lunedì 27 aprile 2015

Boko Haram in Camerun, drammatico resoconto delle violenze

Diocesi di Maroua-Mokolo, Camerun
Teschi umani per strada. Drammatico resoconto delle violenze di Boko Haram in una diocesi del Camerun "Ci sono oltre 70 mila sfollati, 2.000 bambini rapiti, ogni giorno i miliziani ci attaccano".

Tutto il mondo è abituato ad associare Boko Haram alla Nigeria. Il gruppo di terroristi islamici è nato nel paese più popoloso dell’Africa nel 2009 ma ormai non si limita più ad infestare il territorio nigeriano. "Ciò che è successo a Parigi durante gli attacchi a Charlie Hebdo noi lo sperimentiamo ogni giorno, eppure ancora nessuno nel mondo si accorge di noi". Così ha dichiarato ad Aid to the Church in Need il vescovo camerunense Bruno Ateba.

Bambini e bambine rapite
Duemila bambini e bambine rapite. Nel nord del Camerun, paese confinante con la Nigeria, solo dall'inizio del 2014, non meno di 2.000 bambini, bambine e ragazze sono state rapite da Boko Haram. Altri ragazzini, tra i 5 e i 15 anni, sono stati invece assoldati come "bambini soldato". Molti bambini vengono "venduti" dalle stesse famiglie in cambio di denaro.

IMAM sgozzati. Non solo la popolazione cristiana è stata colpita, ma anche molte moschee sono state bruciate e tanti Imam sono stati decapitati solamente perché si sono rifiutati di obbedire agli ordini dei Boko Haram. Inoltre, più di 110 scuole e 13 cliniche sono state chiuse a causa degli attacchi, molte stazioni di polizia sono andate distrutte.

Profughi nei pressi del lago Ciad
55.000 persone in fuga. I continui attentati hanno causato la fuga dai villaggi di 55 mila persone solo nella diocesi di Maroua-Mokolo. Di questi, alcuni provengono anche dalla Nigeria. Altre 22 mila persone, invece, vivono nascosti nella boscaglia e non vogliono fare ritorno alle loro case per paura di nuovi attacchi.

Teschi umani per strada. L’area più colpita è quella di Amchidé, dove l’intera comunità è fuggita. La cappella del luogo è stata bruciata e lungo le strade, secondo testimoni "giacciono teschi umani"

Ecco perché il vescovo camerunense Bruno Ateba lancia un appello "Abbiamo bisogno della vostra attenzione e delle vostre preghiere. Aiutateci a porre fine a questa brutalità senza nome, che sta distruggendo ogni speranza per il futuro per i giovani e vanificando gli sforzi per una civile convivenza tra cristiani e mussulmani nella regione".

Foresta di Sambisa. L’esercito del Camerun, insieme a quelli di altri paesi africani, combatte contro Boko Haram a fianco dei soldati nigeriani da febbraio, quando è stata lanciata un’offensiva nel nord della Nigeria per riconquistare le città occupate dai terroristi.

Decine di città sono state riprese, e da pochi giorni l’aviazione ha iniziato a bombardare la foresta di Sambisa, che si crede sia l’ultima roccaforte di Boko Haram. È in atto un'offensiva anche via terra nella foresta degli eserciti congiunti di Niger, Nigeria, Ciad e Camerun.

Nella foresta potrebbero anche essere tenute prigioniere molte delle oltre 2.000 ragazze rapite tra il 2014 e il 2015 e ancora nelle mani dei terroristi. Nella foresta di Sambisa potrebbero essere ancora tenute prigioniere anche le oltre 200 ragazze rapite a Chibok più di un anno fa.

Tuttavia è ancora presto per dire che Boko Haram è vinto, visto che già in passato città tornate all'esercito sono state poi di nuovo attaccate dai jihadisti. Boko Haram, inoltre, costretto ad abbandonare il territorio nigeriano sta compiendo incursioni sempre più frequenti sia in Niger che in Camerun e ha minacciato più volte anche "rappresaglie" in Ciad.


Link Utili



Articolo scritto e curato da


giovedì 23 aprile 2015

Non ho paura. L'Africa agli africani

Ho letto, visto, ascoltato tutte le vostre parole, le vostre discussioni, le possibili soluzioni .. Più di ottocento persone scomparse, morte in una volta sola in quel mare che non fa sconti, un mare grande e bellissimo ma anche brutale e spietato, un mare che quei poveretti sognavano chissà da quanto tempo.

Ho letto commenti "razzisti", indegni perfino di essere menzionati, ho ascoltato patetiche pseudo-soluzioni, ho visto il solito "me ne frego" di certa Europa. Ho perfino visto all'opera quegli ipocriti che tentano di sfruttare queste tragedie per puri calcoli "politici".

Venti anni fa la mafia nigeriana mi ha fatto venire in Italia, sono stata anch'io tra quei migranti e ogni volta che qualcuno muore in quel mare, mi sento morire un po' anch'io. Ma voi "occidentali" di sicuro non riuscirete mai a capire ciò che si prova, il perché, le paure, le sofferenze, le violenze, le settimane e i mesi del viaggio prima di arrivare in quel mare che può anche "ucciderti".

Ero immigrata, senza documenti, e voi "italiani" mi avete vista tante volte con abiti "succinti" nelle vostre strade di notte, di pomeriggio e di mattina, nelle feste e nei giorni non comandati, con il sole, con la pioggia e perfino con la neve. Ma voi con me non avete mai parlato di questa sofferenza che avevo dentro. Voi maschi italiani, sposati, fidanzati e perfino padri di famiglia sapevate solo chiedermi "quanto per una sveltina", o quanto per "culo e figa".

La Storia personale di Maris
Venti anni sono passati da quei tristi giorni per me, ma voi "occidentali" non siete cambiati, siete sempre gli stessi, vi pavoneggiate dall'alto delle vostre "dotte e infinite" discussioni sull'ospitalità, sull'accoglienza, sui respingimenti, su come contrastare i trafficanti di uomini, sui blocchi navali da fare o da non fare davanti alla Libia, su "mare nostrum" e su "triton", sulle colpe di questo o di quello, sulle mancate decisioni, e così via .. Parlate, parlate e parlate ancora di un problema che non capite, che tra qualche settimana avrete già dimenticato .. per poi ricordarvelo solo alla prossima tragedia.

Non riesco però a sopportare l’ipocrisia di chi si ingarbuglia in analisi ipocrite come la crisi libica, di chi cerca soluzioni palliative, di chi non riesce a vedere il problema vero, di chi immagina interventi effimeri o di facciata come il blocco navale, l’affondamento dei barconi. Soluzioni che potranno risolvere, forse, l'emergenza di pochi mesi, ma che non vanno a fondo del problema.

L'Africa agli africani, basta ipocrisie solo così gli africani la smetteranno di venire in massa nella "vostra" Europa.

Prima ci avete "rubato" i nostri giovani e le nostre ragazze, e ci avete venduti come schiavi nel "Nuovo Mondo".

Poi siete venuti da noi e ci avete "sottomessi" imponendoci le vostre leggi, le vostre religioni, le vostre lingue, e ci avete sfruttati portando via le nostre ricchezze (colonialismo).

Ci avete messi gli uni contro gli altri per i vostri interessi economici e politici. Avete creato e finanziato guerre e massacri, avete corrotto i nostri governi per mandarci le vostre multinazionali a rubare ancora le nostre ricchezze, i nostri diamanti, i nostri minerali preziosi, il nostro petrolio, rubate le nostre terre, inquinate i nostri fiumi e la nostra natura, distruggete le nostre foreste e uccidete la nostra preziosa fauna selvatica.

Per la vostra sete di ricchezza, avete ucciso i nostri figli, le nostre donne, i nostri ragazzi .. ma ora diciamo basta.

Non ne possiamo più
di vedere i nostri figli e figlie trattati come zimbello dei paesi che fino a ieri hanno fatto man bassa delle nostre materie prime.

Non ne possiamo più
di vedere i nostri figli e figlie essere cibo per i pesci del "mare nostrum".

Non ne possiamo più
di vedere morire di fame i nostri figli perché il già ricco occidente "depreda" le nostre ricchezze, inquina i nostri terreni agricoli e le nostre acque.

Non ne possiamo più
di questa Europa che prima ci ha reso schiavi e ora ci sfrutta, ma che continua a respingerci.

L’unica vera soluzione, che tutti conoscono, ma che nessuno osa nemmeno menzionare è la restituzione dell’Africa agli africani. Il solo deterrente efficace per non spingere milioni di bambini, donne e uomini ad abbandonare le loro case, le loro terre e le loro radici è di riconsegnare loro l’acqua, le piantagioni tradizionali, il petrolio, il gas, i diamanti, i minerali preziosi ed i metalli per le alte tecnologie. Per poter vivere del loro lavoro, delle loro risorse, senza dover scappare.

Quanto costerebbe tutto ciò alle multinazionali, ai fabbricanti di armi, all'economia mondiale? Non lo so, ma sarebbe giusto.

Via dall'Africa le multinazionali straniere che rubano all'Africa.
Via dall'Africa le multinazionali straniere che sfruttano l'Africa.
Via dall'Africa chi non ci rispetta, nessuno dovrà mai più rubare la nostra dignità.
"Africa Libera"



Articolo scritto da


martedì 21 aprile 2015

Samia, la mia dolce guerriera

Ci sono storie, storie di persone che ti restano addosso, le conosci e non le dimentichi più. Samia è stata la dolce guerriera, fragile ragazza in un mondo ostile, donna forte in un mondo maschilista, ma anche fragile fuscello in un mondo impietoso.

La storia di Samia, una ragazza che vive in un mondo di terrore ma che non ha paura, che corre veloce come il vento per raggiungere un sogno. La storia della giovane atleta somala che ha partecipato alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 e poi scomparsa nel Mediterraneo per raggiungere un sogno.

"Noi sappiamo che siamo diverse dalle altre atlete. Ma non vogliamo dimostrarlo. Facciamo del nostro meglio per sembrare come loro. Sappiamo di essere ben lontane da quelle che gareggiano qui, lo capiamo benissimo. Ma più di ogni altra cosa vorremmo dimostrare la nostra dignità e quella del nostro paese"



Samia Yusuf Omar arrivò a Pechino da Mogadiscio per partecipare alle Olimpiadi del 2008 a soli 17 anni. Nel 2012 muore tragicamente durante un viaggio verso Lampedusa, cercando di arrivare in Italia. Era il 2 aprile di quell'anno. Oggi è l’ennesima anima che viaggia senza aver realizzato il suo sogno.

Non si fece notare per il suo talento atletico, infatti segnò l’ultimo tempo di tutte le batterie, impiegando 32 secondi e 16 primi durante la gara di velocità dei 200 m. piani. Nonostante ciò, fu una delle ragazze più applaudite. Non era un’atleta professionista, ma la sua determinazione la porta a cercare di realizzare il suo sogno, arrivare in Europa e trovare un allenatore per poi partecipare alle Olimpiadi di Londra del 2012.

Fin da giovanissima, dopo la morte del padre, dovette occuparsi dei suoi cinque fratelli, dal momento che sua madre fu obbligata a trovarsi un lavoro. Samia iniziò ad appassionarsi all'atletica e alla corsa proprio in quel periodo, ma purtroppo viveva in un paese che non offriva aiuto e sostegno ai giovani atleti. I luoghi dove allenarsi erano infatti distrutti dalla guerra. Così iniziò a correre per la strada. Ma questo fatto non era ben visto dalla società in cui viveva.

"Tradizionalmente i somali considerano rovinate le ragazze che praticano sport, musica, che indossano abiti trasparenti o pantaloncini. Quindi sono stata messa sotto pressione". Era il maggio 2008 quando Samia riesce ad aggiudicarsi un posto nella squadra di atletica somala alle Olimpiadi cinesi.

"Non mi importa se vinco. Ma sono felice di rappresentare il mio paese in questo grande evento". Terminate le Olimpiadi tornò a casa. Nessuno sembrava essersi accorto di lei. I media somali non toccarono nemmeno la notizia. Magari fosse passata così inosservata perché il gruppo islamista al-Shabaab la minacciò nuovamente, come già aveva fatto in passato. La fecero vergognare di essere un’atleta e lei tornò a "nascondersi".

Solo nel luglio 2010 trovò un po’ di libertà nel trasferirsi in Etiopia, per cercare un allenatore; dall'Etiopia riuscì misteriosamente ad arrivare in Libia. Da li, il suo sogno, il suo pensiero fisso, era arrivare in Europa dove avrebbe potuto trovare qualcuno che l’avrebbe aiutata nel suo progetto. E ce la stava quasi per fare.

Il 2 aprile del 2012 riuscì a salire su un barcone di migranti. Il barcone naufragò e lei annegò a largo di Lampedusa. "Mi sarebbe piaciuto essere applaudita per aver vinto, e non perché avevo bisogno di incoraggiamento. Farò del mio meglio per non essere ultima, la prossima volta".

La prossima volta non c’è stata. Ma, Samia, sono sicura che adesso tu stia correndo così veloce tanto da sentirti libera anche dal desiderare di avere un allenatore che ti aiuti.

La Storia di Samia

Siamo al mare, in mezzo al mare, il mare di Sicilia al largo di Lampedusa, bellissimo mare ma che quando è grosso fa paura. Al largo in aprile, il mare è ancora quello dell'inverno, è mosso e molto freddo, onde come bocche di squali che sembrano mangiarti.

Schiuma bianca e fondo nero, ma lei è coraggiosa e non vuole avere paura. Sta a cavallo del parapetto della barca. Mariam, la sua compagna di viaggio, l'ha afferrata per la maglietta per tirarla dentro, ma Samia resiste, una gamba dentro e una fuori, e i suoi occhi che guardano quel mare che sembra non finire mai.


Il 2 aprile 2012, prime ore del mattino, intorno alle sei e un piccolo peschereccio che ha rotto il motore, partito due giorni prima dalla Libia. Trecento persone su un barcone in avaria, in balia delle onde, trecento anime che non arriveranno mai in Italia, tutte scomparse in quel mare bellissimo ma impietoso, e Samia era tra loro. Un sogno affondato in quel mare.

La storia di Samia è stata raccontata in un libro "Non dirmi che hai paura" e in una trasmissione di Rai3 "La Tredicesima ora" andata in onda nel 2014



Articolo scritto e curato da


venerdì 17 aprile 2015

Uccisi perché pregavano il Dio "sbagliato"

Condividi questa foto
In balia delle onde del mare, stipati su quel barcone, stavano pregando perché quel viaggio andasse a finire bene. Ed invece un altro gruppo di immigrati sentendoli pregare con tanta devozione hanno urlato che l'unico dio è "Allah", e così 12 cristiani sono stati gettati in mare solo perché stavano "pregando" un Dio che NON è Allah. Uccisi perché pregavano il Dio "sbagliato".

Per questo crimine sono stati arrestati 15 immigrati di nazionalità ivoriana, senegalese, maliana e della Guinea Bissau per omicidio plurimo, aggravato dall'odio religioso.

Durante la traversata, nigeriani e ghanesi, che erano in minoranza, sarebbero stati minacciati di essere abbandonati in acqua perché cristiani, da una quindicina di altri ''passeggeri''.

Dalle minacce i musulmani sarebbero passati all'azione gettando in acqua dodici nigeriani e ghanesi. La polizia dice che altri cristiani si sarebbero salvati ''perché si sono opposti strenuamente al tentativo di annegamento, in alcuni casi formando anche una vera e propria catena umana''.

Una notizia che mi indigna profondamente, non solo per il fatto in se, già gravissimo, ma anche per la "stupidità" di questa Italia che accoglie chiunque, perfino gli assassini che uccidono in nome di un Dio.

Io chiedo a questa Italia perché continua ad "accogliere" chi uccide i cristiani in tutto il mondo, continua ad accogliere chi distrugge le chiese, chi nella mia Nigeria rapisce ragazze, chi in Pakistan brucia vivi i ragazzini cristiani di 14 anni, chi in Iraq pratica lo stupro di gruppo su una ragazzina yazida di nove anni, chi disprezza le donne .. chi non si integrerà mai perché non vuole integrarsi.

Voi italiani "buonisti" (un po' cattolici e un po' comunisti) dite che queste "persone" fuggono dalle guerre, tutto vero, ma sono guerre che loro stessi hanno provocato. Non meritano di essere accolti, non così, non in questo modo.

Dite che è gente povera, però per pagare i "trafficanti di uomini" migliaia e migliaia di dollari i soldi li trovano. No, così non va .. non è questa l'Italia che sognavo. L'Italia delle "moschee" non è la mia Italia.

Non posso sopportare il terrorista "islamico" della porta accanto accolto in Italia con tutti gli onori dopo che nella mia Nigeria ha ucciso 15.000 cristiani in 6 anni. Che Italia è questa.

In ogni caso questo episodio getta una nuova ombra sulla pericolosità di certi "arrivi" e di certi "sbarchi".
(Maris)

Altri Articoli



Articolo curato da


giovedì 16 aprile 2015

Baby cercatori di diamanti della Sierra Leone

Premessa .. Guerra dei Diamanti Insanguinati della Sierra Leone (Guerra Civile 1991-2002).

La Sierra Leone fin dalla sua indipendenza dagli inglesi (1961), ha sempre attraversato momenti di turbolenza e di instabilità politica anche gravi come colpi di stato, una guerra civile e stati di emergenza che sono durati anche anni.

Agli inizi degli anni '90 i ribelli del RUF (Fronte Rivoluzionario Unito) si impossessarono delle miniere di diamanti del nord appoggiati dal dittatore liberiano Charles Taylor.

Il governo della Sierra Leone fu costretto ad intervenire militarmente chiedendo l'aiuto di altri Paesi africani. I ribelli intanto commettevano orrori e massacri ai danni della popolazione civile, villaggi bruciati, corpi appesi ai pali sulle strade di accesso ai villaggi, mani e braccia tagliate, stupri di massa ai danni delle donne e delle ragazze, reclutamento di bambini soldato .. e chi si salvava veniva costretto a lavorare nelle miniere dei diamanti, appunto diamanti insanguinati.

Per tutti questi crimini Charles Taylor è stato condannato al carcere a vita dal tribunale dell'Aja (Aprile 2012). È il primo ex-presidente di uno Stato Africano (Liberia) ancora in vita ad essere condannato per Crimini contro l'Umanità.

La vicenda della "Guerra dei Diamanti insanguinati della Sierra Leone" ha ispirato un film "Blood Diamonds" con Leonardo Di Caprio e uscito nel 2006.



A distanza di quasi 15 anni dalla fine di quella sanguinosa guerra, la Sierra Leone resta uno dei Paesi più poveri, e i ragazzi (spesso bambini) vanno (o sono costretti) a lavorare nelle miniere di diamanti invece che essere mandati a scuola.

Recentemente, alcuni ricercatori della International Human Rights, hanno visitato decine di città e villaggi minerari in Sierra Leone per documentare la situazione dei bambini minatori, e i loro risultati sono poco incoraggianti per i "diritti dei bambini"I minori e i giovani vivono in pessime condizioni di lavoro, continuamente esposti al rischio di incidenti e malattie, e ai pericoli di crollo delle stesse miniere.

Bambini costretti a portare sulla testa sacchi di 60 kg. Il dossier traccia un quadro terribile del lavoro in schiavitù, dove i bambini, alcuni perfino di 10 anni, sono costretti a trasportare sulla testa sacchi di ghiaia che pesano tra i 30 e i 60 chilogrammi, lavorando dall'alba al tramonto, senza cibo sufficiente né assistenza medica.

I giovani sono ormai quelli che portano i soldi a casa in molte famiglie povere. "Vengono incoraggiati dai genitori a scendere nelle miniere, e una volta che sono lì, diventa molto difficile convincerli ad uscirne definitivamente".

Baby cercatori di diamanti della Sierra Leone
La storia di Tamba, orfano di guerra, cercatore di diamanti a Koidu .. Tamba James, 15 anni, vive nella città orientale di Koidu, principale centro minerario di diamanti di questo paese dell’Africa occidentale. Racconta che lui e i suoi fratelli hanno perso entrambi i genitori nel conflitto. Non hanno nessuno a cui ricorrere per la loro sussistenza.

"Devo andare a lavorare in miniera perché è l’unico posto dove posso guadagnare soldi e quindi comprare da mangiare per me e per i miei due fratelliIl lavoro è difficile, dal trasporto della ghiaia a scavare la terra, al lavaggio delle attrezzature. Lavoro dal lunedì al sabato, tutte le settimane. Non è quello che ho scelto ma non ho alternativa”.

Comincia alle 6 di mattina e finisce alle 6 del pomeriggio, senza nessuna pausa. Ammette che il cibo è scarso e povero, e di non avere accesso a nessuna struttura medica. La paga giornaliera dei bambini minatori va dai 500 ai duemila Leones  (da 15 a 60 centesimi di dollaro Usa) al giorno. Ricevono promesse di bonus dopo un ritrovamento, ma la cifra che guadagnano dipende dai capricci del datore di lavoro.

Tamba e i compagni dicono di ricevere appena il denaro sufficiente per comprarsi CD, scarpe e vestiti, più qualche spicciolo che avanza da portare a casa. Loro però sperano sempre di riuscire a guadagnare un sacco di soldi da questo lavoro.

Si ignora il numero esatto di bambini minatori in Sierra Leone, ma si pensa sia dell’ordine delle migliaia, ed è in continuo aumento. L’IHR ha potuto vedere centinaia di cave nei distretti di Kono e Kenema ad est del paese, e dozzine di bambini tra i 10 e i 16 anni al lavoro. E malgrado molti di loro sperino di diventare ricchi, spesso finiscono per non guadagnare nulla e perdere tutto, la loro giovinezza, la loro energia, e l’educazione.

Il governo riconosce il problema sempre più grave dei bambini minatori e i problemi sociali che ne derivano, ma ribadisce che starebbe facendo del suo meglio per portarli fuori dalle miniere. Nel 2013 la Sierra Leone, ha trasformato in legge un decreto sui diritti delle donne e dell’infanzia, per impedire qualsiasi forma di abuso contro i bambini.

Ma sembra che la nuova legislazione sia di difficile applicazione. La povertà e la disoccupazione di massa sono cause fondamentali che spingono giovani e minori a lavorare in miniera.

I responsabili dei controlli vengono spesso corrotti dalle compagnie che gestiscono le miniere. Funzionari governativi che chiudono un occhio davanti all'uso e allo sfruttamento dei bambini. Uno dei problemi da risolvere è proprio quello dei bambini minatori, ma anche quello delle "royalties" delle compagnie minerarie, e la ricaduta economica di questa ricchezza nella popolazione locale.

Il governo fin'ora è stato il maggiore responsabile per non aver fornito opportunità educative a giovani e minori. Non ci sono servizi sociali nelle province rurali, scuole, servizi sanitari, e queste sono proprio alcune delle cause del lavoro giovanile nelle miniere, utilizzato come fonte di reddito familiare. Finché non ci saranno scuole, opportunità e finché l'unica alternativa economica è il lavoro nelle miniere il problema non sarà risolto.

Le leggi sulle miniere sono state finora inefficaci anche per la complicità tra i funzionari delle miniere e gli incaricati governativi che si lasciano corrompere dagli operatori minerari a causa dei bassi salari. Non è stata mai intrapresa nessuna azione legale contro chi recluta i minori per questo lavoro. Perciò, nonostante i controlli della task force, in futuro potrebbe non cambiare nulla, se il governo non adotterà le misure necessarie per affrontare di petto il problema, effettuando arresti e facendo chiudere le miniere di coloro che trasgrediscono la legge.

Nelle comunità mancano scuole e insegnanti preparati, i servizi sociali sono molto rari, e le famiglie non hanno le risorse per mandare i figli a scuola e l'attuale epidemia di ebola che da un anno sta devastando il paese, ha riportato la Sierra Leone indietro di almeno dieci anni.

Si dovrà ricostruire il tessuto sociale, riorganizzare il servizio sanitario e scolastico, riattivare il commercio e l'economia. Un compito arduo per un paese dell'Africa sud-occidentale che da decenni alterna periodi di guerra e tensioni sociali, con brevi periodi di pace.

Non solo la Sierra Leone .. Purtroppo lo sfruttamento dei bambini nelle miniere dell'Africa è un problema noto da sempre. La Sierra Leone è solo un esempio di ciò che accade per esempio nelle miniere dello Zimbabwe, in quelle della Repubblica Democratica del Congo, in Angola, e poi per sfruttare i bambini non ci sono solo le miniere di minerali preziosi e diamanti, ogni scusa è buona per sfruttare chi non ha nulla per poi dare di più a chi ha già tanto.

Miniera di diamanti nella regione di Kenema, in Sierra Leone

Questo articolo è stato scritto in occasione della
Giornata Mondiale contro la schiavitù infantile
16 aprile
La data della celebrazione della Giornata non è casuale. Coincide con l'uccisione di Iqbal Masih, un bambino pachistano cristiano di 12 anni, ucciso il 16 aprile 1995 dalle mafie tessili del suo paese perché ne aveva denunciato gli sfruttamenti.

La schiavitù infantile una piaga che coinvolge nel mondo più di 400 milioni di bambini soprattutto nei paesi più poveri. Stando ai dati diffusi dalle organizzazioni umanitarie, i bambini rappresentano più del 10% del potenziale di manodopera e apportano circa 13 miliardi di euro annuali al PIL mondiale, uno sfruttamento intollerabile.

"Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite"




Articolo scritto e curato da


martedì 14 aprile 2015

Nigeria, un anno fa il rapimento delle studentesse

Bring Back Our Girls .. Un anno fa, nella mia Nigeria, Boko Haram rapiva quasi 300 studentesse a Chibok, nel nord-est del paese. Tutte studentesse tra i 12 e i 17 anni, e ancora prigioniere, o forse uccise, nessuno sa dove siano.

Molte ipotesi sono state fatte, diventate schiave sessuali, costrette a sposarsi con gli stessi rapitori, vendute al mercato del sesso, torturate o uccise, oppure come è stato scritto anche qualche giorno fa su un'importante quotidiano nazionale, sepolte in fosse comuni quando erano ancora vive. O magari costrette a diventare delle kamikaze. La verità è che, quasi certamente, tutte queste ipotesi sono vere.

Oggi ricordiamo il sequestro di 276 ragazze da una scuola di Chibok avvenuto un anno fa, oggi è il momento di riflettere sul dolore e sulle sofferenze delle vittime, dei loro amici, delle loro mamme e delle loro famiglie. Del dolore del mondo, della crudeltà di questo Islam, della sofferenza della mia Nigeria.

Il regno del terrore di Boko Haram .. Secondo il rapporto di Amnesty International, pubblicato proprio in occasione del primo anniversario della scomparsa delle studentesse nigeriane, sono almeno 2.000 le donne e le bambine rapite dai jihadisti di Boko Haram dall'inizio del 2014, ridotte in schiavitù sessuale e addestrate a combattere. Basato su quasi 200 testimonianze oculari, tra cui quelle di 28 donne e bambine riuscite a fuggire ai loro sequestratori, il rapporto di Amnesty denuncia molteplici crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi dal gruppo armato, tra cui l'uccisione di almeno 5.500 civili nel nord-est della Nigeria a partire dal 2014.

Rivelati nuovi particolari sui metodi brutali usati da Boko Haram, uomini e bambini regolarmente arruolati a forza o sistematicamente uccisi. Donne e bambine rapite, imprigionate e in alcuni casi stuprate, costrette a sposarsi o a partecipare alle azioni armate, a volte contro i loro villaggi e le loro città.

Di solito, Boko Haram porta le donne e le bambine rapite nei suoi campi collocati in zone remote o in centri improvvisati di transito come quello istituito nella prigione di Ngoshe (nord-est Nigeria, Stato di Borno). Da qui, le vittime vengono spostate in città e villaggi e indottrinate sulla versione dell'Islam seguita dal gruppo armato, in vista del matrimonio.

Aisha, 19 anni, ha raccontato ad Amnesty International di essere stata rapita nel settembre 2014 durante una festa di matrimonio. Con lei sono state portate via sua sorella, la sposa e la sorella di quest'ultima. Boko Haram ha portato le quattro rapite in un campo a Gullak, nello stato di Adamawa, dove si trovava un altro centinaio di donne e bambine rapite. Una settimana dopo, la sposa e la sorella della sposa sono state costrette a sposare due combattenti. Aisha e le altre donne rapite sono state anche addestrate a combattere.

"Spiegano come usare le armi. A me hanno insegnato a sparare, a usare le bombe e ad attaccare i villaggi. L'addestramento è durato tre settimane, poi hanno iniziato a mandarci in azione. Io ho preso parte a un attacco contro il mio villaggio"

Durante i tre mesi di prigionia, Aisha è stata stuprata ripetutamente, talvolta da gruppi di sei combattenti. Ha visto uccidere oltre 50 persone, tra cui sua sorella.

"Alcune avevano rifiutato di convertirsi, altre di imparare a uccidere. Sono state sepolte in una fossa comune nella boscaglia. Hanno preso i loro corpi e li hanno gettati in una larga buca, però poco profonda. Io non la vedevo ma potevo sentire l'odore dei corpi in putrefazione"

Uccisioni di massa .. Dall'inizio del 2014, Amnesty International ha documentato almeno 300 raid e attacchi compiuti da Boko Haram contro i civili. Durante questi attacchi, dapprima i combattenti hanno dato l'assalto alle basi militari e alle stazioni di polizia saccheggiando armi e munizioni, poi si sono rivolti contro la popolazione civile uccidendo chiunque tentasse di fuggire, radunando ed eliminando tutti gli uomini in età da combattimento.

Il 14 dicembre 2014 Ahmed e Alhaji, 20 e 18 anni, erano seduti a terra con altri uomini in attesa di essere sgozzati. Boko Haram aveva appena preso la città di Madagali. Ahmed ha raccontato ad Amnesty International che l'istinto era quello di alzarsi e fuggire ma non poteva farlo. Si è salvato solo perché uno dei due boia ha dovuto fermarsi per affilare la lama del coltello.

"Erano in due a sgozzare coi coltelli. Eravamo seduti a terra aspettando il nostro turno. Prima di passare al nostro gruppo, avevano già ucciso 27 persone. Li contavo uno per uno per capire quando sarebbe stato il mio turno". Secondo la testimonianza di Ahmed, quel giorno Boko Haram ha ucciso almeno 100 uomini che avevano rifiutato di arruolarsi.

A Gwoza, il 6 agosto 2014, Boko Haram ha ucciso almeno 600 persone. I testimoni hanno riferito ad Amnesty International che chiunque cercasse di fuggire non aveva scampo. "Con le moto avevano circondato ogni isolato, ogni angolo di strada. Aspettavano lì e uccidevano. Colpivano solo gli uomini".

Migliaia di persone hanno cercato di fuggire sulle montagne ma i combattenti di Boko Haram li hanno inseguiti e stanati fuori dalle grotte coi gas lacrimogeni. Le donne sono state rapite, gli uomini uccisi.

Incendi e saccheggi, la strage di Baga .. Un massacro quando all'inizio di gennaio di quest'anno la città fu presa dai miliziani islamici, duemila persone ucciseTestimoni hanno riferito di strade piene di cadaveri e di persone arse vive nell'incendio delle abitazioni. Una donna ha raccontato che "I militari (esercito nigeriano ndr) si sono avvicinati al villaggio di Baga, stavano quasi per riprenderlo quando sono arretrati. Allora gli insorti hanno iniziato a uccidere la gente e a incendiare le case".

Almeno 5.900 strutture danneggiate o distrutte da Boko Haram invece in una città vicina, a Bama (circa il 70 per cento della città) prima e durante la sua ritirata, quando l'esercito, a marzo scorso, ne ha ripreso il controllo.

La vita sotto Boko Haram .. Appena conquistato un centro, il gruppo armato Boko Haram raduna la popolazione per annunciare le nuove regole sulla limitazione dei movimenti, in particolare delle donne. Molte famiglie si trovano così a dipendere dai bambini, che escono per cercare cibo, o dalle visite dei miliziani che passano a offrire cibo precedentemente saccheggiato altrove, e magari entrano anche in casa per stuprare le donne rimaste sole.

Boko Haram fa rispettare le sue regole con punizioni feroci. Chi non prende parte alle preghiere quotidiane rischia le frustate in pubblico. Una donna di Gamborou che ha trascorso cinque mesi sotto il controllo di Boko Haram ha dichiarato ad Amnesty International di aver visto una donna subire 30 frustate per aver venduto i vestiti dei suoi figli, e una coppia messa a morte in pubblico per adulterio.

Un quindicenne di Bama, graziato da Boko Haram a causa della sua disabilità, ha riferito di aver assistito a 10 lapidazioni. "Li lapidano a morte il venerdì. Radunano tutti i bambini chiedendogli di portare delle pietre. Ho partecipato alle lapidazioni. Scavano una fossa, obbligano la persona a infilarcisi dentro e poi la colpiscono alla testa con le pietre. Quando muore, lasciano lì le pietre fino a quando il corpo non va in putrefazione".

Il rapporto di Amnesty International (clicca qui per il download) descrive anche la crescente tensione tra i cristiani e i musulmani. Molti cristiani della Nigeria ritengono che i musulmani passino informazioni su di loro a Boko Haram o non condividano le notizie sugli attacchi imminenti. È così subentrato un clima di sospetto tra alcune comunità che in precedenza vivevano fianco a fianco in piena armonia. Boko Haram ha distrutto chiese e ucciso cristiani che rifiutavano di convertirsi all'Islam ma ha anche preso di mira musulmani moderati.

(Fonti e testimonianze Rapporto Amnesty "Il regno del terrore di Boko Haram")

Bring Back Our Girls
I primi 100 giorni
- Nostra Pubblicazione -

Quando i miliziani islamisti di Boko Haram rapirono le 276 liceali a Chibok, nel nord della Nigeria, le proteste esplosero in tutto il mondo, gli Stati Uniti offrirono il loro aiuto per ritrovarle, nacque l'hashtag #BringBackOurGirls. Era la notte del 14 aprile 2014. All'inizio di maggio, 57 studentesse riuscirono fortunosamente a scappare dalle mani dei loro aguzzini.

Poi più nulla, il mondo si dimenticò di loro, nonostante la mobilitazione di voci internazionali, da Michelle Obama a Malala, la buona notizia della liberazione sembra ancora lontana.
Ci si indigna solo al momento dell’emergenza. Si piange per un fatto di coscienza, non per un coinvolgimento reale. Terminate le lacrime, finito il pianto, si dimentica tutto e tutti dimenticano,
ma io no, io non dimentico.
I nostri articoli sull'orrore di Boko Haram in Nigeria
(Tutti gli articoli di seguito elencati sono contenuti anche nella nostra pubblicazione "Bring Back Our Girls, i primi cento giorni")


"La notte nera e la savana ci hanno aiutate. Ci hanno ingannate. Ci hanno fatto credere che fossero soldati, e quando abbiamo scoperto che erano ribelli era già troppo tardi. Erano in uniforme militare, dicevano di essere venuti a salvarci, quando finalmente abbiamo capito c'era rimasto poco da fare"
(Testimonianza di Amina e Thabita, due ragazze che sono riuscite a fuggire gettandosi dal camion dove furono costrette a salire)





Articolo curato da