venerdì 20 aprile 2018

Jasmine, gli occhi grandi in un volto esile

Jasmine aveva appena tredici anni quando prese la via del mare. Le avevano detto che in Europa l’attendeva l’uomo della sua vita. Non vedeva l’ora di raggiungerlo.


Ma le motovedette libiche intercettarono il barcone su cui viaggiava. Un anno dopo era di nuovo a casa, in quella città della Nigeria che si chiama Benin City e vende corpi di ragazze all'industria del sesso del Vecchio Continente.

È ripartita poco dopo, ostinata a salvare la sua famiglia dalla miseria. Era quello che le ripeteva suo padre.

Tutto organizzato con un’amica di famiglia. Purtroppo lungo la via un altro imprevisto: altro rientro. Ma Jasmine era talmente determinata e, con la benedizione del padre, un'altra partenza. Per assicurare il viaggio, un conoscente chiede 20.000 euro. L'euro è una moneta che non conosce ma lei pensa che il valore dell'euro non sia poi troppo diverso da quello dei naira della sua Nigeria, e così pensa che non è poi così tanto. Ventimila naira equivalgono a poco più di 45 euro.

Ancora una volta, tutto organizzato: attraverso il deserto fino alla Libia. Questa volta il gommone prende il largo e varca il limite territoriale. Mentre comincia a sgonfiarsi arrivano i soccorsi. La portano in Italia, nel “percorso di asilo

Tutto organizzato: chiama il numero di telefono che ha in tasca e si dilegua presto dal Centro di accoglienza straordinaria che la ospita.

Per ripagare i soldi del viaggio, di cui ignorava il valore, la sua mamam la costringe a prostituirsi per due anni. Chissà se suo padre lo sa.

La sua piccola perla non ha salvato la sua famiglia, ha distrutto solo se stessa. Anzi, è stata distrutta

Da mesi è in trattamento psichiatrico. Gli occhi, grandi grandi, sono velati di paura, e non vedono la fine del tunnel. Una vita giovanissima, già spezzata.

Chi si indigna? In pochi, penso, ma noi proprio per questo continuiamo a parlarne e a rilanciare l’invito "No alla tratta"

Conobbi Jasmine alcuni mesi fa, per lavoro, in uno di quei posti che noi operatrici culturali che lavoriamo con queste ragazze, chiamiamo case sicure. Luoghi dove ragazze come Jasmine si nascondono ai loro "carnefici" che non smetteranno mai di cercarle. Gli sfruttatori non permetteranno a nessuno di "sottrarre" le loro galline dalle uova d'oro. Una ragazza giovane può fruttare ad una "mamam" 5-600 euro, fino a mille e più euro alla settimana, che moltiplicati per il numero di settimane in un anno e per il numero di ragazze sotto il loro controllo fanno centinaia di migliaia di euro.

Gli sfruttatori di Jasmine sanno che, anche Jasmine, una volta che sarà guarita dalle sue paure e dai suoi incubi potrebbe anche fare i loro nomi e denunciarli, ed è per questo che i suoi sfruttato non smetteranno mai di cercarla.

Di Jasmine ho ammirato la sua determinazione .. a partire. Per due volte i libici l'hanno presa e riportata in Nigeria. La terza volta è riuscita ad arrivare in Italia dove si sono infranti i suoi sogni. Un "viaggio" di 4 anni che ha distrutto la sua adolescenza.

La questione delle migrazioni sembra essere diventata un banco di prova importante delle politiche europee e nazionali.

In tale contesto il fenomeno migratorio è cruciale per il futuro dell’Italia e occupa spazi sempre più rilevanti all’interno del dibattito pubblico, e lo sarà ancor di più in vista delle scadenze elettorali. Per questo, riteniamo fondamentale creare occasioni di confronto schiette e costruttive, grazie alle quali gli schieramenti politici che si candidano a governare il Paese possano prendere impegni chiari e precisi nei confronti dell’opinione pubblica.

In quest’ottica, Il presupposto è quello di uscire dalla logica emergenziale per ripensare il fenomeno migratorio con progettualità.

La campagnaEro straniero, l’umanità che fa bene”, lanciata in aprile 2017 per cambiare la legge Bossi-Fini e conclusasi a ottobre con oltre 90mila firme raccolte, ha confermato che esiste una forte domanda di informazione, di senso e di risposte concrete.



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"Trafficking"
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Articolo di
Maris Davis

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lunedì 9 aprile 2018

DIA. La mafia nigeriana è quella più organizzata e strutturata in Italia

Arriva la mafia nigeriana e batte quella italiana. È molto più organizzata di quella siciliana, della camorra e della 'ndrangheta. Lo denuncia la DIA (Direzione Investigativa Antimafia), lo scrivono il "Times" e il "Guardian"


Sono clan violenti e ramificati. Fino al 2010 (anno della rivolta di Rosarno) la bande nigeriane per poter "lavorare" dovevano pagare il pizzo alle mafie locali, ma poi le cose sono cambiate. Affari, traffici e relazioni. Il ruolo della Nigeria che non collabora con le autorità investigative italiane.

Prostituzione, droga e armi. Ecco le nove città ostaggio dei nigeriani
La precisazione, tra persone intelligenti sarebbe inutile ma a scanso di equivoci, la facciamo comunque: quando parliamo di «mafia nigeriana» in Italia, ci riferiamo ai nigeriani dediti al crimine, non certo ai miei connazionali estranei alla delinquenza.

Per comprendere il contesto «socio-antropologico» in cui si muovevano i tre presunti killer nigeriani che hanno massacrato la povera Pamela Mastropietro, è opportuno fare un passo indietro. E analizzare la repentina mutazione genetica e il veloce consolidamento sul territorio nazionale di questi clan che la relazione 2016 della Dia (Direzione investigativa antimafia) definisce «la mafia straniera più feroce e strutturata in Italia»

L'ultimo rapporto dell'intelligence, già nell'introduzione espone uno scenario inquietante: «Il radicamento nel nostro Paese di tale consorteria è emerso in diverse inchieste che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato»

Il rapporto degli esperti spiega come l'organizzazione si sia gradualmente trasformata da «gregaria» a «dominante». Se infatti fino al 2010 (l'anno della tristemente nota rivolta di Rosarno) le bande nigeriane, per poter «lavorare», dovevano pagare il pizzo alle mafie autoctone (camorra, cosa nostra e 'ndrangheta), da quel momento in poi assistiamo a un «progressivo affrancamento caratterizzato da un modus operandi connotato da inaudita violenza»

Risultato. In regioni come Lazio, Campania, Calabria, Sicilia, Puglia, Piemonte, Veneto i tre nuclei storici della mafia nigeriana (Aye Confraternite, Eiye e Black Axe) assumono un ruolo egemone, monopolizzando in importanti città (Torino, Verona, Bologna, Roma, Macerata, Napoli, Palermo, Bari, Caserta) i mercati dediti a prostituzione, spaccio di droga, traffico di armi, usura, racket delle scommesse, tratta dei migranti e perfino truffe on line.

Anche per tale ragione quella nigeriana è la comunità straniera presenta in Italia che commette più reati e registra il maggior numero di espulsioni.

Un tempo l'antica leadership si limitava solo al caporalato di stampo schiavistico (prostituzione e caporalato vero e proprio). Poi il salto di qualità. Tra le città ostaggio della mafia nigeriana c'è anche Macerata, qui Pamela Mastropietro ha incrociato i suoi carnefici nigeriani, qui Pamela è stata tagliata a pezzi con modalità tipiche della tradizione tribale nigeriana. È solo in questo senso che la mafia nigeriana c'entra con il delitto della 18enne romana.

«I tre nigeriani ora in carcere per quel delitto, erano tutti e tre pusher affiliati certamente alle gang nigeriane che a Macerata controllano il business della prostituzione e dello spaccio di droga. Questo non significa che la mafia nigeriana, in sé, sia coinvolta nell'omicidio della ragazza, ma semplicemente che tre suoi esponenti si siano macchiati di un delitto orribile»

E quel sezionare il corpo in maniera «scientifica»? «I riti woodoo non hanno attinenza con questo caso, ma il modo con cui il cadavere di Pamela è stato fatto a pezzi rimanda a una tradizione tipicamente tribale propria della comunità nigeriana animista proveniente dall'Edo State dove padroneggiare l'uso di mannaie e coltelli è pratica insegnata anche ai bambini»

Un'aggressività che «la mafia nigeriana esercita nella gestione dei suoi affari con efferate forme di militarizzazione». Gli uomini restano sotto ricatto a vita. La loro attività primaria resta lo spaccio di droga. E se poi incontrano una ragazza fragile come Pamela, la invitano a casa. Per un festino mortale.

Rito di affiliazione alla mafia nigeriana

Antimafia. La Nigeria non collabora. Sono stati siglati accordi per l'espulsione di chi commette reati in Italia, ma che la Nigeria non rispetta
«Sapete che abbiamo una comunità criminale nigeriana in Italia che fa paura? Ma i nigeriani in Italia non commettono reati in danno di soggetti italiani. Loro si fanno le guerre tra di loro, trafficano in droga, prostituzione, ma non attaccano il territorio»

Sono passati solo pochi mesi da quando l'allora procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, avvertiva in audizione il comitato parlamentare Schengen, della pericolosità della criminalità proveniente dalla Nigeria. E quel timore si è realizzato a Macerata. L'allarme sul fenomeno nigeriano sta nel carattere violento, nel metodo mafioso unito a riti sacrificali, e nella capacità di queste associazioni a delinquere di nutrirsi delle masse di migranti, soprattutto ragazze, dall'Africa. E nel fatto che i sodalizi nigeriani appaiono «ancora più strutturati delle mafie italiane»

Una pericolosità confermata dall'ultimo rapporto semestrale della direzione investigativa antimafia. «I gruppi criminali nigeriani continuano a distinguersi per le modalità particolarmente aggressive con le quali realizzano i traffici di stupefacenti e la tratta degli esseri umani, finalizzata alla prostituzione». In Italia, evidenzia la Dia, «opera il sodalizio nigeriano denominato Black Axe, una consorteria a struttura mafiosa ben radicata anche in altri contesti, il cui vincolo associativo viene, tra l'altro, esaltato da una forte componente mistico-religiosa»

Il radicamento in Italia della criminalità nigeriana è emerso nel corso di diverse inchieste che hanno evidenziato la «natura mafiosa» della consorteria che avrebbe insediamenti a Torino, Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo. Ma l'avvertimento dell'ex procuratore nazionale è legato soprattutto ai flussi migratori e dalla mancanza di accordi di cooperazione giudiziaria con quel Paese: «Qui sta arrivando un enorme numero di nigeriani. E noi abbiamo un grosso problema con la Nigeria. Pensate che la Procura nazionale antimafia, ai tempi del compianto collega Piero Vigna, che ne era il Procuratore all'epoca, fece un memorandum di intesa che non siamo mai riusciti in concreto ad attivare»

«Loro lo sottoscrissero ma non l'abbiamo mai attivato, proprio per la resistenza dei nigeriani». Ma tra le criticità nella lotta alla mafia «nera», Roberti ha segnalato il «problema di trovare interpreti affidabili, perché sanno che queste presenze in Italia sono molto pericolose per i connazionali nigeriani, per gli appartenenti alla stessa etnia, e fanno anche un po' di resistenza a fornire il servizio di interpretariato»


Quanto è potente la mafia nigeriana in Italia, e come fa i soldi
Traffico di sostanze stupefacenti, tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione. Sono le attività principali dei gruppi criminali nigeriani e del centro Africa presenti in Italia, gruppi che continuano a "distinguersi per le modalità particolarmente aggressive" con le quali portano avanti i propri affari.

Il loro radicamento in Italia è emerso nel corso di diverse inchieste, che hanno confermato "la natura mafiosa" della consorteria, ribadita da diverse sentenze. Il gruppo più forte e pericoloso resta il "Black Axe", il cui vincolo associativo, sottolineano gli analisti della Dia, viene esaltato da una forte componente mistico-religiosa: nato a Benin City negli anni '70, da noi risulta attivo per lo più a Torino, Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo.

L'ammissione all'organizzazione è subordinata a un rito di affiliazione, cui segue l'assunzione di ruoli ben definiti. Il potere di azione degli appartenenti non si limita all'Italia ma può arrivare anche in Nigeria, grazie ai forti contatti con l'organizzazione "madre"

Caratteristica del gruppo, è la "struttura reticolare distribuita su tutto il mondo". Gli stupefacenti, stoccati nei laboratori dei Paesi centroafricani, raggiungono l'Italia attraverso varie direttrici, sia per via aerea che marittima o terrestre. Con questa rotta, i narcotrafficanti sfruttano, di fatto, i canali già utilizzati in passato per il contrabbando di armi, avorio e pietre preziose.

Altrettanto "articolate" e connotate da "particolare violenza" sono la gestione della tratta di persone e la prostituzione. Recenti inchieste hanno documentato, ad esempio, come giovani donne, anche minorenni, attirate con la falsa promessa di un lavoro in Europa, vengano concentrate in Libia, sottoposte a violenze e stupri e fatte partire per le nostre coste.

Rituale woodoo

Per vincolarle al pagamento del debito contratto per il viaggio sono sottoposte a riti woodoo, con minacce di morte per chi tenta di affrancarsi e le rispettive famiglie

Gruppi nigeriani sono risultati attivi anche nel trasporto verso il nord Europa di profughi e clandestini provenienti dalla Siria, dall'Egitto, dal Sudan e dall'Eritrea.

In Sicilia, Calabria e Campania in genere, come gli altri gruppi di matrice etnica, operano tendenzialmente con il beneplacito delle mafie storiche mentre in altre zone dimostrano una maggiore autonomia che sfocia anche in forme di collaborazione quasi alla 'pari'.

Forte resta la capacità di interagire con le organizzazioni di riferimento nei Paesi d'origine e con cartelli multinazionali, dei quali rappresentano nella maggior parte dei casi, "delle cellule operative distaccate, funzionali alla realizzazione degli illeciti"



Articolo a cura di
Maris Davis

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giovedì 5 aprile 2018

"Anonimo Nigeriano" e l'Anagrafe che non esiste

«100 milioni di nigeriani con documenti falsi o sbagliati». Un Paese anonimo così come i suoi abitanti che nel 2050 saranno 400 milioni.


Il progetto BRISIN, motore di ordine, crescita e sviluppo pronto a partire ma fermo da 10 anni. Ecco cosa sta accadendo.

Il numero è monumentale e la notizia è di quelle che lasciano a bocca aperta. «In Nigeria 100 milioni di persone (il 75% della popolazione) hanno documenti falsi o sbagliati» (leggi qui). Così, semplici domande come «in che anno sei nato?» o «quanti anni hai?» in Nigeria implicano una risposta assolutamente causale perché l’anagrafe non esiste. O meglio, non esiste un sistema integrato, un database di raccolta e archiviazione elettronica di dati che permetta una connessione, una consultazione ed un utilizzo diffuso da tutto il Paese.

Ma andiamo per ordine. Cos'è il BRISIN
Nigeria, ovvero il Paese in cui l’anagrafe non esiste. O meglio, non esiste un sistema integrato, un database ‘intelligente’ di raccolta e archiviazione elettronica di informazioni. Nel corso degli anni, il governo nigeriano ha lottato molto per tenere traccia dei dati dei suoi cittadini e residenti, soprattutto con l’obiettivo di pianificazione e di crescita. In realtà la soluzione c’è e si chiama BRISIN, un acronimo (Basic Registry and Information System in Nigeria) traducibile con una sola parola: 'Anagrafe'. Una piattaforma elettronica integrata che aggreghi le informazioni dei residenti di ogni area e distretto e collegata ad un ‘cervellone’ centrale.

Uno strumento indispensabile di accesso alle informazioni per la programmazione e la pianificazione di strategie di sviluppo che interviene in diversi settori di pubblico interesse. Dal controllo demografico ai flussi migratori, dal reddito ai tassi di crescita economica, e poi sicurezza, sanità, disoccupazione di massa, lotta alla corruzione, criminalità ed evasione fiscale. Insomma, con il BRISIN si creerebbero in Nigeria legittime condizioni di riscatto e autonomia nazionale. Abbiamo provato a capire nel dettaglio le aree interessate dal BRISIN e come cambierebbero una volta applicato il progetto dell’anagrafe intelligente.

OCCUPAZIONE E LAVORO. Il BRISIN è in grado di creare posti di lavoro una volta avviati i centri di documentazione in tutti i dipartimenti. Centri per l’impiego che in prospettiva daranno lavoro a milioni di nigeriani grazie allo scambio corretto e tempestivo delle informazioni sui possibili impieghi occupazionali.

CONTRASTO ALLA CORRUZIONE. Rendendo le informazioni visibili, consultabili e condivise da tutti, da questo punto di vista il BRISIN creerebbe la via per rendere evidenti le attività illecite. ‘Trasparenza’, è questo il meccanismo per combattere la corruzione, una sorta di cane da guardia su Governo e singole attività.

AUMENTO DELLA SICUREZZA. Stesso principio del contrasto alla corruzione vale anche per l’aumento della sicurezza. Le informazioni visibili e condivise ridurranno le attività criminali, tutti i cittadini del Paese avranno accesso ai dati semplicemente premendo un tasto del computer. Un sistema supportato dalla tecnologia biometrica di riconoscimento.

GESTIONE E CONTROLLO DEI FLUSSI MIGRATORI. Come avviene per i paesi sviluppati il flusso migratorio sarebbe garantito dal controllo e dal monitoraggio dei movimenti di ogni cittadino di ogni area e distretto attraverso le informazioni necessarie per andare da una parte all'altra del Paese o fuori. Attraverso il BRISIN informazioni vitali come il luogo di abitazione, attività, status sociali ed altri dati saranno disponibili per gli agenti delle forze dell'ordine, pianificatori socio-economici e decision maker. In questo caso l’anagrafe elettronica offrirebbe la possibilità di programmare, pianificare, snellendo le strategie di crescita e di sviluppo.

MONITORAGGIO DELL'ECONOMIA. Il BRISIN permetterebe di calcolare le economie di Stato, dei Local Government Area (LGA), dei Gross Domestic Products (GDP) e di altri soggetti economici.

WELFARE STATE. Qui verrebbe data massima priorità alle informazioni vitali sui cittadini per una corretta ripartizione dei servizi di assistenza sociale.

REDDITO E TASSE. Il BRISIN supporterebbe l'andamento fiscale, fornendo informazioni a livello macro sulle singole attività economiche, professionali e ricchezza. A livello micro produrrebbe dati sulle piccole, medie e grandi imprese provenienti da tutti i settori del paese.

«Attualmente in Nigeria manca un vero e proprio sistema anagrafico intelligente, spiega Emmanuel Adigwe, Presidente della Nidoe Italia (Nigeria in Diaspora Organization Europe), gli uffici ancora scrivono a mano e anche laddove ci sono computer, non esistono programmi per l’inserimento delle informazioni, e questo complica notevolmente i compiti del governo in molti campi. Non c’è un catasto, non esiste la motorizzazione, non c’è accesso a procedure sanitarie così come in molti altri settori vitali di pubblico interesse»

Nel corso degli anni, il governo nigeriano ha lottato molto per tenere traccia dei dati e delle informazioni di cittadini e residenti, soprattutto con l’obiettivo di pianificare la crescita. Da questo punto di vista la mancanza di un sistema tecnologico affidabile ha portato nel tempo ad alcune carenze nella realizzazione di determinate politiche di governo proprio per lo sviluppo socio-politico ed economico.


Nigeriani dall'età sconosciuta tra corruzione e una Pubblica Amministrazione senza infrastrutture.
Il caso è scoppiato qualche anno fa quando di alcuni calciatori africani, dunque anche nigeriani, presenti in Italia non si è riusciti a capire l’età anagrafica. Scriveva il quotidiano Il Foglio nel 2011: «Calciatori africani che hanno giocato con le date di nascita taroccate, giocatori che si spacciavano per poco più che adolescenti essendo invece adulti, ma anche ragazzini che per sfidare le regole e i limiti imposti ai trasferimenti degli under 16 hanno deciso di alzare la loro età» [leggi qui]

La non identificazione dei cittadini nigeriani ha così alimentato nel tempo un vero e proprio mercato dell’illegalità burocratica «difficile da debellare per chi è disposto a pagare i funzionari pubblici per ottenere i documenti» [qui]. Stesso discorso per le patenti di guida, «fin troppo facili da falsificare e regolarmente acquistate da tanti nigeriani ed espatriati». Una Pubblica Amministrazione sprovvista di mezzi adeguati per il controllo di qualità dei documenti d’identità fa il resto.

400 milioni di persone nel 2050 e senza anagrafe. La demografia nigeriana al collasso.
Il caso aperto dall'età anagrafica dei calciatori africani e dalle patenti false o semi-vere, è solo la punta di un iceberg in cui si annida un problema ben più grande: la vertiginosa crescita demografica della Nigeria. Se oggi, infatti, questa nazione conta circa 180 milioni di persone in 37 Stati, nel 2050 gli abitanti arriveranno a 400 milioni, rendendo questo Paese il terzo al mondo per popolazione, superando di gran lunga gli Stati Uniti. Uno sviluppo demografico al momento senza alcuno strumento di censimento, gestione e controllo.

'BRISIN'. L'Anagrafe intelligente per il controllo demografico, la crescita e lo sviluppo.
Il suo nome è un acronimo, ‘BRISIN’ ovvero Basic Registry and Information System in Nigeria. In una parola, 'Anagrafe'. Una piattaforma elettronica integrata che aggreghi le informazioni dei residenti di ogni area e distretto e collegata ad un ‘cervellone’ centrale. Uno strumento indispensabile di accesso alle informazioni per la programmazione e la pianificazione di strategie di sviluppo.

«Se il BRISIN venisse applicato si creerebbero le infrastrutture necessarie per seguire e gestire al meglio l’atteso aumento demografico della popolazione e dei flussi migratori interni ed esterni» Non solo, «I dati forniti da questo apparato tecnologico verrebbero utilizzati per il controllo dei tassi di natalità e mortalità, i flussi di reddito, i tassi di crescita economica a tutti i livelli, la sicurezza, la sanità, la disoccupazione di massa, la lotta alla corruzione, alla criminalità e all'evasione fiscale» Insomma, con il BRISIN si creerebbero in Nigeria legittime condizioni di riscatto e autonomia nazionale.

Il 'BRISIN' è pronto a partire ma è fermo da 10 anni.
Un progetto che cambierebbe radicalmente l’assetto di un intero Paese. Il BRISIN (Basic Registry and Information System in Nigeria) è fermo da dieci anni nonostante la firma a procedere da parte del governo nigeriano nel 2007.

Ma perché questo stop? «Perché è mancata una reale volontà politica internazionale di realizzazione. Sono molti gli interessi che ruotano intorno ad un Paese che attualmente “va bene” così com’è senza autonomia, controllo e sviluppo». Pensato come sistema anagrafico speculare all'anagrafe italiana, lo studio del progetto del BRISIN «è iniziato nel 2000 quando si è costituito un pool internazionale di esperti universitari (Nidoe incluso) e di imprese italiane pronte a realizzarlo»

«Ci è voluto molto tempo per mettere insieme la visione, il progetto, trovare dei partner interessati a realizzarlo, parlare con le istituzioni nigeriane e italiane. Nel 2006 siamo stati ricevuti dal Consiglio dei Ministri nigeriano per presentare ufficialmente il BRISIN. L’anno dopo, nel 2007 il governo nigeriano ha firmato il contratto per la sua realizzazione». Da allora, però, più nulla. Silenzio. Per dieci anni. «Senza BRISIN, senza anagrafe, sottolinea preoccupato Adigwe, la Nigeria non può crescere e resterà un Paese anonimo»

Il 'BRISIN' come contenimento dei flussi migratori.
Sviluppare in Nigeria le infrastrutture oggi mancanti in modo da ridurre il flusso migratorio. Come? Realizzando il BRISIN, dunque l’anagrafe elettronica. Questo è il ragionamento: «Per avviare il progetto BRISIN in tutte le aree e i distretti nigeriani, spiega sempre Emmanuel Adigwe, Presidente della Nidoe Italia, è assolutamente necessaria l’energia (che è il motore di qualsiasi sviluppo) nel nostro caso anche solare e dunque alternativa, l’acqua e i collegamenti idrici (molti nigeriani fuggono oggi da carestie e siccità), la connessione Internet per comunicare, diffondere e consultare, ma anche per elaborare i dati economici sui settori produttivi del Paese dal potenziale di crescita»

«Tutto questo significherebbe investimenti di realizzazione in Nigeria da parte di imprenditori stranieri ma anche posti di lavoro per migliaia di persone, risorse umane che, conclude Adigwe, correttamente istruite e formate, non avranno più bisogno di migrare fuori dalla Nigeria»

A godere dei potenziali benefits di sviluppo del BRISIN sarebbero, inoltre, anche gli altri settori produttivi nigeriani quali artigianato, edilizia, agricoltura, tessile, ecc. Alcuni sono in parte già avviati grazie anche al supporto dei macchinari forniti da aziende italiane, ma va da sé che con ulteriori strumenti tecnologici la crescita di tutti questi settori aumenterebbe in modo esponenziale.

E in questo buco nero dell'anagrafe nigeriana ci sguazza indisturbata la mafia, quella che porta in Italia ragazze giovanissime e poi fa "scomparire", senza identità, nelle strade della prostituzione del "bel paese". Complice la stessa ambasciata di Nigeria a Roma, che rilascia senza controlli documenti "veri" a persone che NON esistono

Denunciamo che .. In Nigeria, nella mia Nigeria, 100 milioni di persone (il 75% della popolazione) hanno documenti falsi o sbagliati. Così, semplici domande come «in che anno sei nato?» o «quanti anni hai?» in Nigeria implicano una risposta assolutamente causale perché l’anagrafe non esiste.

O meglio, non esiste un sistema integrato, un database di raccolta informatica di dati che permetta una consultazione ed un utilizzo diffuso da tutto il paese .. e soprattutto dagli uffici consolari all'estero.

E così capita che l'Ambasciata Nigeriana a Roma rilasci documenti per ottenere il passaporto, e quindi il permesso di soggiorno italiano, a persone che NON esistono o a persone con identità FALSE.

Basta una foto, il codice fiscale e i dati anagrafici rubati, o di una persona compiacente, o semplicemente inventati. NON ci sono controlli semplicemente perché è impossibile controllare.

E ora pensiamo a tutto questo e a ciò che significa per le ragazze nigeriane "schiave" in Italia .. Un fiume in piena nel quale la Mafia Nigeriana "naviga" con disinvoltura.

Video da un'inchiesta della trasmissione Memo, Rai2, e andata in onda il 30 marzo scorso





Articolo di
Maris Davis

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mercoledì 28 marzo 2018

Soffrire nel silenzio, le 10 crisi umanitarie dimenticate dal mondo

Pubblicato il rapporto Care, che vede al primo posto la Corea del Nord: «Focalizzati sulla minaccia nucleare hanno tralasciato completamente la crisi umanitaria». “C'è una linea diretta” tra attenzione mediatica e fondi donati.


Corea del Nord, Eritrea e Burundi sono le crisi umanitarie nel mondo di cui i media parlano meno. Lo rileva l’organizzazione internazionale umanitaria Care, che ha come scopo di combattere la povertà nel mondo ed opera a favore di 30 milioni di persone nei 72 Paesi più poveri, e che ha lanciato un nuovo report sulle 10 crisi dimenticate del 2017.

Burundi
Nel rapporto, dal titolo “Suffering in Silence” si evidenzia come la crisi umanitaria in Corea del Nord sia quella ad aver ricevuto la minore attenzione da parte dei media di tutto il mondo, che si sono «focalizzati sulla minaccia nucleare tralasciando completamente la crisi umanitaria»

E poca attenzione hanno ricevuto, secondo il rapporto, anche le crisi in Eritrea, Burundi, Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo (DRC), Mali, Bacino del Lago Chad (Niger, Nigeria, Camerun, Chad), Vietnam e Perù. Nel 2016 le crisi meno documentate erano state quella in Eritrea seguita dal Burundi e dal Madagascar. In tutto, sette Paesi presenti nella lista 2016 sono rientrati tra i primi dieci del 2017.

«C’è un posto sulla terra dove ogni giorno, in media, oltre 5mila persone devono fuggire dalle loro case. C’è un Paese in cui quasi la metà di tutti i bambini piccoli sta morendo di fame. Conosci questi posti? Se la risposta è “no”, non sei solo»

Repubblica Democratica del Congo
Così scrivono gli osservatori che hanno analizzato la situazione di quei Paesi nei quali almeno un milione di persone è stato colpito da disastri naturali o causati dall'uomo. Ne è emersa una lista di almeno 40 crisi oggetto di analisi.

«Siamo tutti consapevoli del fatto che una singola foto può richiamare l’attenzione di tutto il mondo su un unico problema. Ma le persone dei paesi analizzati nel report di Care sono ben lontane dalle telecamere e dai microfoni di tutto il mondo», dice Laurie Lee, segretario generale ad interim di Care International. «Queste crisi potranno non essere sulle prime pagine dei giornali, ma ciò non significa che possiamo dimenticarcene»

Secondo gli osservatori di Care «esiste una linea diretta» tra l’attenzione mediatica e i fondi donati per gli aiuti umanitari.

Nigeria, distruzioni causate da Boko Haram
«I media giocano un ruolo fondamentale nell'attrarre l’opinione pubblica su quelle crisi dimenticate e trascurate», dichiara Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. «Nonostante le conseguenze dei conflitti ricadano tragicamente su milioni di vite umane, persiste il divario tra i bisogni umanitari e i fondi a disposizione. Le previsioni per il 2018 non sono buone, resta ancora debole la volontà politica di risolvere i conflitti e affrontare le cause che li generano, quali mancanza di governance, aumento della povertà, disuguaglianza e cambiamento climatico. I leader politici devono fare un passo in avanti e farsi carico della responsabilità di affrontare le crisi oggi dimenticate»

Heba Aly, direttore di IRIN News. «Sono proprio i Paesi di questa lista quelli su cui ci concentriamo come organizzazione no-profit che si occupa di informazione sulle crisi umanitarie. Ma come evidenzia anche il rapporto, questo è un tipo di lavoro per cui è difficile reperire fondi ed è sempre più raro. È tempo di riconoscere come il giornalismo di qualità sulle crisi umanitarie sia parte della soluzione»

Secondo il rapporto la libertà di stampa è essenziale per far emergere situazioni che altrimenti verrebbero dimenticate, mentre negli ultimi anni sono in aumento gli attacchi alla libertà di stampa e la violenza contro giornalisti e altri operatori dei media.

Il quadro umanitario globale delle Nazioni Unite (UN’s Global Humanitarian Overview) nel 2018 necessiterà di 22,5 miliardi di dollari statunitensi, per dare assistenza ad almeno 91 dei 135 milioni di persone che ne hanno urgente bisogno.

L’attenzione mediatica può aiutare a concentrare l'attenzione pubblica su questi bisogni.
Tra le raccomandazioni evidenziate nel report, quella di lavorare con giornalisti freelance locali e ong per ottenere materiale aggiornato, raccogliere fondi necessarie per realizzare report in aree remote e investimenti da parte delle ONG in attività di comunicazione di situazioni d’emergenza.

"Suffering in Silence"




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"Guerre dimenticate dell'Africa"
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Articolo a cura di
Maris Davis

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