venerdì 31 gennaio 2014

Jomo Kenyatta e l’Africa Orientale Britannica, oggi Kenya

Jomo Kenyatta e l’Africa Orientale Britannica, oggi Kenya

Jomo Kenyatta (1889-1978) è stato uno dei leader della lotta contro il dominio coloniale britannico e primo presidente del Kenya indipendente.

Era figlio di un contadino di etnia kikuyu, e da giovane girò il paese al seguito del nonno, uno stregone di villaggio. Frequentò una scuola missionaria, e grazie a una colletta raccolta dalla sua tribù poté in seguito pagarsi gli studi in Europa. Si laureò a Londra nel 1937, la sua tesi di laurea, "di fronte al Monte Kenya", che descriveva l'organizzazione tribale del popolo kikuyu, ebbe gli elogi del celebre etnologo e antropologo Bronislaw Malinowski.

Nel 1946 Kenyatta tornò in patria, iniziando una fervente attività indipendentista. Divenne leader del principale movimento politico nero, il Kenya African National Union (KANU), e fondò le prime scuole kikuyu indipendenti.

Attorno alla metà del XX secolo i giornali inglesi lo definivano "signore della morte". Alla testa della popolazione kikuyu spossessata delle terre, sosteneva la necessità di strapparle ai coloni bianchi. Il suo nome, che significa giavellotto fiammeggiante del Kenya, ispirò soprattutto la setta dei Mau-Mau che si scatenò in vere e proprie stragi.

Nel 1953, nel periodo dello stato d'emergenza dichiarato dall'amministrazione coloniale in risposta al sorgere del movimento dei Mau-Mau, Kenyatta fu incarcerato.

Nel 1959 fu liberato, tornando alla presidenza del KANU. Nel 1964, in concomitanza con l'indipendenza del Kenya, fu eletto primo presidente del paese e dichiarato Padre della Patria.

Al contrario del primo presidente della Tanzania Julius Nyerere, che appena salito al potere divenne un cacciatore di bianchi, Kenyatta intrattenne buoni rapporti con i britannici dopo l'indipendenza.

Il socialismo africano che egli sostenne aveva basi strettamente nazionali e non era legato ai movimenti panafricani a sfondo rivoluzionario. Anche le riforme da lui promosse furono attuate con estrema lentezza e prudenza per non urtare gli interessi dei bianchi e conservare al Paese i fortissimi aiuti britannici e americani.

Perciò l'ala più estremista del suo partito, guidata da Oginda Odinga, poi incarcerato, si costituì in partito nel 1966 rimproverando a Kenyatta di non aver risolto i profondi contrasti delle classi e delle tribù del Paese.

Una delle ultime riforme di Kenyatta presidente è stata l'istruzione pubblica gratuita.


giovedì 30 gennaio 2014

Istruzione e alfabetizzazione in Africa

Aula Scolastica a Benin City (Nigeria)
L'Unione dei Paesi Africani solo nel 1996 ha approvato una norma per l'obbligo scolastico universale in tutto il continente, sia per i bambini che per le bambine, ma tale norma è applicata in modo molto differenziato da un paese all'altro.

Dalla fine della colonizzazione le iscrizioni alla scuola primaria hanno registrato grandi progressi: il Nord-Africa è passato dal 62% di bambini iscritti al 94%, mentre i Paesi Sub-Sahariani sono passati dal 45% al 74% di bambini iscritti.

Scuola primaria. L'Unesco (statistica 2012) tuttavia registra enormi disparità tra un paese e l'altro. I peggiori in assoluto sono la Somalia (solo il 9% dei bambini frequenta la scuola), Gibuti (42%) e il Burkina Faso (46%). Poi ci sono 19 (su 54) paesi virtuosi che stanno recuperando anche con iscrizioni superiori al 100% del numero di bambini in età scolare, ovvero si iscrivono anche ragazzi più grandi o adulti, come l'Uganda dove la frequenza raggiunge il 141%, ma anche questo è un indice di un enorme ritardo da recuperare. Questi sono paesi che hanno conquistato un certo grado di stabilità politica e di libertà civili come per esempio Senegal, Sierra Leone, Ghana, Sudafrica, Costa d'Avorio, Namibia, Botswana.

Scuola secondaria. Mezzo secolo fa le iscrizioni alla scuola secondaria erano meno del 10%, attualmente questo dato si è triplicato, è comunque un dato sconfortante se si pensa anche alla dispersione scolastica molto elevata.

Vari paesi hanno sviluppato strategie diverse, ma resta il fatto che la scuola pubblica non è quasi mai gratuita, si pagano i libri, si paga la retta mensile, in alcuni casi le famiglie stesse devono provvedere allo stipendio degli insegnanti, e il costo della scuola è uno dei motivi che inducono le famiglie più povere a non mandare i bambini a scuola.

Le statistiche però non dicono tutto, fanno delle medie, e non spiegano diversità e situazioni:
- Popolazione urbana e popolazione rurale,
- La povertà, la denutrizione, le malattie,
- La situazione politica, la continua violazione dei diritti civili,
- I conflitti e le violenze.

Altre cause non secondarie di abbandono dell'obbligo scolastico sono anche la lontananza delle scuole dai villaggi più sperduti, la mancanza di mezzi di trasporto dedicati, collegamenti e strade non adeguate.

Disparità tra i bambini e le bambine. La cultura islamica, la cultura animista, un retaggio che si tramanda di generazione in generazione sono le cause principali di un diverso trattamento tra bambini e bambine.

Ma poi c'è la povertà, se le famiglie devono scegliere chi mandare a scuola, scelgono sempre i figli maschi. Le ragazze devono accudire alle faccende domestiche. Occorre inoltre ricordare che spesso le bambine a scuola subiscono vessazioni, abusi e violenze da parte dei compagni di classe, ma non solo dai compagni, spesso sono gli stessi insegnanti che approfittano delle bambine. E tutti questi abusi rimangono quasi sempre impuniti.

Speso le bambine sono costrette a seguire le lezioni in piedi e sedute sul pavimento, o portarsi la sedia da casa, servizi igienici che per le bambine sono all'esterno dell'edificio scolastico, mentre quelli dei maschietti sono all'interno.

Mancato stanziamento di fondi da parte degli Stati. Uno stanziamento di fondi a favore dell'istruzione non è la priorità in molti stati africani, una spesa che viene ritenuta improduttiva. Tutto ciò ha come conseguenza:
- Insegnanti impreparati,
- Edifici scolatici insufficienti se non addirittura assenti,
- Mancanza di materiale scolastico,
- Assenza di arredamenti adeguati, molte sono le classi senza sedie o banchi.
- Classi sovraffollate.

Scarsità di laureati. Le carenze endemiche del sistema scolastico africano fanno dell'Africa il continente con il più basso numero di laureati al mondo e i pochi che raggiungono la laurea sono costretti ad emigrare. Al contrario, l'Africa è il continente con il più alto numero di analfabeti totali.

Molto fanno per l'istruzione dei bambini e delle bambine in Africa, a volte più che gli stessi stati, le organizzazioni umanitarie, che riescono a garantire, attraverso le loro strutture la scolarizzazione anche nei luoghi più sperduti e nelle situazioni più difficili.

Il presente articolo fa parte della Campagna di Informazione sull'Istruzione delle bambine in Africa.

Il nostro album fotografico le
"Scuole in Africa"
- Guarda -

Sono stata fortunata perché ho potuto studiare


Articolo curato da

lunedì 27 gennaio 2014

Bambini prigionieri nelle carceri lager di Israele

Arresto indiscriminato di bambini
nei territori occupati da Israele
Se è giusto ricordare la "shoah", l'olocausto provocato dal nazismo dove morirono almeno sei milioni di ebrei, è altrettanto doveroso denunciare ciò che accade oggi nelle carceri israeliane dove bambini e donne sono incarcerati ingiustamente, senza processo e senza diritti.

Quello che sta facendo oggi Israele, in nome della sicurezza nazionale, con l'avallo complice degli Stati Uniti e di altri paesi amici, europei compresi, è esattamente la stessa identica cosa di ciò che ha fatto il nazismo nei confronti degli ebrei negli anni bui della seconda guerra mondiale. E ancora una volta il mondo intero sta chiudendo gli occhi di fronte all'olocausto palestinese.

La Palestina, in particolare la Striscia di Gaza, è essa stessa in grande campo di concentramento, un'intero popolo tenuto prigioniero da un popolo che si chiama Israele.

Sono molti gli orrori dell'occupazione israeliana della Palestina. Gli omicidi mirati, per esempio, una pratica che il governo israeliano condivide nel mondo con l'amministrazione USA, i clan mafiosi e i narcotrafficanti. Si tratta di sentenze di morte ed eseguite senza altra procedura che non sia quella di premere un grilletto, o sganciare una bomba, o spedire un aereo killer .. eventuali "effetti collaterali" giustificati anche quelli.

Bambini Prigionieri.
Ogni anno circa 700 bambini e adolescenti palestinesi vengono arrestati dall'esercito israeliano. I minori vengono interrogati in assenza di un avvocato e di un membro della famiglia. 

Un rapporto Unicef denuncia maltrattamenti "molto diffusi, sistematici e istituzionalizzati" cui sono sottoposti i minori palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane. A differenza dei loro omologhi israeliani, i bambini palestinesi non hanno diritto di essere accompagnati dai genitori durante un interrogatorio e sono raramente informati dei lori diritti.

Un recentissimo rapporto dell'Unicef, basato su oltre 400 casi documentati di detenzioni e maltrattamenti di giovani detenuti, mette in dubbio il livello di democrazia esistente in Israele.

Il rapporto conclude che: i "minori palestinesi che entrano in contatto con il sistema di detenzione militare israeliano sono sottoposti a maltrattamenti molto diffusi, sistematici e istituzionalizzati. Quanto descritto si basa sulle ripetute denunce avvenute nel corso degli ultimi dieci anni, sulle loro entità, fondatezza e persistenza" .. Tale conclusione è sostenuta anche dall'esame dei casi documentati attraverso un sistema di monitoraggio e reporting di gravi violazioni dei diritti dei bambini, così come dalle interviste condotte con avvocati israeliani e palestinesi e con bambini palestinesi.

Negli ultimi dieci anni circa 7.000 minori palestinesi di età compresa tra 12 e 17 anni sono stati arrestati, interrogati, perseguiti e incarcerati all'interno del sistema di giustizia militare israeliana. Una media di 700 bambini all'anno, due al giorno.

Descrizione tipica dell'arresto di un bambino. Una massiccia pattuglia di militari armati fino ai denti irrompe violentemente in casa nel cuore della notte svegliando tutti di soprassalto. Dopo una furiosa ricerca, spesso accompagnata da devastazioni di mobili e oggetti vari, il giovane sospetto è legato ai polsi e, gli occhi bendati, viene strappato terrorizzato alla sua famiglia. È molto giovane, spesso sui 14-16 anni di età. A volte qualcuno è arrestato nelle vie vicine a casa, nelle strade riservate ai coloni israeliani o ai posti di blocco dell'esercito israeliano all'interno della Cisgiordania.

Per alcuni dei bambini la scena è devastante, tra urla e minacce verbali, e membri della famiglia costretti a rimanere fuori casa in camicia da notte mente il giovane è portato via da casa con vaghe spiegazioni come "Viene con con noi lo portiamo più tardi", o semplicemente  che il giovane è "ricercato".

Raramente i parenti vengono informati su dove l'arrestato verrà portato, il motivo e fino a quando. Senza poter salutare i genitori né rivestirsi in modo adeguato, il bambino è caricato su una jeep, bendato, costretto a sedersi sul pavimento del veicolo e spesso colpito con calci e pugni mentre viene legato.

Il viaggio verso il luogo dell'interrogatorio può durare da un'ora a un'intera giornata e solitamente comprende delle soste in insediamenti colonici o basi militari dove il prigioniero (legato e bendato) può aspettare ore e ore o anche un giorno intero, senza cibo né acqua e senza accesso al bagno. Durante queste fermate intermedie molti bambini sono condotti davanti a personale medico che, rimosse le bende dagli occhi, magari rivolge qualche domanda sul loro stato di salute. Tuttavia, anche in presenza di evidenti segni di abusi, è molto raro che ricevano qualche attenzione medica.

L'interrogatorio. I luoghi più comuni per gli interrogatori dei bambini in Cisgiordania sono le stazioni di polizia negli insediamenti colonici di Gush Etzion e Ari'el, la prigione di Ofer e il Centro di Huwwara.

Nessun bambino è accompagnato da un avvocato o un familiare durante l'interrogatorio, nonostante l'articolo 37 comma 4 della Convenzione sui Diritti dell'Infanzia preveda che "Ogni bambino privato della sua libertà abbia diritto a rapido accesso ad assistenza legale o ogni altra assistenza adeguata". Nonostante quanto affermato dallo stesso art. 37, i bambini prigionieri raramente sono informati dei loro diritti, ed in particolare non sono informati sul loro diritto di non auto-accusarsi.

Non esiste alcuna supervisione indipendente del processo dell'interrogatorio che spesso assomma intimidazioni a minacce e violenze fisiche, con il chiaro intento di costringere il bambino a confessare. I piccoli detenuti durante l'interrogatorio sono legati, in alcuni casi alla sedia su cui siedono. Questa posizione viene fatta mantenere a forza, a volte per lunghi periodi di tempo, con conseguente dolore alle mani, schiena e gambe.

Alcuni bambini sono minacciati di morte, di violenza fisica, isolamento e abusi sessuali si di loro o sui membri della loro famiglia. Alla fine dell'interrogatorio la maggior parte dei bambini ammette la "colpa" che si solito è semplicemente "lancio di sassi o pietre", devono firmare un modulo scritto in lingua ebraica, lingua che i bambini palestinesi non conoscono.

I bambini poi sono rinchiusi in celle di isolamento per un periodo da due giorni e un mese prima dell'udienza e dopo la condanna. In queste celle, secondo il rapporto dell'Unicef, sono trattati in modo crudele e disumano. L'impatto negativo della pratica dell'isolamento sul benessere psicologico di un bambino è devastante.

La gran parte dei bambini palestinesi è incarcerata e torturata
solo per aver lanciato pietre e sassi contro i soldati israeliani
L'Udienza e la Sentenza. Dopo l'interrogatorio (e dopo un periodo di isolamento) il piccolo imputato è in genere condotto davanti ad un tribunale per l'udienza. Entra in aula con manette ai polsi, catene alle caviglie e indosso l'uniforme carceraria.

Tutto questo è in contrasto con le norme minime per il trattamento dei detenuti, che prevedono di non utilizzare catene e ceppi, mentre altre forme di contenzione devono essere utilizzate solo in determinate e limitate circostanze, e comunque non sui bambini.

Il giovane incontra per la prima volta il proprio avvocato nel tribunale militare  per i minorenni e la sua custodia cautelare può essere estesa, contrariamente a quanto rescritto dalle norme interazionali fino a 188 giorni .. e non esiste alcuna possibilità di rilascio su cauzione.

Non tutti gli avvocati difensori hanno un facile accesso alla necessaria documentazione militare e alla legislazione criminale di Israele poiché non sempre disponibile in lingua araba, come invece sarebbe richiesto dal diritto internazionale. Per questo motivo gli avvocati difensori palestinesi si trovano in netto svantaggio rispetto al procuratore israeliano che istituito l'accusa, con il rischio concreto di compromettere le possibilità di un bambino accusato di ricevere un processo equo.

Infine, arriva la punizione, di solito molto severa. Due delle carceri dove la maggior parte dei bambini palestinesi sconta la pena si trovano, in violazione della Convenzione di Ginevra, all'interno di Israele, il paese occupante. In termini pratici, questo fatto rende assai difficili, e in alcuni casi impossibili, le visite dei familiari a causa dei regolamenti che vietano ai palestinesi della Cisgiordania di viaggiare all'interno di Israele e del tempo necessario per rilasciare un permesso.

Secondo l'articolo 37 comma 3 della Convenzione sui Diritti dell'infanzia, un bambino "ha diritto di mantenere i contatti con la sua famiglia per mezzo di corrispondenza e di visite, tranne che in circostanze eccezionali". La carcerazione dei piccoli prigionieri in tribunali ha su di loro ovvi effetti deleteri nel lungo termine. Tagliando fuori un bambino dalla sua famiglia, a volte per mesi, la detenzione provoca un profondo stress emotivo, oltre a violare il diritto del giovane all'istruzione.

I piccoli palestinesi accusati di reati seguono un iter giudiziario molto diverso dai loro coetanei israeliani, compresi quelli residenti negli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Mentre i primi sono processati in tribunali militari ai sensi della legislazione militare israeliana, i secondi fruiscono del diritto penale e civile israeliano che naturalmente offre loro ben maggiori garanzie.


Il video che segue è una breve intervista a We'aam Ettammimy, un bambino di 12 anni, arrestato con tutta la famiglia per aver protestato contro i coloni israeliani che si erano impossessati della fonte d'acqua sulla terra di loro proprietà.
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Conclusione. Non è la prima volta che organismi internazionali denunciano il maltrattamento di bambini palestinesi detenuti dall'esercito israeliano. Preoccupazioni in merito erano state sollevate nel luglio 2012 dalla Commissione speciale delle Nazioni Unite sulle pratiche israeliane nei territori occupati .. "Secondo le testimonianze raccolte, Israele pratica l'isolamento nel 12% dei bambini detenuti".

La commissione speciale aveva anche messo in guardia su un modello di detenzione e maltrattamenti dei bambini di più vasta portata. "Testimoni hanno riferito alla Commissione che il maltrattamento dei bambini palestinesi inizia dal momento dell'arresto". Un gran numero sono sistematicamente imprigionati. Le abitazioni dei bambini sono circondate da soldati israeliani a tarda notte, "bombe sonore" sono fatte esplodere nelle abitazioni, le porte sono abbattute, vengono sparati colpi di armi da fuoco, nessun mandato viene mostrato ai residenti. I bambini sono legati, bendati e costretti all'interno dei veicoli militari. Tutto questo descritto nel rapporto dell'Unicef.

Un rapporto di Defence for Children International (DCI) dell'aprile 2012 dal titolo "Legati, bendati e Imprigionati" rileva come, su 311 testimonianze giurate raccolte tra il 2008 e il 2012, il 75% dei detenuti palestinesi dai 12 ai 17 anni hanno subito maltrattamenti durante l'arresto, gli interrogatori e la detenzione in attesa di giudizio.

Le autorità militari israeliane devono immediatamente adottare e far rispettare le raccomandazioni dell'Unicef. I bambini palestinesi prigionieri devono essere trattati in conformità con il diritto e gli standard internazionali, con divieto assoluto di tortura e di tutte le forme di altri maltrattamenti, senza eccezioni.

Il popolo israeliano si è dimenticato di essere stato vittima dei campi di sterminio nazisti e ora utilizza le sue prigioni-lager contro i bambini e le donne della Palestina, compiendo su quei bambini le stesse atrocità commesse dai nazisti.

Tutto questo avviene in un paese, Israele, dove i bambini sono considerati una fonte di gioia, in cui la preoccupazione per il loro benessere è la massima priorità. Tutto questo accade in un paese che si considera civile, è giunta l'ora che tutto il mondo civile (compresa l'America, strenuo difensore di uno stato razzista) si mobiliti, come sa e ha saputo mobilitarsi contro gli stati "canaglia" (vedi l'Iran, vedi l'Iraq di Saddam o l'Afghanistan dei talebani, la Libia di Gheddafi).

Perché tutto questo accade a poca distanza dalle stanze da letto dove dormono i vostri figli.
(articolo ricavato da fonti e documenti Unicef)


Altri articoli da leggere e bibliografia

Israele confisca l'89% delle risorse idriche a favore dei coloni dei territori palestinesi occupati.

Le Nazioni Unite hanno denunciato Israele per aver detenuto, imprigionato e torturato bambini palestinesi.

Drammatico dossier ONU sul trattamento dei bambini palestinesi trattenuti illegalmente nelle carceri israeliane.

Le donne palestinesi detenute in Israele ricevono un trattamento disumano, negate le cure mediche, rappresentanza legale e sono costrette a vivere in condizioni miserabili, compresa la condivisione della cella con topi e scarafaggi.




Articolo curato e scritto da

Le Stragi di Innocenti che nessuno Racconta
L'Olocausto nella Striscia di Gaza

Esempio di mirata e sistematica opera di sterminio del popolo Palestinese, l'olocausto nella Striscia di Gaza, bombardata con tonnellate di bombe e devastata da esecuzioni sommarie contro civili disarmati, distruzioni di edifici civili e di edifici dell'ONU tra cui scuole rifugio di bambini.

Dei corpi delle vittime rimase ben poco, liquefatte dall'utilizzo indiscriminate di bombe al fosforo bianco (vietate dal trattato di Ginevra 1980), le cui fiamme una volta a contatto con l'ossigeno dell'aria si sviluppano fino all'esaurimento del combustibile.

Era l'operazione militare "Piombo fuso" perpetrata dall'esercito sionista che toccò i vertici di una crudeltà inaudita. Iniziata il 27 dicembre 2008 e conclusa con l'opera di macelleria e massacro di 1.440 palestinesi tra cui 318 bambini e 111 donne (oltre 5.000 i feriti), il 18 gennaio 2009.

Tutto fu messo a tacere e nessuno ne parlò più.

- Video -

sabato 18 gennaio 2014

I Razzisti del Terzo Millennio. Sono ancora tra di noi

Anche lei era un'immigrata clandestina
ma poi si è perfino laureata (Informatica a Udine)
Maris Davis
Vedo, leggo, ascolto .. e vivo (sulla mia pelle) ogni giorno .. Il razzismo esiste, eccome se esiste. Razzismo, l'ultima risorsa di una destra sconfitta.

In Italia una destra estremista ridotta ai minimi termini in vista delle elezioni europee (e forse di quelle politiche) si sta riappropriando dell'unica "arma" che è capace di far funzionare, ovvero il populismo razzista. L'unica arma di una destra sconfitta.

Ma c'è qualcosa di più che va portato alla luce, si tratta di far affiorare i peggiori istinti della gente, il razzismo innanzitutto.

E gli immigrati, l'immigrazione in senso lato è il bersaglio. Umiliata e ridotta ai minimi termini dalle ultime elezioni politiche e regionali (vedi Friuli), massacrata da scandali interni (giunta regionale Piemonte, dove addirittura avrebbero governato illegalmente per 4 anni, vedi sentenza TAR) e da scivoloni giudiziari (vedi famiglia Bossi) .. in un paese civile e normale di "loro" non si dovrebbe nemmeno parlare più. Ma si sa l'Italia NON è un paese normale.

L'occupazione degli uffici del presidente del Senato pur di bloccare i lavori, mentre in aula si stava discutendo proprio di abolire il "Reato di Clandestinità", e poi l'incontro tra Marine Le Pen, leader di un partito xenofobo francese, e Matteo Salvini dimostra (se ce n'era bisogno), la deriva fascista della Lega Nord, ed infatti si sono già visti i primi autorevoli distinguo dentro la Lega Nord stessa - Vedi -

Si parla della Lega Nord, ma non solo, anche di tutta quella destra estremista, ormai ai margini della società, che per sopravvivere è disposta a tutto .. anche a fomentare l'odio razziale pur di sopravvivere.

Pubblicare sul "loro" quotidiano locale "La Padania" gli appuntamenti della ministra Cécile Kyenge è stata la dimostrazione che ormai la Lega Nord NON è più un partito, ma solo un movimento "razzista".

No al Reato di Clandestinità
Ma non solo di Lega Nord si deve parlare, perché anche Beppe Grillo si è cimentato nel poco onorevole sport dell'attacco agli immigrati. Prima ha detto Si al mantenimento del Reato di Clandestinità, contraddicendo i suoi stessi senatori, e poi esso stesso sconfessato con un referendum "farsa" dalla sua stessa base elettorale, e in questi giorni sta inondando il web con frasi del tipo "quanto ci costa l'immigrato", "all'immigrato le case popolari e all'italiano no", e via di questo passo. Il classico comportamento di chi, per nascondere una sconfitta, sposta l'attenzione dell'opinione pubblica e della sua base verso altri obiettivi da colpire .. e qual'è l'obiettivo che si presta di più a questo scopo? Il povero immigrato, ovviamente.

C'è gente che fa i conti di quanto costa il "business" dell'immigrazione allo stato italiano, ma poi non vuole abolire i C.I.E., veri è propri centri di potere politico ed economico. Basta pensare che ogni immigrato trattenuto in uno di questi centri costa allo Stato circa 3.500 euro al mese, che non vanno, beninteso, nelle tasche degli immigrati, ma servono per mantenere cooperative amiche, clientele politiche, affari personali e interessi privati e addirittura serve alla mafia (alimentando come è accaduto al CARA di Mineo un giro di prostituzione, coinvolgendo anche ragazze straniere minorenni).

Chiudere i C.I.E. NON è solo una questione economica, ma è soprattutto una questione umanitaria. Un immigrato può essere trattenuto fino a 18 mesi, trattenuto non perché abbia commesso chissà quale reato, ma solo perché è clandestino. Già per questo la Corte Europea dei diritti dell'Uomo ha condannato l'Italia - Vedi -

Insulti e attacchi alla ministra per l'integrazione
Insulti, intimidazioni, sit in di protesta, sono ormai una pratica quasi quotidiana contro Cécile Kyenge, offese che non vengono solo dalla base ma anche da illustri esponenti leghisti. Attacchi che arrivano sia dalla carta stampata che dal web.
  • Roberto Calderoli, Lega Nord (vice-presidente del Senato) "Quando la vedo non posso che pensare ad un orango".
  • Mario Borghezio, Lega Nord (eurodeputato) "Faccetta nera, non degna di essere considerata italiana e tanto meno abilitata ad occupare un posto di ministro".
  • Forza Nuova (nei manifesti e nei muri imbrattati) "L'Immigrazione uccide". E sempre da Forza Nuova arrivano anche i manichini insanguinati.
  • e poi il web pieno di frasi "ci rubano il lavoro", "gli assegnano le case popolari", "li pagano per restare in Italia", e così via.
Nessuno nasce razzista
Quello che mi preoccupa di più è la tanta disinformazione, che viene fatta circolare soprattutto sui social network, una vera e propria rincorsa all'insulto verso l'immigrato, verso i politici "antipatici", una vera e propria aggressione verso il "nemico".

Ormai il M5S e la Lega Nord hanno perso il contatto con le loro rispettive basi elettorali, e sono disposti a qualsiasi cosa e ad usare qualsiasi mezzo pur di non scomparire. Beppe Grillo un profeta di cui possiamo fare a meno, Matteo Salvini (nuovo segretario Lega Nord), razzista lo è sempre stato, e ora impegnato a salvare una barca che affonda.

Razzismo non è una parola astratta, è razzista anche colui che mente sapendo di mentire, che insulta sistematicamente l'avversario politico perché è senza argomenti per poterlo affrontare a viso aperto. Bugie, insulti, mezze verità, invettive sparate a raffica nel web a casaccio perché prima o poi, si sa, c'è sempre qualche idiota che prende per vero anche ciò che è del tutto falso.



Articolo curato e scritto da

Questa articolo fa parte delle nostre Campagne Informative e di sensibilizzazione. In questo caso in particolare sui temi del "Razzismo", del nostro No alla Bossi-Fini e del nostro No al Reato di Clandestinità

Altri nostri Articoli

L'Istruzione delle donne africane come motore di Sviluppo

Scuole in Africa
Il 16 gennaio la Farnesina ha ospitato la 4ª Conferenza della Fondazione Rita Levi-Montalcini Onlus: "L'istruzione delle donne africane, questione di genere e motore di sviluppo".

La conferenza organizzata dalla Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e dalla Fondazione Rita Levi Montalcini, ha visto la partecipazione del Vice Ministro degli Affari Esteri, Marta Dassù, del Ministro per l'integrazione Cécile Kyenge, del Direttore Generale della Cooperazione allo Sviluppo Giampaolo Cantini e di Piera Levi Montalcini, nipote della scienziata scomparsa.

In moltissimi Paesi dell'Africa, in particolare in quelli dell'Africa islamica e dell'Africa sub-sahariana, le bambine e le ragazze sono discriminate nell'accesso all'istruzione rispetto ai loro coetanei maschi. In Africa l'istruzione (anche quella primaria) è a pagamento e spesso le famiglie preferiscono "utilizzare" le ragazze nei lavori casalinghi o nell'attività familiare, e mandare a scuola solo i figli maschi.

E anche quando le ragazze frequentano le scuole trovano una situazione di svantaggio e di discriminazione di genere. Il diverso trattamento, anche in ambito scolastico, tra bambini e bambine è frutto di una tradizione e di una cultura settaria molto difficile da debellare. Questa situazione fa si che il 35% delle ragazze abbandonino gli studi, questa percentuale raggiunge anche il 60% in quei paesi, come il Malawi, dove è molto radicata la cultura animista, e dove la povertà e l'ignoranza sono molto diffuse.


Mediamente solo 3 bambine africane su 10 completa per intero l'iter scolastico e raggiunge il diploma della "Secondary School".

- Video -

Anche il presente articolo fa parte della nostra Campagna Informativa sulle Scuole in Africa e sull'istruzione delle Donne Africane.


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giovedì 16 gennaio 2014

L'Arte in movimento grazie alla tecnologia

L'Enigna della Bellezza.
Un bellissimo lavoro di Rino Stefano Tagliaferro che grazie alla tecnologia multimediale è riuscito a far "muovere" le opere d'arte. Il video è l'esempio di come un giorno non molto lontano sarà possibile vedere la "Gioconda" di Leonardo da Vinci camminare per strada, piuttosto che trovare la "Reclining Beauty" di Luis Ricardo Faiero dormire nel letto a fianco a noi, o magari immaginare di abbracciare "La Cigale" di Jules Joseph Lefevbre.


Sulla bellezza da sempre aleggiano le nubi del destino e del tempo divoratore. La bellezza è cantata, raffigurata e descritta fin dall'antichità come l'attimo fuggente della felicità e della pienezza della inesauribile, fin dall'inizio destinata ad un epilogo tragico e salvifico.
Il manifesto di Giuliano Corti
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lunedì 13 gennaio 2014

Origine e cause dei conflitti in Africa e le guerre dimenticate

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Il passato ed il presente ci hanno abituato a conflitti anche cruenti in Africa, spesso l'occidente li ha visti, e li vede, come semplici problemi interni, e che nulla avevano o hanno  a che fare con il dorato mondo civile.

Diritti umani, crimini di guerra e crimini contro l'umanità, eccidi, massacri, profughi, emigrazione, dittature cruente, tutto questo è il prodotto di secoli di sfruttamento dell'Africa da parte di potenze europee, e non solo europee.

È necessario distinguere però l'Africa mediterranea dall'Africa Sub-Sahariana. Se l'Africa mediterranea era conosciuta al mondo europeo fin dall'Impero Romano, tutta l'Africa al di sotto del deserto del Sahara era un continente del tutto sconosciuto. Infatti il deserto è rimasto una barriera invalicabile ai più fino al XIV secolo. Solo con la conquista araba dell'Africa mediterranea sono iniziati i primi commerci con le popolazioni dell'Africa che si trovavano al di sotto del deserto.

Con la scoperta dell'America sono poi iniziate le prime esplorazioni via nave, scoprendo così che per arrivare all'Africa continentale non era più necessario attraversare il deserto.

Ma il vero dramma dell'Africa è iniziato con la Conferenza di Berlino (1884-1885) quando le potenze europee di allora si sono spartite l'Africa, dando il via al processo di colonizzazione che si sarebbe concluso solo all'inizio degli anni sessanta. Un secolo che ha privato l'Africa, non solo delle sue risorse naturali, ma soprattutto ha privato l'Africa delle sue ricchezze naturali, culturali e politiche. Ha privato generazioni e generazioni di africani di vivere della loro identità culturale, obbligandoli a seguire religioni non loro, a parlare lingue non loro, imponendo la cultura europea, alimentando conflitti tribali, riducendo in schiavitù giovani, uomini, bambini e donne.

La fine della colonizzazione "politica" del continente africano non ha però fatto cessare l'influenza economica dell'Europa sull'Africa. Il petrolio, i minerali preziosi, i minerali rari, i diamanti, immensi territori da adibire ad agricoltura sono sempre sotto il controllo di multinazionali europee e compagnie straniere, con la complicità di governi e autorità locali. E così pur di sfruttare l'Africa il mondo intero non ha voluto e non vuole vedere il dolore di un intero continente, e continua ad appoggiare governi "criminali", dittatori e perfino assassini.

I fatti africani, anche attuali, appaiono ai più come dei semplici accadimenti senza senso, sconnessi tra di loro, frutto di una sovrastruttura selvaggia, atavicamente incline al caos della insignificanza. Occorre, invece, reinserire l'Africa nella storia dell'umanità ed analizzare i suoi fatti come pezzi del mosaico impazzito del disordine mondiale, dalle cause e dalle responsabilità ben identificabili.

Queste cause sono di natura storica, economica e geopolitica. Esistono anche cause endogene che non sono affatto riconducibili alla genetica (vedi tutte le teorie coloniali o tardo coloniali sull'incapacità intrinseca degli africani di autogestirsi e di forme di convenzione civile e la conseguente necessità di ri-colonizzare il continente). Esse trovano la loro genesi nelle modalità di ingresso dell'Africa nella modernità politica ed economica.

L'uso dell'etnia come strumento politico
L'appartenenza etnica, in se positiva in quanto luogo della manifestazione e della trasmissione dell'identità individuale e collettiva, diventa uno strumento di potere politico aizzato contro altri gruppi etnici rivali nella corsa per la conquista violenta del potere e della ricchezza.

Le rivalità etniche (che non sono monopolio esclusivo dell'Africa) sapientemente coltivate dal potere coloniale prima, e dai regimi totalitari poi, dovrebbero spingere gli africani a ridefinire in modo critico il concetto di stato-nazione che non può avere lo stesso significato che ha avuto nei paesi dell'Europa.

Esistono, o sono esistite, delle forme tradizionali per garantire la pace sociale e il consenso politico che, se riscoperte e rielaborate secondo le esigenze attuali, possono essere utili a prevenire i conflitti e a ritrovare la "cultura di pace" intrinseca in molte tradizioni culturali africane.

Lo smarrimento culturale e la modernità
Modernità imposta che gli africani hanno adottato senza assumerla e senza la volontà (o la capacità) di imprimergli una fisionomia conforme alle aspirazioni dei suoi popoli. Quest'Africa in bilico tra l'attrazione di una modernità "trappola" guidata dagli altri e un'identità violentata e lacerata, ma ancora viva e attuale, stenta a ritrovare una bussola culturale in grado di guidare il suo mutamento e la sua necessaria apertura al mondo.

La violenza che esprime è la spia di uno smarrimento profondo di natura prioritariamente culturale, ossia la tremenda e drammatica sovrapposizione tra il retaggio tradizionale e strutture moderne gestite con criteri anacronistici. Il continente africano è abbandonato oggi alla cieca violenza attuata con strumenti e armamenti moderni sulla base di strutture mentali di tipo tradizionale.

I conflitti sono il risultato del tradimento del "sole delle indipendenze" da parte della politica africana, colpevole di aver mancato alle attese e alle aspirazioni profonde dei popoli africani che, grazie alla lotta anti-coloniale, avevano sognato orizzonti di libertà, di partecipazione, di equità e di prosperità. Non solo i dirigenti africani si sono accontentati di scimmiottare le istituzioni occidentali applicate senza discernimento alla realtà africana. Troppo presto hanno dimenticato i loro popoli per mettersi al servizio degli interessi esterni e delle ambizioni personali (o del proprio clan) di ricchezza e di longevità politica.

La geopolitica del petrolio e delle ricchezze dell'Africa
Suddivisione del mondo al tempo della guerra fredda.
In verde i paesi africani, ex-colonie, considerate terre di conquista.
I conflitti in Africa nascono anche all'interno di un quadro geo-politico in pieno mutamento. Dal Congresso di Berlino, data di inizio della spartizione della torta coloniale, fino al "nuovo ordine mondiale" velleitariamente proclamato da George W. Bush all'inizio di questo millennio, passando attraverso la guerra fredda combattuta accanitamente in Africa (Corno d'Africa, Angola, Africa Australe, Africa occidentale, ecc..) con la sola costanza di aver trasformato l'intero continente africano in territorio di caccia degli appetiti insaziabili di espansione e di affermazione delle grandi e delle medie potenze. Il tutto attuato attraverso, potenti compagnie minerarie e petrolifere e multinazionali senza scrupoli.

Archiviata la guerra fredda l'Africa ha sognato di poter e di dover finalmente liberarsi dalla tutela obbligata dettata dal carattere bi-polare del mondo, delle potenze occidentali o di obbedienza sovietica. Il nuovo "ordine"  unipolare ha suscitato nuove linee di contrapposizione non più riconducibili alle ideologie ma alla contiguità di interessi economici che strumentalizzano la politica e gli interessi dei governi dei paesi ricchi.


Diamanti insanguinati della Sierra Leone
Potenti multinazionali, potentati economici mondiali che corrompono i governi locali africani e influenzano i governi dei paesi ricchi sui comportamenti politici da tenere con gli stati africani, e così sono stati sottovalutati conflitti cruenti, si è soprasseduto su massacri e crimini, si è fatto finta di non vedere tutto ciò che era scomodo far vedere al ricco occidenteAbbiamo così la geo-politica del petrolio, del diamante, dell'oro, di questo o quel minerale raro, e per il controllo di aree economicamente strategiche.

Alcuni paesi africani hanno perso la rendita geo-strategica del periodo della guerra fredda per diventare terreno di scontro in quanto detentori di preziose ricchezze economiche di importanza vitale per le multinazionali occidentali. Per conservare questi interessi, le potenze occidentali sono pronte a tutto, compresa la capacità di mantenere con la forza militare governi corrotti e repressivi (come il Togo e il Congo piuttosto che l'Eritrea e l'Etiopia) o poteri basati sull'egemonia etnica (Ruanda, Burundi, o il vecchio Sudafrica del'apartheid).

Conflitti che nascono e si sviluppano in un contesto economico globalizzato, con un unico ruolo assegnato all'Africa, quello di un immenso serbatoio di materie prime di tipo minerario e agricolo.


Guerre di sopravvivenza
La mancanza di prospettive economiche (tra il 1980 e il 1990, gli investimenti lordi in Africa hanno conosciuto un ribasso medio annuo del 4,3% e gli investimenti diretti stranieri si sono abbassati dal 25 al 19% durante gli anni '80) e il conseguente abbassamento del livello di vita che genera, rappresentano gravi fattori di instabilità che espongono le popolazioni, soprattutto quelle giovani colpite duramente dalla disoccupazione, ad ogni tipo di strumentalizzazione politica, anche nelle forme più violente della lotta armata.

Un contesto economico all'interno del quale il debito dei paesi africani costituisce un macigno sulla vita delle popolazioni e una fonte permanente di instabilità politica e sociale, terreno privilegiato da dove nascono frustrazioni e rivalità tra gruppi etnici e politici. Il conflitto armato spesso nasconde uno scontro di sopravvivenza, una lotta a morte per resistere alla crisi.

Tutto questo è la vera guerra d'Africa che miete milioni di vittime silenziose. Guerra sulla quale, invece, vige la legge del silenzio intriso di cattiva coscienza e di rimozione collettiva da parte della stampa e dell'opinione pubblica. Occorre ribadire che le guerre che si scatenano nelle periferie del mondo sono la piccola spia pericolosa di un disordine e di una violenza che rischia di allungarsi a tutto il pianeta.

E sotto questo profilo, le guerre d'Africa sono guerre di tutti, vissute drammaticamente dagli africani, ma corresponsabili delle cause che le scatenano sono tutti i meccanismi che uccidono la speranza di milioni di persone e soffocano la giustizia e la solidarietà. E su questi meccanismi è possibile agire come cittadini e come donne e uomini sensibili al futuro dell'umanità.

Tipi di guerre africane
Non tutte le guerre africane sono uguali. Per capirne meglio le cause potremmo distinguerle in:
  • Conflitti inter-statali. Scoppiati per lo più sino alla fine degli anni '80, che si limitavano a rivendicazioni di rettifica delle frontiere. Tutti questi conflitti non sono sfociati in scontri armati anche se, ciclicamente, la minaccia del ricorso alle armi torna prepotentemente a farsi sentire, come succede oggi, per esempio tra Eritrea ed Etiopia. A questo tipo di conflitti appartengono anche quelli tra Benin e Niger, per la frontiera lungo il fiume. Egitto e Sudan con il primo che reclama il cuneo di Wadi Halfa e il tringolo Jabel-Bartaziga-Korosko. Somalia e Etiopia per la regione di Hawd e dell'Ogaden. Monzambico e e Malawi che si contendono la riva paludosa est del lago Chilwa, e moltissimi altri conflitti.
  • Conflitti di natura secessionista. Dove le frontiere coloniali sono state contestate dall'interno di una stessa nazione (Katanga nell'ex Congo Belga, Biafra in Nigeria) oppure ribellioni interne (Casamance in Senegal, ribellione dei Tuareg nel Mali e nel Niger, Comore in Anjouan, la regione del Kiwu nel conflitto congolese). Il Sud Sudan è l'esempio più recente di questo tipo di conflitto, dopo anni di combattimenti ha ottenuto l'indipendenza dal Sudan.
  • Conflitti etnici. Aggravati con la fine della guerra fredda e guidata da gruppi etnici, non di rado marginalizzati dai poteri politici, che si ribellano in nome di una identità etnica a torto o a ragione giudicata minacciata (Ruanda e Burundi con il conflitto tra tutsi e hutu. La guerra nell'est della Repubblica Democratica del Congo. La Liberia e la Sierra Leone. Angola ed ex Congo-Brazaville).
  • Fattori politici (il fallimento della decolonizzazione e del processo democratico). Da inquadrare tra i fattori politici anche tutte le ribellioni della così detta "Primavera Araba" che ha coinvolto quasi tutti i paesi africani che si affacciano sul mediterraneo. Paesi fino a quel momento governati da pesanti dittature islamiche.
  • Fattori regionali (la vicinanza dell'Angola con la possibilità per i vari gruppi in conflitto di stringere alleanze con il governo di Luanda e con la ribellione dell'Unita rimasta fedele al precedente presidente). Fattori personali, molto difficili da cogliere per gli osservatori esterni al continente, riconducibili alle personalità e alle storie dei protagonisti che regolano sulla pelle dei loro concittadini i conti delle loro rivalità e ambizioni (è certamente il caso di Sassou Ngauesso e Pascal Lissouba in Congo, di Edoardo Santos e Jonas Savimbi in Angola, e altri ancora).
  • Conflitti religiosi. Dopo l'11 settembre, ma soprattutto con l'intervento occidentale nelle guerre di Afghanistan e Iraq, sono riemerse le profonde divisioni religiose presenti in Africa, aggravando, anche le contrapposizioni etniche. I mussulmani, i Cristiani e la cultura animista che spesso si sovrapponevano e convivevano, ora l'integralismo islamico li ha di nuovo divisi. Si pensi al conflitto della Repubblica Centrafricana (gruppi islamici di Seleka e il colpo di stato del marzo 2013), al Mali (integralisti islamici che hanno imposto la legge islamica nel nord risolto con l'intervento francese), oppure in Nigeria (dove il gruppo integralista di Boko-Haram uccide e massacra i cristiani per liberare il nord Nigeria ormai da diversi anni con l'intento di creare uno stato islamico), alla Somalia (dove l'Islam integralista vuole imporre la legge islamica), e i gruppi Tuareg integralisti che operano nel deserto e sempre pronti a mettersi a disposizione di chiunque voglia dichiarare una "guerra santa" in Africa.
Si assiste sempre di più ad una miscela esplosiva di tutti questi fattori che non agiscono sempre singolarmente, ma che si scatenano e si alimentano reciprocamente. Non di rado, un conflitto iniziato con la motivazione politica (per esempio la contestazione di un risultato elettorale) può degenerare in conflitto etnico con risvolti economici.

Attuali conflitti dell'Africa
Sono conflitti gravi tutti alimentati da motivazioni religiose o etniche, con il sottofondo del controllo delle risorse del minerarie o petrolifere, infatti questi sono tutti paesi ricchi di petrolio o minerali preziosi.
  • Sud Sudan .. È il paese più giovane del mondo, diventato indipendente dopo la separazione dal Sudan nel 2011. Solo un anno dopo iniziò una sanguinosa guerra civile tra le etnie Dinka e Nuer per la conquista del poter e per il controllo dei giacimenti di petrolio della regione meridionale del paese. Un guerra civile che ha provocato migliaia di profughi e più 12.000 bambini soldato. Articoli Sud Sudan: "Tra guerra civile e catastrofe umanitaria", "Migliaia in fuga dalla guerra", "Tra violenze, esodo di massa e prostituzione minorile".
  • Libia .. L'intervento aereo della coalizione occidentale nel 2011 con i bombardamenti ha favorito la fine della caduta del regime pluridecennale di Gheddafi, ma ha anche favorito la contrapposizione tra le decine di tribù ed etnie presenti nel paese. Attualmente il paese è percorso da violenze e attentati. Si ritrova con due governi e due parlamenti e con lo "Stato Islamico" dei miliziani dell'ISIS che occupano una buona parte delle regioni nord-orientali.
  • Darfur .. Un conflitto ventennale che ha dilaniato le regioni sud-occidentali del Sudan e provocato una crisi umanitaria senza precedenti e mai risolta. Un vero e proprio genocidio che si è consumato nell'indifferenza del mondo. Articoli Darfur: "Trecentomila sfollati in sei mesi", "Oltre 300mila morti e nessun colpevole".
  • Repubblica Centrafricana .. È uno dei paesi più poveri del mondo dove coabitano cristiani (la maggioranza) e mussulmani sempre contrapposti tra loro. Nel marzo del 2013 le milizie islamiche Seleka attuano un colpo di stato prendendo il potere ed iniziano a massacrare la popolazione cristiana. Inizia così un periodo di violenze indicibili su base religiosa che l'ONU ha definito "quasi genocidio". L'intervento della Comunità Europea con forze militari e poi dell'ONU pongono fine ai massacri dei civili. Da alcuni mesi la situazione sembra sotto controllo. Articoli Repubblica Centrafricana: "Crimini spaventosi e il mondo sta a guardare", "I bambini dimenticati della Repubblica Centrafricana", "È genocidio e nessuno ne parla".
  • Nigeria .. Dal 2009 la popolazione cristiana del nord della Nigeria è presa di mira dalle milizie islamiche Boko Haram che in quei luoghi vogliono instaurare uno Stato Islamico. Attentati, attacchi a luoghi di culto cristiani, massacri di studenti nelle scuole e nei villaggi cristiani, e poi rapimenti di ragazze da vendere come schiave. Tutti crimini che passano quasi inosservati all'opinione pubblica mondiale e nei mass-media internazionali. Articoli: "Nigeria, una strage continua", "La strage di Baga", "Le ragazze rapite da Boko Haram raccontano".
  • Repubblica Democratica del Congo .. Nella regione mineraria del Kiwu, nel nord-est del paese, è da decenni in atto un conflitto tra le milizie M23 e l'esercito regolare, per il controllo delle miniere di diamanti e minerali preziosi, tra i quali il coltan, minerale necessario per il funzionamento dei cellulari. Nel 2013  l'ONU ha denunciato stupri di massa e orrori di ogni genere. Articoli Repubblica Democratica del Congo: "Orrori e stupri di massa".
  • Somalia .. Dall'inizio degli anni '90 la Somalia è dilaniata da una sanguinosa guerra civile. I vari governi "ufficiali" sono sempre avversati dalle "Corti Islamiche" e dalle milizie di "al-Shabaab" di matrice integralista islamica (gli stessi degli attentati in Kenia).
  • Mali .. Nel 2012, dopo un tentativo di colpo di stato, milizie islamiche impongo la Sharia e attuano una serie di violenze contro la popolazione civile. Solo con l'intervento militare della Francia nel 2013 la situazione si risolve, ma le tensioni nelle regioni del nord del paese continuano ancora e non sono rari i casi di violenze ai danni della popolazione civile. Articoli Mali: "Il dramma degli ex-bambini soldato".
  • Eritrea .. È considerato un vero e proprio lager a cielo aperto, dove i giovani sono reclutati nell'esercito già a 16 - 17 anni. Costretti a lavorare per il governo praticamente a vita, insomma diventano veri e propri schiavi. Oppositori incarcerati anche per futili motivi. Le organizzazioni umanitarie calcolano che almeno tremila persone ogni mese fuggano dall'Eritrea. Articoli Eritrea: "In fuga dall'orrore".
Dittature e regimi totalitari dell'Africa
Dei 54 Paesi che compongono l'Africa più della metà sono governi dittatoriali, alcuni sono regimi morbidi, altri al contrario veri e propri regimi totalitari cruenti. Tiranni che governano paesi spesso ricchissimi di materie prime e i cui guadagni vengono ripartiti tra una ristretta classe di funzionari corrotti.

Governi che fanno affari con i ricchi governi occidentali incuranti dei diritti umani che in quei paesi vengono costantemente violati, e dei crimini che tutti i giorni quelle popolazioni sono costrette a subire.

Tralasciando i paesi dell'Africa mediterranea, per esempio la Libia dove Gheddafi (al potere dal 1969 al 2011) o l'Egitto di Mubarak (rimasto al potere per 30 anni dal 1981 al 2011), e dove negli ultimi due anni ci sono state profonde trasformazioni politiche (Primavera Araba)nell'Africa continentale ci sono almeno un'altra decina di regimi totalitari in mano a dinastie familiari che governano con pugno di ferro pur di non perdere la loro prerogativa di potere. Paesi che però al mondo occidentale risultano pacificati, e per questo nessuno se ne interessa, o giudicando i crimini che avvengono solo come semplici problemi interni a quel paese.

Questi attualmente i regimi africani più longevi:
  1. Gabon - la dinastia dei Bongo è al potere da 46 anni.
  2. Zimbadwe - Robert Mugabe presidente dal 1980 (la sua presidenza è anche chiamata il "Regno del Terrore")
  3. Guinea Equatoriale - Teodoro Obiang Nguema, al potere dal 1979 (Si stima che il suo patrimonio personale si aggiri intorno ai 600 milioni di dollari, la rivista Forbes lo colloca all'ottavo posto tra i governanti più ricchi del mondo).
  4. Angola - José Eduardo dos Santos, al potere ininterrottamente dal 1979. Diventò presidente dopo la morte di Agostinho Neto, colui che conquistò l'indipendenza dal Portogallo, considerato un eroe nazionale. Santos, dopo aver appoggiato la rivoluzione d'UNITA (di matrice marxista), una volta al potere si è avvicinato invece sempre di più alle posizione dell'America, della Gran Bretagna e del Portogallo. Tra il 1997 e il 2002 la controffensiva governativa contro i ribelli dell'UNITA provocò un milione e mezzo di morti.
  5. Camerun - Paul Biya, presidente dal 1982 (considerato un presidente lontano dalla gente, tutti i suoi oppositori vengono sistematicamente emarginati dalla società civile).
  6. Uganda - Yoweri Museweni, presidente dal 1986 (la sua presidenza è caratterizzata da continui conflitti con i paesi vicini, Rwanda, Sudan, Repubblica Democratica del Congo. Alla fine degli anni '80 intraprese una sanguinosa guerra civile contro il gruppo armato Lord's Resistance Army comandate dal generale Joseph Kony e che provocò 800 mila profughi e 500 mila vittime civili, Joseph Kony fu in seguito condannato per crimini di guerra e contro l'umanità).
  7. Burkina Faso - Blaise Campaoré, presidente dal 1987 (ha instaurato un regime di tipo marxista stretto e si dice che egli stesso abbia ucciso il suo predecessore Thomas Sankara che aveva portato il paese fuori dalla crisi economica e avviato una profonda trasformazione in senso democratico. Il Burkina Faso è ora uno dei paesi più poveri del mondo). Alla fine di ottobre del 2014 dopo imponenti manifestazioni popolari l'esercito prende il potere e Blaise Campaoré è costretto alla fuga, mettendo così fine a 27 di regime totalitario - News - Leggi anche "La rivincita della felicità".
  8. Sudan - Omar Hassan al Bashir, presidente dal 1989 (islamico, ha provocato il conflitto del Darfur, ancora in corso, per il quale è già stato condannato per genocidio e crimini contro l'umanità, ha poi intrapreso una lotta di religione armata contro il Sud Sudan in prevalenza cristiano. Sud Sudan che ha ottenuto l'indipendenza nel 2012).
  9. Ciad - Idris Débby, presidente dal 1990 (il paese è attraversato da continue tensioni e tentativi di colpi di stato sempre risolti anche per l'appoggio delle truppe francesi. Paese ricco di petrolio, Débby è accusato di trattenere per se i proventi derivanti dall'estrazione che si calcola ammontino a 486 milioni di dollari).
  10. Etiopia - Meles Zenawi presidente dal 1991 fino alla sua morte avvenuta nel 2012 (il suo è considerato uno dei regimi più cruenti in assoluto, dove la violazione dei diritti umani era la norma. Attualmente l'Etiopia è governata da colui che fu il suo vice Haile Mariam Desalegn, e quindi nulla cambia dal punto di vista delle libertà personali e degli affari da fare con i governi occidentali).
  11. Swaziland - monarchia assoluta dinastia Mswati al potere dall'indipendenza (1968) (l'attuale re Mwati III si sceglie una moglie all'anno durante una cerimonia a cui partecipano circa 50 mila ragazze provenienti anche da molti altri paesi africani, i suoi sudditi vivono con meno di un dollaro di reddito al mese).
Riepilogando
Africa Freedom Sub-Sahara
Paesi africani nei quali i diritti civili e politici sono del tutto o fortemente limitati: Guinea, Guinea Equatoriale, Costa d'Avorio, Camerun, Ciad, Sudan, Sud Sudan, Eritrea, Etiopia, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Rwanda, Angola, Zimdabwe, Swaziland.

Paesi africani nei quali i diritti civili e politici sono parzialmente limitati: Gambia, Mauritania, Sierra Leone, Liberia, Burkina Faso, Togo, Niger, Nigeria, Gabon, Repubblica Centroafricana, Etiopia, Uganda, Kenya, Tanzania, Zambia, Malawi, Mozambico, Madagascar, Seychelles e Comore.

A questo elenco sono esclusi tutti i paesi islamici che si affacciano sul Mediterraneo e coinvolti nelle insurrezioni interne della così detta "Primavera Araba", paesi nei quali è ancora in corso una fase di stabilizzazione e democratizzazione. Sono paesi a forte presenza islamica. In Tunisia è stata approvata una nuova costituzione che ha avviato un programma di democratizzazione molto deciso basato anche sulla parità uomo-donna. In Libia è tutt'ora in corso una sanguinosa guerra civile con la presenza dello "Stato Islamico" e dei miliziani dlel'ISIS. 

Nei restanti paesi non elencati (Capo Verde, Senegal, Mali, Ghana, Benin, Sao Tomé e Principe, Namibia, Botswana, Sudafrica, Mauritius) le garanzie politiche e tutte le altre libertà sono costituzionalmente garantite.



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