mercoledì 30 settembre 2015

Etiopia, valle dell'Omo. Vite prosciugate

Cinquecentomila persone che vivono nella valle del fiume Omo (Etiopia) e intorno al lago Turkana (Kenya) subiranno gravi conseguenze quando sarà completata la diga Gilgel Gibe III.

Gilgel Gibe III, il grande sbarramento che si sta costruendo sul fiume Omo in Etiopia, metterà a rischio la sopravvivenza delle popolazioni indigene che da secoli vivono nell'area. Survival international, il movimento mondiale dei popoli indigeni, mette in guardia il governo etiope e la comunità internazionale sui rischi connessi alla realizzazione della diga.

Il gravissimo impatto della diga Gibe III sulla popolazione della bassa valle dell’Omo in Etipopia, da sempre denunciato dalle organizzazioni per la protezione dei popoli nativi e da quelle per il rispetto dei diritti umani, è stato confermato dal rapporto recentemente pubblicato di una delegazione di diplomatici europei in visita nella zona l’anno scorso.

Ne hanno fatto parte funzionari delle ambasciate finlandese, svedese, tedesca, olandese, dell’Unione Europea oltre che della cooperazione inglese e americana. Da notare l’assenza dell’ambasciata italiana, che invece dovrebbe essere interessata, se non altro perché la ditta costruttrice è la Salini, sempre vincitrice di appalti per la costruzione di grandi opere in Etiopia.

La diga Gibe III, in costruzione (2015)
La diga Gibe III, che ha un valore approssimativo di 5 miliardi di dollari è stata pagata in gran parte da una delle più grandi banche cinesi, la Industrial and Commercial Bank of China, mentre la Banca Mondiale ha finanziato la rete di distribuzione dell’elettricità prodotta dall'impianto collegato (1870 megawatt). Fin dal 2010 la valutazione del devastante impatto socio ambientale ha invece provocato il ritiro dal pool di investitori dell'European Investment Bank e dell'African Development Bank.

Nei terreni confiscati per costruire la diga, dovrebbe nascerne anche una delle più grandi piantagioni di canna da zucchero del mondo. La sterminata estensione di terreno interessata dal progetto è sempre stata terra di pascolo dei popoli nativi della regione la cui economia è basata sull'allevamento brado, di competenza degli uomini, e sull'agricoltura di sussistenza attorno ai villaggi stanziali, di cui si curano le donne.

Da decenni, secondo i responsabili di Survival International, i popoli della Valle dell’Omo soffrono per la progressiva perdita di controllo e di accesso alle loro terre. Negli anni Sessanta e Settanta, nei loro territori sono stati istituiti due parchi nazionali dalla cui gestione gli indigeni sono esclusi.

Negli anni Ottanta, parte delle loro terre sono state trasformate in grandi fattorie irrigate e controllate dallo Stato. Successivamente, proprio il governo di Addis Abeba, ha iniziato a sfrattare le tribù per far spazio a piantagioni industriali di canna da zucchero, palma da olio, jatropha, cotone e mais. L’obiettivo è la produzione di biocarburanti destinati all'uso interno e all'esportazione.

"Se gli sfratti e la politica di villagizzazione, operati dalle autorità etiopi senza il consenso libero, prioritario e informato delle comunità coinvolte, non saranno fermati subito, potrebbe scoppiare una grave crisi umanitaria che tra la bassa valle dell’Omo, in Etiopia, e il lago Turkana, in Kenya, perché si comprometterà la sicurezza alimentare di almeno 500mila persone rimaste fino ad oggi largamente autosufficienti in uno degli ambienti più ostili e fragili del pianeta"

A mettere ulteriormente a rischio le popolazioni locali è Gilgel Gibe III. Questo sbarramento, alto 240 metri e lungo 630 metri, dovrà produrre, una volta realizzato, 6.500 Gwh all'anno. A nove anni dall'inizio dei lavori, è compiuta oltre metà dell’opera. L’impresa costruttrice è l’italiana Salini Impregilo e a finanziare il progetto è l’Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), ovvero la più grande banca cinese.

L'Italia NON pagherà alla Banca Mondiale la quota di sua competenza per finanziare il progetto della diga Gibe III. C'è da dire che il ministero degli esteri italiano non ha mai concesso alcun prestito al governo etiopico per la realizzazione della controversa diga sul fiume Omo. La cooperazione italiana non ha mai staccato il previsto assegno di 250 milioni di euro, a copertura parziale del miliardo e mezzo necessario per far sorgere lo sbarramento. Almeno in questo caso possiamo dire che l'Italia non è, e sarà, complice del disastro socio-ambientale che si sta attuando nella valle dell'Omo.

Ambizioni regionali. La diga è un tassello importantissimo della politica energetica nazionale di Addis Abeba. L’obiettivo è di raggiungere, sfruttando risorse rinnovabili come l’idroelettrico, un livello di produzione energetica tale non solo da soddisfare la domanda interna, ma anche di esportare parte dell’energia nei paesi confinanti. Risponde a questa esigenza anche la costruzione della Grande diga del millennio, sbarramento sul Nilo blu che ha portato negli anni scorsi a forti tensioni con l’Egitto, ora in parte rientrate grazie a un’intesa raggiunta la scorsa primavera. L’autosufficienza energetica garantirebbe entrate costanti all'Etiopia e rafforzerebbe il suo ruolo di potenza regionale.

La portata dell’Omo subirà una drastica riduzione. Il fenomeno interromperà il ciclo naturale delle esondazioni che periodicamente riversano acqua e humus nella valle alimentando le foreste e rendendo possibile l’agricoltura e la pastorizia nei terreni rivivificati dalla acque. Tutte le economie di sussistenza legate direttamente e indirettamente al fiume collasseranno compromettendo la sicurezza alimentare di almeno 200mila persone in Etiopia.

Gravissime saranno anche le ripercussioni sul lago Turkana del Kenya, che riceve più del 90% delle sue acque dal fiume Omo. Il drastico abbassamento del livello delle acque potrebbe compromettere irreversibilmente le possibilità di sostentamento di almeno altre 300mila persone.

Un deplorevole imbroglio. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro terre con la promessa che sarebbero stati spostati in villaggi di nuova costruzione più a valle. Quanto ai nuovi villaggi sono stati costruiti in una zona fangosa e isolata, con capanne di infima qualità.

La loro situazione è deplorevole e per l’assenza di latrine c’è una grande diffusione di malattie come diarrea emorragica e malaria. I servizi di base non sono disponibili. Ci vogliono due ore di cammino per trovare acqua da bere di pessima qualità e il presidio sanitario più vicino è a otto ore di marcia. I residenti dicono che il governo non permette loro di spostarsi.

Altre testimonianze parlano di corruzione, cattiva gestione dei fondi messi a disposizione per il programma, land grabbing e di conflitti inter etnici scatenati dal programma stesso.

In sintesi anche Human Rights Watch e International Rivers hanno di fatto confermato che la popolazione è stata ingannata

La valle dell'Omo


"NO allo sfruttamento dell'Africa da parte di multinazionali straniere con l'appoggio dei governi corrotti dell'Africa a discapito delle popolazioni locali"
Africa Libera


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venerdì 18 settembre 2015

Le Leggi Razziali di ieri e quel razzismo in salsa europea di oggi

Il 18 settembre 1938 a Trieste, in piazza Unità d'Italia, alla presenza di 200 mila persone, Benito Mussolini comunicava all'Italia e al mondo la promulgazione delle "Leggi Razziali". Una "vergogna" mai cancellata, una "vergogna" che non potrà mai più essere dimenticata.

Era un atto "imposto" all'Italia dall'alleato nazista "germanico" quel tale Hitler che sterminò sei milioni di persone in nome della "supremazia della razza", quella ariana. Un atto che comunque l'Italia tutta di quell'epoca "accettò" e purtroppo anche mise in pratica, provocando la segregazione, la deportazione e la morte di milioni di ebrei, e non solo degli ebrei.

Supremazia della razza che l'Europa, tutta l'Europa, mise in pratica già all'epoca dello schiavismo con la deportazione degli africani nelle americhe e poi con la conquista sistematica di tutta l'Africa e della sua colonizzazione con la scusa che le persone di colore, i neri, non erano abbastanza "intelligenti" e non avevano le "capacità" per gestire le loro immense risorse minerarie e naturali (teoria del razzismo scientifico).

Quella stessa Europa che:
  • Deportò gli africani rendendoli schiavi,
  • Schiavizzò l'intero continente africano per un secolo e mezzo,
  • Promulgò le leggi razziali provocando l'olocausto.
Oggi, quell'Europa lì vorrebbe dare lezioni di dignità, democrazia e di moralità al mondo intero.

Oggi l'intero continente europeo e pervaso dalla stessa puzza "razzista" di allora e di sempre:
  • In Italia si sente "puzza" di razzismo nelle parole di Matteo Salvini e dei suoi amici della "Lega Nord" e delle "destre" più estreme, quella stessa "puzza" di razzismo che si sente nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), luoghi di detenzione dove vengono rinchiuse, anche per mesi interi, persone che non hanno mai commesso reati e che hanno l'unica colpa di essere "senza documenti".
  • In Francia si sente "puzza" di razzismo nel partito xenofobo di Marine Le Pen e che raccoglie consensi sempre più importanti nella gente.
  • In Gran Bretagna si sente "puzza" di razzismo nelle idee di quel tale Nigel Farage alleato in Europa con quell'italianissimo movimento guidato da un "certo" Grillo parlante che tanto fa pensare alla favola di "Pinocchio".
  • La "puzza" diviene maleodorante quando penso a quei paesi dell'ex blocco sovietico che, dopo aver chiesto aiuto all'Europa per avere una vita migliore, ora si rifiutano di aiutare quella stessa Europa nell'accoglienza dei migranti che fuggono da guerre, dittature e gravi discriminazioni.
  • E poi quella "puzza" diventa insopportabile quando penso all'Ungheria, al momento la peggiore di tutti con i suoi fili spinati dove i bambini rimangono intrappolati, con le sue manganellate alle frontiere perfino alle donne e ai bambini, con i suoi campi di concentramento moderni che all'apparenza sono solo "luoghi di identificazione", con la sua nuova legge "razziale" che permette l'arresto a chi mette un piede sul sacro suolo ungherese senza essere invitato.
In Ungheria la xenofobia è al suo apice. Secondo gli ultimi sondaggi, infatti, per il 46% della popolazione adulta il governo non dovrebbe consentire l'ingresso ai richiedenti asilo. Si tratta del tasso più alto mai raggiunto da quando sono iniziate rilevazioni statistiche di questo tipo. Il numero rappresenta anche un significativo incremento rispetto allo scorso anno quando la percentuale di magiari intollerante nei confronti degli stranieri si attestava al 39%.

Cifre che, secondo gli analisti, confermano la tendenza estremista e xenofoba di buona parte della popolazione del Paese dell’Est. Recentemente, di fronte al dramma dei migranti che muoiono a migliaia tentando di attraversare il Mediterraneo, lo stesso primo ministro conservatore, Viktor Orban, aveva suggerito di internare i clandestini in campi di lavoro.

Ma che Europa è questa che da un lato vorrebbe respingere tutti i migranti che fuggono da guerre, carestie, situazioni di conflitto, e da dittature criminali, ma dall'altro permette la costruzione di moschee a chi distrugge Chiese nella mia Nigeria, da accoglienza a chi massacra i bambini e rapisce le donne.

Che lezioni posso avere io, africana, da questa Europa che ha reso schiava la mia Africa rubando per secoli le nostre ricchezze e adesso vorrebbe darmi lezioni di integrazione, democrazia e libertà.

Che lezioni posso avere io, africana integrata in Italia, da questa Italia che vorrebbe dimenticare per sempre quella data, il 18 settembre 1938, quando un certo fascista di nome Benito Mussolini annunciò al mondo la promulgazione delle "Leggi Razziali".

Che lezioni posso avere io, africana di Nigeria, ex schiava sessuale, da questa Europa che non sa imparare dal suo passato.



Il Razzismo non è solo odio e intolleranza verso il diverso, il Razzismo è nei pensieri e nelle parole di ognuno di noi, il Razzismo è negli sguardi e negli atteggiamenti verso chi ha un colore della pelle diversa dalla tua
Il Razzismo è soprattutto nell'indifferenza



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domenica 13 settembre 2015

Un posto per tornare per le "Ragazze di Benin City"

Le ragazze nigeriane che vengono trafficate in Italia sono di un altro mondo. Quando si accorgono che sono diventate "schiave" loro malgrado, hanno approcci psicologici diversi nei confronti della realtà in cui si trovano:
  • c'è quella che sopporta,
  • quella che accetta,
  • quella che reagisce,
  • quella che piange,
  • tutte hanno paura e si rendono conto di essere cadute in una "trappola" da cui non possono più uscire.
In molte pensano al suicidio, ma il suicidio è un atto grave nella loro cultura, e allora alla vergogna del suicidio, preferiscono la vergogna della "schiavitù".

Alcune di queste ragazze sono costrette a "tornare indietro". Nessuna torna indietro volontariamente, vengono semplicemente prese ai vari controlli di polizia e carabinieri, e quindi espulse e riportate in Nigeria, attraverso espulsioni e rimpatri forzosi. Ma per queste ragazze "tornare indietro" è ancora più drammatico che "essere schiave". Inizialmente quasi tutte vengono rifiutate dalla famiglia di origine perché anche per la famiglia è un affronto subito.

E allora si, molte ragazze che sono tornate indietro, al suicidio ci hanno pensato davvero, e sono morte. Dal 2008 però a Benin City c'è un posto, gestito anche grazie alla cooperazione italiana, che aiuta queste ragazze a superare il dramma della schiavitù in Italia e poi il dramma del ritorno coatto in Nigeria.
Un posto per tornare, la casa di accoglienza di Benin CityI loro nomi spesso contengono un messaggio di speranza, un affidarsi a Dio: Blessed (Benedetta), Faith (Fede), ma anche Joy, Destiny. Eppure le loro storie parlano dell'inferno.

L'inferno della tratta di esseri umani, di giovani donne, spesso poco più che bambine, comprate e vendute, sbattute in strada. Sono loro, adesso, a riempire con le loro voci squillanti, i colori accesi dei loro abiti e un’immancabile e simpatica confusione, le stanze ancora tutte nuove dello "shelter" inaugurato l’11 luglio del 2008 a Benin City.

È qualcosa di più di una casa di accoglienza, è un rifugio, e allo stesso tempo qualcosa di dirompente per il contesto di Benin City. È un luogo che dice che le ragazze possono tornare e devono essere accolte. Che quello della tratta non è un viaggio a senso unico. C’è, anche se raramente e spesso drammaticamente, un ritorno. È un luogo bello e difficile questo "shelter", perché dice quello che le parole sin qui non hanno detto o hanno detto molto poco, la tratta esiste.

Il potere simbolico, si sa, in Africa è molto forte. E questa è una casa di accoglienza per donne vittime della tratta, rimpatriate o espulse dall'Europa, specie dall'Italia. Costruita proprio nel cuore della città che ne alimenta più di qualsiasi altra il traffico (Benin City appunto), ha il sapore intenso di una sfida ai tabù, all'omertà, e anche alla paura.

Il progetto è stato realizzato soprattutto grazie alla cooperazione italiana e all'impegno di Suor Eugenia Bonetti, autrice di libri sulla violenza alle donne e fondatrice dell'Associazione "Slaves no More". Ci ha davvero creduto molto e non si è fermata di fronte agli ostacoli.

"Ci sono voluti quattro viaggi e una grande determinazione per realizzare questo progetto. Soprattutto c’è voluta la collaborazione di molti che hanno condiviso questo sogno". Donne che lottano con coraggio, tenacia e amore per altre donne. Sono le suore delle molte case di accoglienza che in Italia ospitano e aiutano queste giovani nigeriane.

Uno degli obiettivi fondamentali dello "shelter" è quello di accogliere temporaneamente le ragazze che rientrano per preparare adeguatamente il loro ritorno in famiglia. A questo scopo è fondamentale il lavoro che svolgono le suore nigeriane sul posto. "Loro stesse negli anni Novanta, hanno cominciato a rendersi conto del problema. Le abbiamo incitate in Italia, hanno visto con i loro occhi dove finivano le ragazze e si sono confrontate con le suore che lavorano qui da noi. Poi, hanno deciso di fare qualcosa"

Molte hanno disturbi mentali e alcune vengono rifiutate dalle famiglie. C’era bisogno di un luogo appropriato dove potessero stare per un po’ e che permettesse di accompagnarle nel modo più adeguato.

Il "Cosudow", il Comitato per il sostegno della dignità della donna, voluto dalla Conferenza delle religiose nigeriane, lavora con altre suore, sia a Benin City che a Lagos (dove le ragazze vengono rimpatriate), oltre che con due avvocati e molti volontari.

"Il nostro è un lavoro delicato e rischioso, perché da un lato, si tratta di ricostruire la vita e la dignità di persone fortemente traumatizzate, dall'altro, perché andiamo contro gli interessi di molti che sulla tratta hanno costruito un enorme business".

La realizzazione di questo "shelter" è un passo incoraggiante, innanzitutto perché è il frutto della collaborazione di più enti e istituzioni della Chiesa.
  • Il terreno è stato acquistato da Caritas Italiana,
  • la costruzione è stata realizzata grazie a un finanziamento della CEI (con fondi dell’8 per mille).
  • A ciò va aggiunto tutto il lavoro che è stato fatto sul posto dalle suore nigeriane, che non hanno mai smesso di accogliere le ragazze, di collaborare con le famiglie e di sensibilizzare la popolazione.
Ora, questo lavoro di network ha un nuovo fondamentale punto di riferimento. La Casa di accoglienza di Benin City prevede l’ospitalità per un numero massimo di 60 ragazze. Molte si trovano davvero in una situazione di emergenza. Anche quelle che rientrano volontariamente (pochissime in verità), grazie ai programmi dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), spesso hanno enormi problemi a reinserirsi.

Peggio ancora quelle espulse, che si ritrovano a casa loro senza un soldo e con addosso la vergogna di un fallimento. Non poche presentano problemi psicologici, alcune vere e proprie patologie. "Spesso vengono rifiutate dalle famiglie, non sanno dove andare, rischiano di finire nuovamente nelle mani di trafficanti o di persone senza scrupoli. Per questo hanno bisogno di una particolare protezione".

Tra gli ospiti dello shelter c’è Jody seguita da sister Florence come un’ombra. È da poco rientrata nel suo Paese, ma è come se fosse stata catapultata su un altro pianeta. È disorientata, un po’ assente. La sua famiglia, dice, è in un villaggio lì vicino, ma lei non può tornare. Abbassa gli occhi Jody, fatica a raccontare. I suoi genitori non si sa fino a che punto erano coscienti di quello che Jody faceva in Italia. Sta di fatto che per la famiglia di Jody significava un guadagno sicuro, ora invece è diventata solo un peso. Jody sta studiando, imparando a fare la sarta, e a cavarsela da sola. Almeno ora ha una casa. In futuro si vedrà.

La battaglia (persa) del governo. Non solo traffico di esseri umani verso l'Europa, ma anche un lucroso traffico di schiavi e schiave interno alla Nigeria.

Un gruppo di ragazze di intreccia reciprocamente i capelli. Lo spazio è un po’ angusto, manca luce, ma l’atmosfera non è cupa. Sono tutte giovanissime, hanno meno di vent'anni.

Una di loro cerca di mantenere un po’ d’ordine. Sono vittime della tratta queste ragazzine che imparano a fare le parrucchiere. Intercettate in Nigeria o nei Paesi limitrofi. La polizia le ha condotte in questo stabile, che somiglia un po’ a una casa di accoglienza, un po’ a una prigione. Si trova alla periferia di Lagos ed è stato aperto nel dicembre 2004, grazie alla collaborazione dei governi italiano e statunitense.

È gestito dalla National Agency for the Prohibition of Traffic in Persons and Other Related Matters, NAPTIP, l’agenzia del governo nigeriano che opera contro il traffico, interno ed esterno, di donne e di minori per scopi diversi: prostituzione, lavoro domestico, lavoro agricolo. Ha sei dipartimenti a Lagos, Benin City, Enugu e Sokoto. Lo scopo è quello di accogliere, reintegrare e riabilitare le vittime, dar loro assistenza legale e sensibilizzare la popolazione sul problema.

La grande sfida è quella di perseguire i trafficanti. Dai racconti delle ragazze emerge uno spaccato sul mondo della tratta e delle sue innumerevoli varianti: uno scandalo che non viaggia solo sulle rotte internazionali, ma che è innanzitutto interno alla Nigeria e riguarda i Paesi limitrofi. Una ragazzina dice che la mamma sta in Francia e lei stava cercando di raggiungerla.

Un’altra racconta di essere partita insieme a un gruppo di amici, senza sapere esattamente per dove. Non aveva niente con sé, solo i vestiti che portava addosso. Sono giovani, sprovvedute, sognatrici. Fuggono da situazione di miseria verso un vago miraggio, che spesso si trasforma in incubo. I responsabili del centro raccontano di un altro gruppo di ragazze molto giovani, tutte sono state trafficate all'interno del Paese, e portate a Lagos, la maggior parte per essere avviate alla prostituzione. Ci sono anche tre bambini trafficati in Nigeria dal vicino Benin per lavorare come domestici.

Il Naptip sta collaborando con l’ambasciata beninese per ricongiungerli alle loro famiglie. Spesso i genitori poverissimi e senza istruzione, e vengono facilmente aggirati e ingannati con promesse di soldi e d’istruzione per i loro figli, che invece si ritrovano rinchiusi dentro le case dei padroni in condizioni di vera e propria schiavitù.

"Da quando siamo aperti, abbiamo accolto circa 700 ragazzi e ragazze. A tutti viene offerta la possibilità di un periodo di riabilitazione e una breve formazione. Per le ragazze si tratta spesso di un corso per parrucchiera. Mediamente restano dalle due alle sei settimane. Chi rimane di più e perché in tribunale ha in corso un processo contro i trafficanti. Le sottoponiamo anche controlli medici. Se malate vengono trasferite al vicino reparto dell’ospedale militare"

Molte, specialmente quelle che rientrano dall'estero, sono sieropositive o con Aids conclamato, una malattia-tabù, da queste parti. Dalla struttura del Naptip le ragazze non possono uscire né ricevere visite, perché in passato si sono presentati trafficanti o madame, spacciandosi per i loro parenti. In Nigeria l’attività di investigazione e avvio di procedimenti penali contro i trafficanti è alquanto carente.

All'immigrazione non sempre operano persone preparate per questo lavoro e spesso c’è molta corruzione. Non è raro, poi, che le madame e i trafficanti corrompano i poliziotti per rimettere le mani sulle ragazze. Tornare alla normalità, insomma, non è affatto un gioco.

Ju Ju, le catene dell'occultoDiffuso in molte parti dell’Africa occidentale, il woodoo è uno dei modi, attraverso i quali la popolazione vive e interpreta la realtà visibile e invisibile in cui vive. Tra magia e stregoneria, riti di guarigione e riferimenti all'occulto, il woodoo permea e condiziona la vita della gente. Tutti ci credono fermamente, anche molti cristiani, sollevando il problema di un’evangelizzazione superficiale, ma anche di un’istruzione non adeguata, che possa contrastare pregiudizi e superstizioni.

Le ragazze che vengono trafficate in Italia passano (quasi) tutte attraverso un rito woodoo, che chiamano loro chiamano "Ju Ju"

Nei loro racconti parlano di luoghi "sacri" dove viene chiesto loro di consegnare alcuni indumenti intimi e parti del loro corpo (unghie, capelli, peli pubici e delle ascelle) che vengono mischiati con fluidi corporei (normalmente alcune gocce di sangue mestruale). Il babalau, lo stregone, esegue un rito, spesso facendo bere loro delle pozioni magiche che danno potere e incutono paura, oppure uccidendo una gallina e facendo bere alla ragazza il suo sangue ancora caldo, altre volte le ragazze hanno raccontato di essere state costrette a mangiare il cuore crudo.

Rito woodoo, Benin City
Devono giurare di non rivelare mai i nomi di coloro che le "aiuteranno" ad andare in Europa. Pena la cattiva sorte che si abbatterà su di loro e le loro famiglie. Il rito "Ju Ju" (altre volte chiamato Mami Wata) ha un grande potere sulle vittime, e rappresenta un forte vincolo, una catena psicologica, di cui i trafficanti si servono per controllare le ragazze, e che diventa una barriera difficilissima da superare per coloro che cercano di liberarle.

L’utilizzo dello "Ju Ju" serve in alcuni casi per confermare un contratto, che può avere anche una forma legale, e che si concretizza in ritorsioni economiche sulla famiglia (in genere l’esproprio della casa) - leggi di più -

Nei pressi di Benin City esistono numerosi "sanctuary" (case del woodoo). Uno dei più importanti è chiamato Adeswa House. Viene aperta due volte l’anno ed è il tempio di tutti gli dei. Le madame più potenti portano lì le loro ragazze per sottoporle ai riti e al giuramento.




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