione è stato innalzato a 16 anni.
(Unicef)
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giovedì 9 giugno 2016

Italia, donne e ragazze uccise da uomini deboli e violenti

Quando un uomo non sa accettare un addio e si trasforma in isterico assassino

È molto triste ogni volta che una giovane ragazza o una donna vengono uccise in modo violento, ancora più triste quando i loro assassini sono i loro stessi fidanzati, mariti, oppure i loro "ex"

Sara, 22 anni, uccisa a Roma lo scorso 30 maggio
Strangolata e poi bruciata dal suo ex
Donne uccise in modo efferato, come Sara, prima strangolata e poi bruciata a Roma solo qualche giorno fa. Era seguita, molesta, un delitto che sembra pianificato.

Ieri due casi, Michela nel pordenonese, e Federica a Taranto, oggi un altro caso quello di Alessandra una maestra uccisa nel veronese. Tutte donne che volevano lasciare o avevano già lasciato i loro uomini, e per questo uccise con efferatezza.

Altro che sesso forte. L’uomo è diventato debole e violento, tanto incapace di gestire relazioni e addii da alzare le mani sulla donna, infliggendole pene e tormenti da "stalker" fino a giungere al gesto estremo del femminicidio. Gli ultimi casi rafforzano il sospetto che oramai il maschio abbia perso calma e controllo delle proprie azioni nel rapporto di coppia, trasformandosi in un essere isterico fino alla follia assassina.

Tutto sempre uguale: lui che non resiste all'idea che lei possa lasciarlo, possa decidere di interrompere il loro rapporto d’amore. Ma era proprio amore? Oppure solo insano possesso?

Tutti in passato hanno cambiato partner o fidanzato, specie in età adolescenziale. I motivi possono essere tanti, non c’è più attrazione, si scoprono aspetti imprevisti del carattere, si verificano situazioni nuove che inducono a mutare il proprio atteggiamento relazionale. E si sta male, davvero male, quando finisce un amore. La casistica cinematografica è piena di storie del genere.

Michela, 29 anni, Spilimbergo (PN)
Il suo ex l'ha aspetta in casa al rientro dal lavoro
e la uccide a tradimento con due colpi di pistola
Ma è proprio questo il punto. Come si può arrivare a picchiare, umiliare, uccidere? Negli anni passati, la gelosia è stata addirittura un’attenuante (il cosiddetto "delitto d’onore"), quando la donna veniva considerata come appartenente al suo uomo. Ma in un’epoca di costumi tutt'altro che restrittivi, di cambiamenti continui, forse si è davvero passato il limite.

Probabilmente i social hanno un ruolo decisivo nell'escalation di violenza all'interno della coppia. Troppo facile oggi raggiungere una persona "desiderata": ci sono sms, whatsapp, profili facebook e chat di vario genere. Tutti "possono".

E l’elemento del sospetto si centuplica, mette in forse ogni gesto, aumenta la tensione e la richiesta di spiegazioni. Il film "Perfetti sconosciuti" ha proprio messo il dito sulla piaga dell’individuo moderno. Dentro al nostro smartphone, ci sono "segreti" spesso inconfessabili anche a chi ci sta accanto.

Federica, Taranto, 30 anni
Voleva separarsi dal marito
Ucciso anche il figlioletto di 4 anni
Nel web, tra i social, c'è un mondo maschile che ha ancora una visione distorta dell'amicizia e del rapporto uomo-donna. Uomini che non riescono a vedere il limite oltre il quale non si può andare.

Capita anche a me di essere "bersagliata" nel mio profilo facebook, nei messaggi privati, da uomini che dicono di amarmi senza avermi conosciuta, oppure che dicono che di volermi bene nonostante nella loro foto del profilo sfoggino tenerezze con altre donne, tutti sanno che sono felicemente sposata eppure non si arrendono, uomini e ragazzi che mi chiedono il telefono privato, che vogliono da me foto intime, che mi chiamano su messenger a qualsiasi ora e in qualsiasi momento (e magari si incazzano se non rispondi), e poi c'è qualcuno che se solo gli dai un po' di "corda" pensa che sei già sua. Mi ritengo una donna abbastanza tollerante ma è certo che "persone" così vanno subito "depennate".

Certo, non tutti gli uomini sono uguali, ce ne sono tanti di meravigliosi che per fortuna sono la stragrande maggioranza. Deve essere tutta la società, nel suo insieme, a isolare i violenti, i possessivi, gli uomini che non rispettano le donne, e devono essere le donne stesse a rendersi conto che non è più possibile soprassedere ad atteggiamenti violenti e oppressivi e che è necessario "denunciare" sempre tutto fin dall'inizio.


Troppe volte e per troppo tempo alla donna è stata associata l'idea sbagliata della sprovveduta, dell'ingenua e della vittima di chi vuole solo approfittarsi di lei

È accaduto, accadono questi fatti e purtroppo anche oggi molto spesso. Ma si deve dire basta, alle illusioni e alle belle parole devono seguire reali dimostrazioni. È finito il tempo dell'incanto, è giunto il momento della liberazione.
In Italia, un femminicidio ogni tre giorni
- Telefono Rosa -
Non solo "femminicidio" .. che è semplicemente la punta di un iceberg gigantesco che comprende anche reati odiosi che passano in secondo ordine, relegati o addirittura ignorati dalle cronache, o troppo spesso non denunciati, reati quali i maltrattamenti domestici, il mobbing sul lavoro, lo stalking, la violenza sessuale, gli stupri, ecc..

In molti luoghi del mondo inoltre la donna è vittima della stessa società, della cultura e dell'ignoranza che "tollera" reati contro la donna, reati odiosi, perché in quanto donna è considerata un essere "inferiore", una proprietà da difendere anche a costo di uccidere.

Nel mondo la donna è vittima di: Tratta di esseri umani, sfruttamento lavorativo, schiavitù sessuale, violenze e stupri di massa, bigamia e sottomissione al marito, matrimoni combinati e precoci, mutilazioni genitali, bambine soldato, mortalità per problematiche legate alla gravidanza o al parto, ecc..


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L'autrice di questo articolo è essa stessa stata vittima prima di "stupro" e poi, per nove, anni "schiava sessuale" nella mani della mafia nigeriana 

domenica 5 giugno 2016

Tra i profughi di Boko Haram sul Lago Ciad dove è emergenza umanitaria

Tra i profughi nigeriani dove l'Europa resta un miraggio. In pochi hanno i soldi per partire, gli altri sono bloccati nei campi in mezzo al deserto. I fondi stanziati dall'Unione europea finiscono per alimentare la corruzione.

Campo profughi di Baga, Nigeria
Xenofobi, innalzatori di muri, innamorati dei fili spinati e delle barriere, non state in ansia, la maggior parte dei profughi provocati dalle distruzioni e dalle infamie di Boko Haram non arriverà mai in Europa su squarci di caravelle tarlate, non busserà inopportunamente a Lampedusa, Lesbo, Ceuta mossa dal fanatismo della povertà e dell’avventura. Sono troppo poveri, sono uomini, donne, bambini nudi.

Per la Grande Migrazione occorre avere un po’ di denaro, una mucca da vendere o le capre, un sacco di miglio che doveva servire per la semina, un parente pietoso già in Europa. Loro non hanno monete per pagare il passaggio su un camion che li porti fino a N’Djamena (capitale del Ciad).

Non hanno scarpe per camminare su queste sabbie selvagge abitate dal torvo popolo dei fanatici del Dio musulmano, non hanno telefonini per cercare mercanti di esseri umani che li trasformino in un affare redditizio. Non hanno niente.

Sfollati dagli islamisti. Solo i ciadiani sono centomila, con i Paesi vicini gli sfollati dai Boko Haram salgono a due milioni e mezzo. Nulla più, qui, di aperto e di buono, di giusto e di buono, come nulla di infantile o di vecchio. Vi è solo dolore; e la ferocia, che è del dolore.

Pescatori del lago Ciad
Le autorità hanno ordinato agli abitanti
di lasciare le abitazioni
La città di Bol è di un bruno calcareo, spoglia. Pare una necropoli, che dalle finestre delle case debbano uscire corvi, in volo. Tutto è di creta secca, scura. È ancor più in là dell’Africa, in un continente ulteriore dove sia città essa sola. Ma qui il lago c’è ancora, metti le mani nell'acqua e fosforo, ti sale tra le dita. Gli schiamazzi dei bambini occupano la cittadina solo a zone, ciuffi d’alberi nel deserto. Attorno la terra sfuma in nulla rapidamente, logora di stagni e paludi che sembrano spazi vuoti, spazi puri. E il Ciad anche lui è di nulla, di una bianchezza di mare morto.

Ora c’è nell'aria un eccitante squallore, il gran giallo delle sabbie. La canicola, la burrasca bianca dei cavalloni di polvere alzati dai pick up montati da soldati in sudice uniformi di tela e dai fuori strada delle organizzazioni umanitarie.

La gente osserva i fuori strada che passano come astronavi, qui la luce è un miracolo, l’acqua una speranza. Se vieni nel Sahel senti che l’Africa entra nel tuo destino come una condanna.

Capanne di rami e canne. Le capanne di rami e di canne che credevamo asili per le capre si rivelano case, che sembrano, al sole, di sabbia pure esse. Una giovinetta che con grandi bracciate cercava di far salire l’acqua da un pozzo. Fatica che serve per un tozzo di pane, e tozzo di pane che serve alla fatica. Gli uomini stanno fuori, a crocchi, con le vesti avvolte attorno alle spalle fin sugli occhi per via della polvere. Stanno immobili come spettri che non hanno di vivo che lo scintillio degli occhi e guardano lontano senza mai dirsi una parola. Conducenti d’asini corrono agitando le braccia come indemoniati in una nuvola di polvere, emettendo brevi grida acute per impedire ai loro asini di farsi travolgere dalle poche jeep che passano da quelle parti.

Nigeriani fuggiti da Boko Haram
giocano a calcio nel campo profughi di Baga
Villaggi interi in cammino. Dove il deserto è assoluto, sprofonda, raschiato dalla canicola incontri gli sfollati. L’avanzata degli islamisti nigeriani di Boko Haram e la brutalità dei soldati che dovrebbero difenderli li ha cacciati dalle fertili isole del lago, e dalle rive già fin troppo abitate. Allora, a gruppi di famiglie, a villaggi interi, si sono messi in cammino dove la memoria dei vecchi li portava. Senza avere con sé più nulla. Un tempo abitavano qui, prima di spostarsi sul lago: ma allora erano terre benedette perché il lago era molto più grande.

Nessuno stavolta li ha cacciati perché qui non c’è più nulla. Qui davvero è deserto, per questa solitudine di ogni cosa, di ogni duna che par chiusa in se stessa, e di ogni albero o viandante che si incontra. E per questa luce e per questa immensità di cespugli tutti eguali, tutti rachitici. La tempesta solleva un pulviscolo che non è terriccio e non è sabbia, una specie di polline vecchio che sa di muffa e avvolge tutto come un velo sterminato. La terra è saccheggiata da questo vento, lunghe pianure appaiono sospese nell'aria.

Là è il lago, quell'aria. Disabitato come la luce del primo giorno. E le capanne sono accovacciate, storpie dalla furia che trascorre.

È vecchio, robusto, faccia dura, occhi duri, capelli fitti e crespi. Si dice contadino e se ne vanta. Ma la voce è un soffice brontolio, come di lana. È vestito di stracci che gli svolazzano addosso come piume, non ha più campi, o bestie. "I Boko Haram sono belve, serpi, ma è fare alle bestie un’ingiuria a dire così. Venivano, rubavano portavano via le donne, e i ragazzi giovani per farne sollazzo e combattenti. E noi ad aspettare i gendarmi e i soldati. Sono venuti, dopo, e ci hanno detto: via, toglietevi di qua se no vi tratteremo come Boko Haram. Volete sapere dove andare? Dove vi pare, il Ciad è grande"

"Non bisogna piangere per nessuna delle cose che ci accadono. Non bisogna piangere? Uomini, donne, bambini sono morti e non bisogna piangere?. Se piangiamo li perdiamo, non bisogna perderli, se piangiamo rendiamo inutile ogni cosa"

Le donne passano invisibili sotto le grandi cappe colorate tra le cui pieghe si apre una specie di fenditura da dove sporge la testolina incantevole di un neonato tenuto in braccio.

A colloquio con i morti. Il terrore dei Boko Haram si capisce quando uno psicologo ciadiano che lavora in un campo di rifugiati racconta che le vittime hanno difficoltà a parlare con lui, non svelano gli orrori di cui sono stati vittime o testimoni: non parlano, vanno al cimitero, a parlare con i morti. Solo con loro si possono confessare.

La morte è lì nel cimitero e diventa liberazione quando sulla terra più che per viver bene, ci si dura per prepararsi a morire. Conoscono la luminosa spiegazione che la loro fede dà della morte, per averla sentita nella preghiera o per averla quasi respirata nell'aria.

Case bruciate a Baga dopo i combattimenti
tra Boko Haram e le forse di sicurezza
Ci prepariamo a rovesciare su questi Paesi molto denaro: perché non abbiano più ragione di partire. Se percorrete la pista che dalla capitale N’Djamena porta qui, e sono trecento chilometri, nove, dieci ore, ad ogni villaggio trovate grandi cartelli colorati, in metallo, con la bandiera ciadiana e quella dell’Unione europea. Alcuni sono vecchi, semi-sommersi dalla sabbia, sghembi, altri hanno colori ancor vivi. Simboleggiano centinaia di progetti: acqua per il villaggio, riabilitazione rurale del distretto, progetto di incremento agricolo, sviluppo sanitario. Non c’è nulla di tutto questo. Polvere, sabbia, pianure di terra riarsa, fiumi rinsecchiti. Dove sono finiti i soldi che abbiamo rovesciato qui, da decenni? Chi li ha rubati?

I nostri amici laici. A N’Djamena ci sono solo tre cose nuove, moderne: la Versailles del presidente, una residenza-città lunga chilometri; i fucili e le uniformi dei soldati che fanno la guardia che sembrano cadetti usciti da Saint-Cyr; e il nuovo ministero degli Esteri, in vetrocemento, per un Paese così povero da non avere ambasciate. In Niger, in Mali, in Mauritania, in Nigeria è lo stesso. Ecco la spiegazione. Qui finiscono i soldi. E le cancellerie occidentali lo sanno: ma questi sono i nostri alleati, i nostri amici laici, organizzatori di elezioni, che si può fare? La volontà di aiutare c’era, il fallimento dà le vertigini.

Oggi per svincolarci dall'incomodo dei sudditi di questi satrapi, sguaiati e maneschi inettitudini diplomatiche ripescano la stessa formula: aiutare l’Africa in Africa, ci pensino loro. È falso che la storia sia maestra di vita: e non perché la maestra non insegni ma perché gli scolari sono zucconi, non imparano.

Il Ciad è proprietà personale del presidente Deby, che abbia conquistato il potere con un colpo di Stato non lo ricorda nessuno, forse perché è avvenuto ventisei anni fa. E dopo? Elezioni su elezioni, con tanti partiti e bandiere colorate di simboli. Solo che le vince sempre il suo partito, che ha come simbolo una zappa e un fucile. L’ultima due settimane fa, i rivali gridano alla ennesima truffa, lui festeggia e parla di sviluppo e rinascimenti. Durante i giorni del voto ha spento tutti i telefonini del Paese, chiuso internet. Non si sa mai: questa è la modernità. Lo hanno suggerito forse i francesi, a cui è simpaticissimo e da cui trae importanti beneplaciti padronali: ovvio, fornisce loro economiche fanterie per combattere i jihadisti e soprattutto tenere in riga la "Francafrique".

La "Francafrique" non tramonta mai, la conservano, Gauche e Droite, meglio del Louvre. Nell'albergo uomini d'affari francesi si distendono tra un contratto e l’altro, a bordo piscina, con signorine locali la cui gentilezza ha curve commisurate alle grazie effettive. È incredibile quanto denaro si può estorcere nei Paesi più poveri del mondo.

In Ciad, sul lago che non esiste più, la trincea dei Boko Haram che hanno sconfinato. Il governo svuota i villaggi "Chi resta sarà ucciso"

Profughi nigeriani in fuga da Boko Haram
a N'Gouboua, in Ciad
Mezzogiorno. Luce, luce. Così intensa da rimanere ammirati, stupefatti, come se uscendo da una sorta di semioscurità gli occhi si spalancassero, vedessero più chiaro, sempre più chiaro. Sulle acque del lago Ciad, che chiamiamo lago ma che è un mare, un errore della natura che ha colmato di acqua dolce questa enorme voragine nel cuore dell’Africa e l’ha imprigionata fra pareti di deserti incombenti come un lento destino e di fertili savane dai contorni azzurrognoli, danzano luminose frange di argento.

Sempre più luce. Da quali tenebre siamo dunque usciti? Eppure questa è una parte del mondo messa a soqquadro dalla rabbia sanguinaria dei Boko Haram, i taleban d’Africa. Di che natura è questa festa di chiarori bianchi che sembra in ogni luogo avere inizio? E invece: queste ombre fatte di massacri, kamikaze bambine o travestiti da donne, pulizie totalitarie fitte di stupri e sgozzamenti.

Il lago Ciad è chiuso, vietato: ai battelli, alle piroghe, impossibile attraversarlo. Bisogna penosamente aggirarlo in questo paese senza strade, con lunghi percorsi di sabbia. La setta più temuta del mondo, i miliziani di una giovinezza frustrata e inferocita, ne ha assaltato le isole fertili, saccheggiato, sgozzato. L’esercito ciadiano ha brutalmente ordinato alla popolazione di andarsene in massa: campi, villaggi, acque, tutto deve restare vuoto.

Chi disobbedisce sarà ucciso. Centomila profughi si accalcano già in villaggi di canne senza cibo e senza assistenza, i bambini muoiono di denutrizione. I Boko Haram hanno già vinto?

Campo profughi di nigeriani in Ciad
A prestar fede ai geologi e alle leggende che hanno preceduto di secoli i loro scientifici vaticini, l’Africa un giorno si spaccherà in due proprio qui, all'altezza di questa lunghissima cicatrice che corre tra il Sahara e le foreste, luoghi grandiosi e subdoli dove dalla decomposizione delle foglie sale il profumo della morte. Quando il continente si spezzerà, allora si realizzerà il sogno, che il Ciad torni ad essere il mare. Ventimila anni fa era già sparito, per riapparire poi come per un sortilegio. L’Africa è un tuffo non nella preistoria, ma nell'eternità, tutto qui è possibile.

Nella geopolitica la spaccatura è già avvenuta. Questa è una delle congiunzioni del mondo che l’islamismo rivoluzionario vuole controllare. Le Afriche si incontrano qui, in questi vecchi golfi di lago caldi e languidi, sulle polveri di intere umanità scomparse: l’Est degli Shabaab e l’Ovest dei Boko Haram, il Nord jihadista della Libia, del Sahel con le nuove frontiere della guerra santa sempre più a Sud, Centrafrica, Kenya. Ecco come è articolata ed estesa la geografia del califfato universale.

Secondo la Nasa tra quindici anni il lago non esisterà più, prosciugato dalla siccità e dall'uso degli uomini. Ma ancora oggi è bello da ferirti gli occhi, un dio, visto che dà vita a trenta milioni di persone che si affollano sulle rive, su frontiere più che mai senza senso davanti alla lotta per sopravvivere. È un dio placido, senza malumori, nulla che ricordi le burrasche degli astiosi laghi dell’Africa australe. Le acque sono diventate basse, non più di tre metri. È perfino difficile pescare. Ma ora il problema non esiste più. L’esercito ha vietato di utilizzare le piroghe, non vuole impicci e testimoni mentre sul lago conduce una guerra senza sfumature e innocenti.

I pescatori sono filosofi come in tutto il mondo, gente che vive senza fare rumore come se temesse di far male al dio, un malato fragile come è. Uomini e bimbi sparuti, strozzati dal bisogno, continuano a lavorare attorno alle loro canoe sempre più inutili, ne ricuciono le slabbrature con stoppie e argilla. Dove le hanno tirate in secco una lunga macchia scura ricorda che lì, solo poco tempo fa, c’era ancora l’acqua.

Acque stanchissime, quasi impaludate, che avanzano senza un tremito, come di un canale morto. Lunghi gemiti rompono l’aria, uccelli spiccano il volo e palpitano come scossi da morte. Su un arenile nascosto qualcuno pesca ancora, di frodo, gettano a riva strani pesci di un verde splendido, dalle squamose branchie di corallo, che lasciano nella polvere le tracce della loro agonia. Tre pescatori hanno visi famelici di barbareschi. Non so qual muta disperazione infiammi i loro occhi, ma certo ci guardano con rabbia e paura.

Attorno al lago l’aria è fresca, la brezza porta odori di erbe giovani: dove l’acqua si è ritirata recentemente si stendono pianure umide, i contadini hanno preso il posto dei pescatori e mettono a coltura le nuove terre, avidamente. La gente è tanta. La terra non può, non deve riposare. Ma ora tutto è in pericolo: la pesca, l’agricoltura, gli uomini.

Soldati del Ciad a N'Gouboua, villaggio attaccato
da Boko Haram nel febbraio del 2015
Il terrore soffia dall'altra parte del lago. La Nigeria, una "democrazy" come dicono, la democrazia folle d’Africa ha fabbricato un mostro. I Boko Haram non sono più la setta che si batteva contro la corruzione delle élites politiche e religiose del Nord, arricchite dal petrolio, mentre il sessanta per cento della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Adesso l'islamismo è un progetto mondiale, c’è il Califfato: i miliziani portano uniformi come veri soldati, il loro capo Abubakar Shekau, sparito per un anno, si è addestrato con gli Shabaab somali, all'altro capo dell’Africa. La setta è diventata un gruppo terroristico, ha fondato il suo Califfato, rapina banche e si arricchisce di sequestri e di usura, imita con cura gli uomini del Califfo di Mosul. I video, che all’inizio sembravano sgorbi di "Nollywood", utilizzano effetti speciali e sotto titoli in inglese e arabo.

Il reclutamento avviene non più con l’ideologia ma con la violenza, la magia nera, il denaro e la promessa di una moglie. I nigeriani dei villaggi del Nord sono poveri, non possono pagare una dote, una giovane rapita è un richiamo seducente. Soprattutto i Boko Haram uccidono, in sei anni ventimila vittime.

Seguiamo le svolte del lago, oltre Bol, alla ricerca dei segni di questa guerra spietata. Guerra tutta notturna che inizia dopo il coprifuoco. Guerra di chiatte, di imboscate, di silenziosi agguati su isole vuote e paludi fittissime. Attraversiamo villaggi di canne e di fango, qui sono di fango secco anche le moschee, non ci sono minareti e guglie che si slanciano al di sopra delle polvere, nella purezza dell’immutabile cielo.

Non ci sono porte, si può guardare la miseria di ogni casa, i pavimenti di terra, le poche stoviglie. Il lago è già lontano. Bianca la polvere, bianche le case e la pista, bianche le vesti, bianca la folla in cammino a piedi, su asinelli, cavalli, dromedari solenni. Gli alberi ora hanno fronde di cenere, di un verde spento.

Ormai i piani dei Boko Haram hanno scavalcato i confini della Nigeria, controllare il grande lago vuol dire mettere in ginocchio il Ciad che importa tutto dalla Nigeria. Il Ciad da punire perché aiuta i francesi a combattere gli alleati islamisti nel Sahel. Mescolano tattiche di guerra e attentati suicidi, disseminano le piste di mine artigianali, li precede un terrore che crea il vuoto. Sedicimila nigeriani sono fuggiti dall'altra parte del lago in cerca di sicurezza.

E poi i centomila ciadiani che vivevano nelle isole del lago, espulsi con la minaccia di essere uccisi come complici dei terroristi e di cui il governo del presidente Déby, un dinosauro al potere da ventisei anni, non si occupa. Pensa di risolvere il problema con la violenza: come i nigeriani all'inizio della epopea sanguinaria della setta.

Il lago è ormai più in là, la vegetazione si è rarefatta, scomparse le grandi palme, la terra non è più scura: steppe di sabbia, lande bruciate pianori salati color calce, rare acacie spossate dalla siccità gettano la loro rara ombra intorno ai villaggi. L’islam ha impresso la propria impronta su questo mondo, l’islam sempre attratto dalle regioni desolate, dallo sfavillio dei deserti. Asinelli e cavalli si rotolano nella sabbia scura, cercando di respirare, stremati, un po’ di frescura dalla terra. Il Ciad dei fuggiaschi crepita, si affila al sole.

È un cortile tutto bianco questo mercato, gli uomini con le loro lunghe vesti siedono in gruppi, accigliati. Ma le donne no, strepitano con uno strepito di bambine senza risa, accanitamente loquaci. Hanno voci tremanti, anche se gridano, di un tono mite e denso, come d’olio, e scorrono una sulla altra. Voci cantanti, da fanciulle di sedici anni, le vecchie pure.

Ci racconteranno loro, e i bimbi, le ferocie dei Boko Haram.
(da un articolo di Domenico Quirico, inviato de "La Stampa")







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