giovedì 27 agosto 2015

Armi all'Africa, un affare da 18 miliardi di dollari. Italia tra i principali fornitori

Armi in Africa, un affare per pochi, un affare da 18 miliardi di dollari all'anno nella totale impunità.

Allo stato delle cose il commercio di armi in Africa è incontrollabile, un numero infinito di armamenti, soprattutto nella fascia magrebina, Tunisia, Algeria, Marocco, sui quali non si può individuare la provenienza, che si ereditano e passano da guerra a guerra, da paese a paese, anche attraverso i social network.

Il Trattato internazionale sul Commercio di Armi (ATT) non è sufficiente. L'origine dei mali dell'Africa sta, da sempre, negli interessi miliardari dei paesi ricchi dell'occidente. L'Archivio Disarmo fa un'attenta analisi della situazione.

Diciotto miliardi di dollari all'anno vengono spesi in Africa per uccidere migliaia e migliaia di persone già morte di fame. Su 500 milioni di armi piccole e leggere (Salw) circolanti nel mondo, ben 100 milioni vengono usate clandestinamente in tutto il continente africano.

Nessuna novità eclatante, ma questo emerge dallo studio, il più possibile aggiornato, che l'Archivio Disarmo ha stilato per mettere in guardia sull'esplosione incontenibile del commercio di armi nel continente più sanguinario del mondo.

Le spese militari aumentano costantemente. Le spese militari dell'Africa sono andate crescendo costantemente dal 1990 a oggi. Risulta che l'acquisto di armi nel continente sia passato, in termini reali, dai 17,9 miliardi di dollari ai 42,7 del 2013. L'incremento maggiore è nell'area nord-africana, dove si è passati dai 3,8 ai 18, mentre nell'Africa sub-sahariana la crescita è dai 14,1 ai 24,7. Pur essendo queste cifre piuttosto approssimative, poiché non tutti i paesi africani presentano regolarmente bilanci attendibili, comunque indicano una chiara linea espansiva e allarmante.

Gli acquirenti di armi nel paese. I tre maggiori importatori nel periodo 2009-2013 sono stati Algeria (36% dell'import), Marocco (22%) e Sudan (9%). L'Algeria ha quasi raddoppiato le sue spese (da 5.712 milioni di dollari a 9.902), come anche la Tunisia (da 586 a 978), mentre il Marocco è passato da 3.101 a 4.077. L'Egitto, in controtendenza, scende da 4.597 a 4.303.

I territori dell'Africa sub-sahariana poi, hanno ricevuto il 41% delle importazioni globali africane. Molti di questi stati mantengono costanti le proprie spese, mentre pochi altri evidenziano aumenti di un certo rilievo, come l'Angola (da 3.640 milioni di dollari a 5.208), la Repubblica Democratica del Congo (da 154 a 301), il Kenya (da 597 a 731), la Namibia (da 384 a 465), la Nigeria (da 1.825 a 1.995), il Sudafrica (da 4.602 a 4.894), la Tanzania (da 221 a 308), l'Uganda (da 292 a 398), lo Zambia (da 254 a 367) e lo Zimbabwe (da 102 del 2010 a 334).

Armi fai da te e importazioni. Lo "Small Arms Survey" (il progetto di ricerca sulle armi di piccolo taglio, con sede in Svizzera), rileva che sia i gruppi armati del Sudan, sia quelli ribelli del Sud Sudan raramente utilizzano armi piccole e leggere acquistate all'estero.

Alcuni paesi, Sudan in primo luogo, sono diventati produttori loro stessi di armi e munizioni. Mentre gli stati che le importano maggiormente (Algeria, Angola, Burkina Faso, Botswana, Etiopia, Ghana, Libia, Marocco, Mozambico, Namibia, Sudan, Sudafrica e Uganda), le comprano soprattutto in Cina, Francia, Russia e Bielorussia. I paesi più attivi nel diffondere Salw (armi leggere) in Africa, infine, sono Usa, Cina, Francia, Israele, Russia e Italia.

Il traffico clandestino. Gli embarghi delle Nazioni Unite, che cercano di bloccare le vendite regolari di armamenti tra Stato e Stato, vengono aggirati proprio da questi traffici clandestini. Queste armi provengano dagli arsenali di conflitti conclusi, da quelli di guerre in atto in aree vicine, da forze di sicurezza che le vendono o le noleggiano, da governi simpatizzanti, da importazioni esterne all'Africa stessa. Come ricordato, in Africa i costi connessi ai conflitti armati ammontino a circa 18 miliardi di dollari all'anno, annullando completamente gli effetti positivi degli aiuti allo sviluppo.

Eserciti e governi nazionali alimentano il mercato. Possono essere le stesse forze armate o della polizia a rafforzare il mercato clandestino, come è avvenuto nel Burkina Faso e in Nigeria. Mentre altre volte sono gli stessi governi che armano gruppi ribelli in altri stati, contro i quali i governi di questi ultimi riforniscono a loro volta gruppi armati e mercenari.

Difficile da spiegare, perché è un meccanismo simile a quello delle matrioske. Aprendone una si apre un mondo. I veri e propri trafficanti, poi, sono di volta in volta le stesse forze di sicurezza, militari o ex-militari, mercenari e avventurieri, che trasportano armi dalla Libia al Mali, dalla Costa d'Avorio alla Liberia.

Grazie anche a legislazioni differenti tra i vari paesi, i trafficanti riescono a trasportare le loro merci utilizzando metodi leciti e illeciti, lacune giuridiche, legami tribali, corruzione. Nell'Africa occidentale sono state individuate 38 direttrici commerciali di armi clandestine. Mentre il traffico dell'area sahariana è dominato dai gruppi nomadi che contrabbandano anche sigarette e carburante.

Dove sono finiti gli arsenali della Libia dopo Gheddafi? Gli arsenali delle forze libiche, dopo la caduta di Gheddafi, sono stati smembrati e indirizzati verso varie destinazioni (Mali, Siria, Gaza, ecc.). Nei depositi libici erano presenti ben 22.000 MANPADS (sistemi missilistici antiaerei a corto raggio trasportabili a spalla). Di questi, 5.000 sono stati messi al sicuro, ma a oggi, dei restanti 17.000 si sono perse le tracce. Si sa soltanto che 17 sono stati sequestrati in Algeria, 400 sono già stati venduti illegalmente.

E ancora, su 450.000 armi da fuoco dell'esercito libico, 12.000 hanno seguito una sorte analoga. I circa 2.000 tuareg provenienti dal disciolto esercito libico si sono portati le loro armi in Mali, contribuendo all'aggravamento delle tensioni già da tempo in atto in questo paese.

Gli arsenali libici e il traffico nell'Africa occidentale. Risulta che gli arsenali di Gheddafi, dopo la sua caduta, sono diventati la fonte per tutti i traffici illeciti del continente, in particolare nell'area dell'Africa occidentale. Per esempio, nel gennaio 2012 sono stati intercettati oltre 1 milione di cartucce e 567 armi in entrata in Egitto, mentre diverse altre migliaia di cartucce, con destinazione Mali, sono state sequestrate in Niger e un altro rilevante quantitativo (oltre mezzo milione di munizioni) è stato sequestrato dalle autorità libanesi a bordo di una nave battente bandiera del Sierra Leone.

Lo smercio tramite Facebook. Italia, Francia, Cina, Russia. Armi e munizioni vengono vendute anche attraverso i mezzi di comunicazione come Facebook, il che ha permesso di rilevare la presenza in Libia di munizioni provenienti dalla Turchia, dal Belgio, dal Portogallo, dalla Russia, dalla SNIA italiana, dalla cinese Industria di Stato 31 e così via.

Il violento gruppo jihadista nigeriano Boko Haram, che ha dichiarato incondizionata adesione all'ISIS, per esempio, si è rifornito non solo al mercato nero nell'Africa centrale, occidentale e settentrionale, ma anche assaltando i depositi delle forze armate e di sicurezza della Nigeria, che a sua volta le aveva acquistate da Italia, Francia, Cina, Russia, Ucraina, Repubblica Ceca, Israele, Sudafrica e EAU (Emirati Arabi Uniti).

Il "made in Italy" delle armi in Africa. L'Italia, tra i primi 10 esportatori di armi al mondo, grazie alla centralità nel Mediterraneo e all'elevata qualità e affidabilità dei prodotti offerti dalla Beretta, è stata in grado di sviluppare un florido commercio di armi con i paesi del Nord Africa i quali, poi, hanno fatto circolare le nostre armi per l'intero continente, facendo sì che oggi ne esportiamo anche in Sud Africa.

Il 6% delle maggiori armi convenzionali esportate in Africa sono italiane e solo Ucraina, Russia, Cina e Francia ne hanno esportate di più. Per quanto riguarda le Salw (armi leggere) e relative munizioni, tra i paesi dell'Ecowas che l'Italia ha rifornito ci sono Ghana, Mali, Nigeria e il Senegal, i quali hanno importato tali merci per un valore di poco inferiore ai 2 milioni di dollari. Considerato ciò, è lecito pensare che molte armi "made in Italy" siano finite in mano a ribelli, terroristi o semplici civili, così come è già accaduto per le armi russe e statunitensi.

Speranze possibili. La situazione a dir poco deflagrante del continente, ha spinto i governi stessi a cercare soluzioni comuni. I paesi dell'Ecowas (Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Capo Verde, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo) hanno attivato un'apposita convenzione su Salw, munizioni e materiali relativi, divenuta esecutiva dal settembre 2009.

Inoltre, dopo essere stato approvato dall'Assemblea Generale dell'Onu, è entrato in vigore a livello mondiale nel dicembre 2014, l'Arms Trade Treaty (ATT), teso a controllare un mercato sinora lasciato alle singole normative nazionali. È necessario che l'ATT venga ratificato da tutta la comunità internazionale per creare un export sempre più responsabile.

Anche se il Trattato non è del tutto rispondente alle infinite necessità, è comunque un primo passo per cercare di mettere sotto controllo la confusionaria pluralità legislativa sulla circolazione di armi, che favorisce produttori e trafficanti. È troppo presto per vederne i risultati, ma questa è la strada da percorrere per ridurre la violenza in Africa e nel mondo.

Bambini Soldato, Repubblica Centrafricano
Arms Trade Treaty (ATT). Trattato ratificato da 72 PaesiIl Trattato sul commercio di armi, adottato il 2 aprile 2013 dall'Assemblea generale dell'ONU ed entrato in vigore a livello mondiale nel dicembre 2014, è stato firmato da 130 Stati e fin'ora ratificato da 72. Esso definisce per la prima volta gli standard internazionali per la compravendita delle armi, legandoli al rispetto dei diritti umani. L'intesa non controlla l'uso domestico, ma chiede che gli Stati membri si dotino di normative nazionali sul trasferimento delle armi convenzionali, tra cui carri armati, aerei e navi da guerra, veicoli da combattimento, artiglieria, elicotteri, missili, razzi a lunga gittata, ma anche fucili, pistole e munizioni.

È previsto inoltre il divieto, per gli Stati che ratificano il trattato, di trasferire armi in caso di un embargo, atti di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra.
(da un'inchiesta di Repubblica)



Articolo curato da

lunedì 24 agosto 2015

"Piccoli Schiavi Invisibili" Tratta e sfruttamento minorile

Sono almeno 168 milioni i bambini e gli adolescenti che nel mondo sono vittime di sfruttamento nel lavoro minorile

In Europa, nel 2010, erano oltre 9.500 le vittime di tratta accertate e presunte e il 15% di questi erano bambini. I principali paesi di origine di questi minori sono Nigeria, Romania, Marocco, Ghana, Senegal e Albania.

Quest’anno (2015), in particolare, desta grandissima preoccupazione l’enorme crescita del numero di persone che hanno raggiunto l’Europa attraverso il Mediterraneo per fuggire da guerre, fame e violenze, con una presenza costante di minori non accompagnati (7.357 minori non accompagnati dal 1º gennaio al 18 agosto 2015 solo in Italia) che rappresentano da subito un potenziale bacino per chi è pronto a sfruttarli speculando in vari modi sulla loro vulnerabilità. I minori migranti rappresentano la parte prevalente degli under 18 coinvolti nella tratta e nello sfruttamento.

Tratta a scopo di sfruttamento sessuale:
  • Ragazze provenienti dai paesi dell’Europa dell’Est.
  • Ragazze provenienti dalla Nigeria.
Sfruttamento:
  • Ragazze provenienti dalla Romania o ragazze rom nate in Italia, sfruttate in attività illegali e matrimoni forzati.
  • Minori afgani e minori eritrei in quanto principali gruppi di migranti in transito in Italia, lungo un viaggio estenuante di mesi, o anni, nel quale sono sfruttati e subiscono violenze sempre più efferate.
  • Minori egiziani, che sono il gruppo più coinvolto in situazioni di sfruttamento lavorativo nel nostro Paese.
I minori vittime di tratta e sfruttamento sono accomunati dall'inconsapevolezza di ciò a cui vanno incontro. Viene loro facilmente imposta, da parte degli sfruttatori, la decisione di abbandonare il paese di origine con la prospettiva di una vita migliore. Si tratta spesso di minori che provengono da contesti culturali ed economici molto poveri e non hanno mai avuto né sperano di avere la possibilità di scegliere una vita diversa.

Si confermano le testimonianze di tratta, sfruttamento, violenza fisica e sessuale efferata e abuso subite dai minori durante questi lunghi viaggi che possono durare mesi o anche anni.

È proprio l'Italia che detiene il record europeo del maggior numero di vittime accertate. Bambine costrette alla prostituzione anche tramite riti woodoo, adolescenti picchiati con l’illusione di un lavoro. Mentre in Parlamento giace una legge anti-tratta da oltre un anno (Disegno di legge n. 1658 del 2013).

Proprio in Italia è stato segnalato il maggior numero di vittime di sfruttamento accertate e presunte, pari a quasi 2.400 nel 2010, con un calo rispetto ai 2.421 del 2009, ma un notevole aumento rispetto ai 1.624 del 2008.

Sono soprattutto ragazzine nigeriane. Ma anche rumeni, marocchini, ghanesi, albanesi, eritrei. Senza dimenticare, come ricorda Save the Children, che questi dati "non tengono conto della gran parte di minori che rimangono invisibili e che non vengono identificati come vittime di tratta e sfruttamento, sia perché il fenomeno è di per sé sommerso, come nel caso dello sfruttamento sessuale in appartamenti e luoghi chiusi, o quando i minori vengono spostati frequentemente o rimangono nascosti sia per controlli e pressioni ricevute, ma anche nel caso dei minori migranti che sono solo in transito in Italia, perché la meta finale del loro progetto migratorio è costituita da altri paesi europei"

Sfruttamento sessuale e rituali woodoo. La Storia di Glory. Glory ha 16 anni, è nigeriana, arriva dai dintorni della città di Benin City nello stato di Edo. Ha perso entrambi i genitori in un incidente stradale ed è stata affidata alla zia che, sin da subito, ha cominciato a maltrattarla, a picchiarla, lasciandole anche alcune cicatrici in volto.

Glory è costretta a lasciare la scuola e a cominciare a lavorare, vendendo acqua al mercato e consegnando alla zia tutto il denaro guadagnato. Un giorno, però, viene avvicinata e circuita da alcuni ragazzi che le rubano tutti i soldi che aveva con sé, non prima di averla violentata sessualmente. Tornata a casa, sconvolta e con forti dolori addominali a seguito dell’abuso (non aveva mai avuto alcun rapporto prima), racconta l'accaduto alla zia che, invece di soccorrerla, la punisce per aver perso il denaro.

È troppo, Glory scappa di casa in cerca di nuova fortuna. Dopo aver chiesto per giorni l’elemosina, incontra una donna che si offre di aiutarla, promettendo di portarla in Europa dove avrebbe potuto riprendere i suoi studi. Ben presto, però, si accorge che è stata solo ingannata. In Libia incontra un'altra nigeriana come lei, Ether che ha solo 13 anni. Ether da un anno e mezzo è costretta a prostituirsi a Tripoli, per 15 dinari a prestazione sessuale.

La tappa successiva è la traversata del Mediterraneo sui barconi e l’arrivo in Italia. Qui il suo destino sarebbe stato lo stesso, se Glory non fosse stata intercettata dagli operatori di Save The Children che si stanno, oggi, occupando di lei.

Ma come Glory, sono tante le bambine e adolescenti, soprattutto nigeriane, costrette a prostituirsi. L’incubo dello sfruttamento, in molti casi, comincia già nel paese d’origine. Si tratta, perlopiù, di giovani provenienti da famiglie povere che spesso, coscienziosamente, "vendono" le proprie figlie, abbagliate da un facile guadagno.

Inizia allora il viaggio, caratterizzato anche questo, da abusi e violenze. Prima nel deserto, poi in Libia dove, spesso, le ragazze vengono chiuse in "guest house" e qui obbligate ad avere rapporti sessuali, nella maggior parte dei casi non protetti.

Ed eccole infine in Italia. Ragazzine di 15-17 anni che però si dichiarano maggiorenni dopo essere state indottrinate dai loro padroni. Napoli, Bari, Verona, Bologna, Roma e Torino sono le principali destinazioni. Dalle testimonianze raccolte, sembra che Napoli sia una delle prime mete per le minori che entrano via mare, mentre Torino per quelle che arrivano con l’aereo.

Difficile per loro ribellarsi. Anche perché già prima della partenza viene effettuato un vero e proprio rituale woodoo, dalla forte valenza simbolica, tramite il quale si creano le premesse per un controllo totale sulla ragazza.

"Il rituale woodoo sancisce l'accordo iniziale tra la famiglia della minore e gli organizzatori del viaggio e ha la funzione di ufficializzare davanti a figure religiose locali il patto di restituzione del denaro prestato per poter intraprendere il viaggio". Arrivate in Italia, il rituale viene riutilizzato strategicamente, affinché le ragazze si sentano obbligate a restituire alla "maman" tutti i soldi guadagnati.

Per rendere il rituale ancora più suggestivo, spesso vengono utilizzati indumenti delle minori, capelli, unghie. Col risultato che, da un punto di vista psicologico, "questa forma di controllo ed invasione nella parte più intima della minore ha un effetto devastante sulle ragazzine perché le fa sentire completamente violate ed impotenti di fronte al controllo che subiscono".

Uscire e ribellarsi allo sfruttamento è praticamente impossibile, anche perché spesso il debito iniziale da ripagare può toccare i 60-80 mila euro. Una cifra inestinguibile considerando che le adolescenti devono far fronte anche a tutte le "spese". Dall'affitto della stanza e del letto dove dormire, alle bollette, fino al pagamento dello "spazio" di marciapiede nel quale sono costrette a prostituirsi. Solo il pezzettino di marciapiede può costare da 100 a 250 euro (alla settimana).

Tutto questo per prestazioni sessuali pagate anche solo 10 euro, spesso senza protezione, con tutte le conseguenze del caso. "Frequentemente le minori ricorrono all'interruzione volontaria di gravidanza o, nel peggiore dei casi, assumono medicinali con effetto abortivo (auto-somministrati o somministrati dalla maman o da altri soggetti) che provocano gravi effetti collaterali".

Italia in ritardo. Una situazione, dunque, di grave emergenza, davanti alla quale il governo italiano è in forte ritardo.

Secondo quanto denunciato direttamente da Carlotta Bellini, responsabile Protezione Minori di Save the Children "L'Italia avrebbe dovuto adottare il piano nazionale d'azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani". Un Piano finalizzato alla prevenzione e al contrasto della tratta e dello sfruttamento, con azioni di sensibilizzazione, prevenzione e integrazione sociale delle vittime.

Peccato che nonostante la bozza del Piano sia stata redatta dal Dipartimento delle Pari Opportunità (in base ad una direttiva UE che risale al 2011), non è mai stata approvata. Con la conseguenza che il termine fissato dalla legge (30 giugno 2015) è scaduto.

Tutto in fumo dunque. Ma non è finita qui. Perché la Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale stipulata il 25 ottobre 2007, aveva stabilito la necessità di garantire l’accesso alla giustizia da parte dei minori vittime attraverso l’istituzione presso ogni tribunale di un elenco di gruppi, fondazioni ed organizzazioni non governative ed associazioni in grado di garantire l’assistenza psicologica e affettiva alla persona offesa minorenne. L'Italia è in ritardo anche su questo. Nonostante abbia ratificato quanto stabilito nella Convenzione già il primo ottobre 2012.

Sono tutti punti, questi, contenuti in un disegno di legge (n. 1658) relativo alle "misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati" e di cui si sono fatti promotori diversi parlamentari (prima firmataria l’onorevole PD Sandra Zampa).

Il disegno di legge è stato presentato il 4 ottobre 2013, ma dal 3 giugno 2014 è fermo in commissione.


Le schiave del sesso a dieci euro a prestazione
- Leggi -

Operatrice Save the Children con prostituta minorenne rumena
Oltre un anno di nulla
Mentre trafficanti e organizzazioni criminali sventrano vite di bambine e adolescenti

"Piccoli Schiavi Invisibili"
Tratta e sfruttamento minorile
- Download -


Condividi la nostra campagna informativa
"Lotta alle Moderne Schiavitù"


Articolo curato da

giovedì 20 agosto 2015

Schiavi della terra, dieci testimonianze dall'inferno

In Italia sono 22 le province in cui sono stati accertati
fenomeni di para-schiavismo
I recenti episodi di "moderni schiavi" morti di fatica nei campi della Puglia e della Sicilia, tra di loro anche due donne italiane, ripropongono il grave problema del "caporalato" soprattutto nel Sud Italia. Un problema che coinvolge non solo stranieri e immigrati, ma anche e sempre più donne italiane - Leggi di più -

Si calcola che almeno 40.000 donne italiane siano sfruttate nei campi e nel settore agricolo in generale.

Lavorano nei campi fino a 14 ore al giorno. Pagati 2,5 euro. Spesso costretti a drogarsi. Diritti negati, abusi, percosse, sparizioni. Le storie dei braccianti, stranieri e non.

Li chiamano "invisibili", perché come ombre si muovono nei campi coltivati. Li chiamano anche profughi (quelli che dal Nord Africa fuggono le guerre e le persecuzioni), operai (quelli espulsi dalle fabbriche del Nord Italia), napoletani (gli africani di Castel Volturno, che si spostano come api inseguendo i raccolti).

Nelle terre meridionali d'Italia 9 braccianti su 10 "non hanno mai visto un contratto di lavoro". Il 60% "non ha accesso all'acqua corrente né ai servizi igienici". Il 70% ha contratto malattie legate alle pessime condizioni ambientali in cui è costretto a lavorare e spesso anche a vivere.

Metanfetamine ai braccianti. Diritti negati, in balia dei caporali e di chi li comanda. Per far sì che lavorino fino allo spasimo, molti nuovi schiavi sono costretti ad assumere sostanze dopanti come oppio e metanfetamine. Accade ai braccianti della comunità indiana dei Sikh nell'agro Pontino, in provincia di Latina.

Altrove va perfino peggio. "Vuoi lavorare? Ti faccio lavorare. Però, prima drogarti". Una dose costa dieci euro. A fornirla è il sotto-capo, che intasca i soldi. Oppure, come accade in Puglia, "dai, porta con te un’amica, serve per il mio padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito".
Maledetto pomodoro. Se la scuoti con le mani, la piantina si stacca dai pomi che con un tonfo cascano a terra

La raccolta dell'oro rosso. I pelati, la passata, i datterini, quelli a grappolo per condire la pizza, i meno maturi da mangiare crudi col filo d’olio e la cipolla. Raccogliere l’oro rosso scuotendo la pianta è più comodo, si fa prima e con meno fatica. Ma il frutto, cadendo, a volte si ammacca e non è più esteticamente presentabile per allestire le insalate da vendere al mercato.

Perciò, nei campi del foggiano come in quelli della piana del Sele, dell’Agro nocerino sarnese o nel Salento, i padroni pretendono che "ogni pomodoro venga staccato singolarmente dal ramo della pianta e adagiato piano piano nei cesti affinché non si deformi". Il metodo costa il doppio in fatica e sudore? Pazienza, la paga, che già è da fame, resta sempre la stessa, cioè da fame.

Buste paga false. "Vuoi lavorare? Ti faccio lavorare". Ma con la busta paga falsa. E se fiati, sei fuori. Il nulla osta della prefettura è intestato a un’azienda che non esiste? Tu paga e taci. "E se ti ritrovi nei guai con la legge, noi non ci siamo mai visti".

Fitofarmaci e diserbanti, mascherine protettive e guanti di gomma. Parole al vento. E poi braccianti, pomodoro, rumeni, castagne, caporali, fragole, mafia, africani. Le parole si sprecano, qui in campagna. Inutili e vane. La brutta storia di come vanno raccolti i pomodori ha scatenato nelle coltivazioni di Nardò in Puglia una protesta il cui leader, Yvan Sagnet, giovane camerunense che studia Ingegneria a Torino e "raccoglie" d'estate per pagarsi l’università, ora è minacciato di morte.

L'ultima vittima in Puglia. Sullo sfruttamento dei lavoratori stagionali nel Sud d’Italia si è scritto di tutto. Perfino troppo, forse, visto che alle parole non ha mai fatto seguito uno straccio di fatti concreti. Nei giorni scorsi uno di loro, un sudanese di nome Mohamed, è morto di stenti, fatica, caldo, cattiveria. Non è successo niente.

Non è mai cambiato niente. Né a livello di nuova legislazione né in vista di un miglioramento, che non c’è mai stato, delle condizioni di lavoro nelle campagne. Di vivo e dignitoso, in questo inferno in cui ogni diritto è sepolto e la peggiore teppaglia comanda e uccide, restano le storie raccolte qua e là dai cronisti più testardi.

Testimonianze. Frammenti di vita. Briciole di pane. Tracce, spesso disperate, ma a volte, perfino capaci di resurrezione. Ghanesi, bulgari, italiani, storie di 10 braccianti.

Annamaria, 28 anni, italiana. "Ho una bimba di tre anni, sono sposata da sei. Raccolgo fragole, nocciole, castagne, insomma un po’ di tutto. Poi faccio pure le pulizie. Le castagne le raccolgo a Solofra, Montella, Nusco, Volturara Irpina. Le fragole a Battipaglia. Sei mai stato sotto le serre? Fa un caldo esagerato, si suda, non si respira, si sta sempre con la schiena abbassata. La pausa da noi dura dieci minuti. Poi, via, dall'alba fino a sera. Lungo il solco bisogna camminare veloce. E guai se inciampi. La mia vita? Di mattina parto da casa alle quattro e torno la sera col pulmino. Il pulmino però lo devo pagare, i soldi se li trattiene il padrone ogni mese. Le mie compagne arrivano dal Napoletano e dal Salernitano: Nola, Palma Campania, Sarno, San Giuseppe Vesuviano. Sulla nostra paga giornaliera al caporale spettano sei euro, per l’intermediazione. Guadagno 27 euro al giorno con contratto e 41 senza contratto. L’ingaggio costa e, se una lo vuole, deve pagarselo di tasca propria accettando una paga da fame. Perché ci vado? Solo per fare i contributi. E perché a fine raccolto il padrone ci regala due secchi di castagne a femmina"

Francis, 22 anni, ghanese. "Ero a Rosarno, in Calabria, ma lì gli italiani se si arrabbiano ci sparano addosso. Era diventato troppo pericoloso, perciò sono venuto qui a Castelvolturno. Anche qui c’è la mafia che comanda, mi hanno detto che pure qui ci sparano addosso, ma almeno posso chiedere aiuto a molti miei connazionali e nessuno gira per le strade a controllare se hai o no il permesso di soggiorno. Ogni tanto c’è chi mi chiede 200 euro per non denunciarmi ai carabinieri, glieli do e sto tranquillo. Appena riesco ad avere i documenti, me ne scappo in Francia o in Spagna, l’Italia non mi vuole, e io non voglio l’Italia"

Yvan, 24 anni, camerunense. Lo scrittore Roberto Saviano, un po’ per provocazione e un po’ no, ha proposto di eleggere sindaco di Castel Volturno (il paese del Casertano in cui il numero dei migranti è uguale a quello dei residenti) Yvan Sagnet, 24 anni, il giovane leader della rivolta dei braccianti a Nardò. Ma lui ha rifiutato "Sono venuto in Italia per diventare un ingegnere. Non ho alcuna intenzione di mettermi a fare politica"

Mahmoud, 35 anni, ivoriano. "Dormo in una buca dalle parti di Lucera, sono senza lavoro perché i pomodori debbono ancora maturare. Come sopravvivo? Bivacco alla stazione, vendo informazioni a quelli come me che arrivano in treno e non sanno dove andare. Conosco molti dialetti africani, se vedo uno che parla tamashek (lingua tuareg), lo saluto in tamashek e lui sorride grato e mi dà una monetina. Qui a Foggia i rumeni dormono con i rumeni, i bulgari con i bulgari, gli africani con gli africani. La chiamano segregazione razziale"

Annerish, 24 anni, nigerino. "Sono partito da casa mia nel 2005, a giugno 2006 ero a Lampedusa, poi sono arrivato qui in Puglia. Il deserto del Sahara l’ho attraversato a piedi e a bordo di vecchi fuoristrada stracarichi di disperati come me. A voi il deserto fa paura, ma per me africano quello è un luogo amico. Molto più del mare, che se vuole ti inghiotte e scompari. Mi sono imbarcato ad Al Zuwara, la città dei trafficanti in Libia. Lì tutti sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Spero di risparmiare e di riuscire presto ad andarmene a Parigi"

Arana, 40 anni, tuareg nigerino. "Dalla Francia mi hanno espulso in quanto clandestino. Sono venuto qui in Puglia. Questo è l’accampamento tuareg più a Nord della storia. L’acqua che tiriamo su dal pozzo non si può bere, è inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Ognuno di noi paga 50 euro al mese al caporale per dormire in due su materassi luridi a terra. Ma indietro non torno. La mia famiglia si è indebitata pur di farmi partire. No, da vivo non ci torno"

Alfredo, 59 anni, bulgaro. Si caricano le cassette piene sul rimorchio del trattore. Ma il legno è troppo sottile e secco, una cassetta si sfonda, 12 chili di pomodori finiscono a terra. Alfredo non fa in tempo a chinarsi per cominciare a raccoglierli: sente un dolore improvviso, fortissimo, alla nuca. È stato Francuccio, il caporale, a colpirlo alle spalle a tradimento. Con la mano chiusa a pugno. "Stai attento, coglione", gli sibila tra i denti. Lui chiede scusa, sgomento. "Scusa un cazzo", ribatte quello furente. Dopo un’ora, Alfredo è seduto a terra, si tiene la testa con le mani, perde sangue dal naso. Un uomo bruno spiega, "Ho dovuto spaccargli una pietra in mezzo agli occhi. Quello stronzo se l’è presa con me perché prima era stato picchiato dal caporale"

Anonimo. "Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni e calci. Chi non va a lavorare deve versare la multa al caporale. La multa si paga anche se uno si ammala. Venti euro, cioè la paga di un giorno"

Zsinel, 39 anni, rumeno. A casa sua faceva il cuoco a 150 euro al mese. È venuto in Puglia per mandare soldi alla moglie e alla figlia studentessa, che ha 17 anni. Sul lavoro, Zsinel è bravo, veloce, capace. Riempie da solo fino a 20 cassoni di pomodori al giorno, cioè quasi 50 quintali. Tre euro a cassone, tolte le tangenti al caporale e i soldi del trasporto, gli restano circa 30 euro al giorno.

Ma un giorno il caporale lo risveglia dal sogno, ha sentito dire che Zsinel protesta per come vengono trattati i braccianti e decide di dargli una lezione. Con una sbarra di ferro, lo colpisce alla testa mentre dorme. Zsinel resta lì a sanguinare sul letto fino a notte inoltrata. Poi, qualcuno telefona ai carabinieri e all’ospedale. Due mesi di prognosi. Le braccia ingessate. Ferri e chiodi sparsi nelle ossa. Sul referto in questura scrivono, "Si rifiuta di firmare". Per la legge Bossi-Fini, rischia da uno a quattro anni di carcere. Il suo aggressore è ancora libero.

Rashid, 36 anni, ciadiano. "Nel furgone che all'alba trasporta i braccianti in campagna non entra un filo d’aria. È una gabbia di metallo, che più tardi sotto il sole diventerà forno da spiedo. Sentieri sterrati, viottoli, passaggi segreti e lontani dalle caserme dei carabinieri. Dall'interno, non vedo nulla. Eppure, ho imparato come i ciechi a riconoscere il tragitto e quando è che si sta per giungere a destinazione contando le buche che conosco a memoria. Le so a memoria, quelle maledette buche che mi fanno sbattere la testa contro il tettuccio. Qui a Rignano Garganico va male, però ci siamo organizzati, travi marce e vecchi infissi di cartone, ma è il nostro villaggio. E lo abitiamo alla faccia dei caporali. Abbiamo perfino una radio, il segnale è assai debole, non arriva oltre un raggio di due o tre chilometri, ma è la nostra voce. Nessuno può rubarcela. E la gridiamo forte"

In Italia sono circa centomila i braccianti gravemente sfruttati
Dodici regioni coinvolte, 100 mila sfruttati, turni di 14 ore. Ecco i numeri

Il sindacato Flai-Cgil ha calcolato che sono 22 le province italiane in cui si registrano fenomeni di para-schiavismo, 12 le regioni coinvolte, da Nord a Sud. Sono 100 mila i braccianti gravemente sfruttati e 5 mila quelli che vivono in condizioni di vero e proprio schiavismo. I lavoratori a rischio sfruttamento, secondo l’Istat, in Italia sono almeno 400 mila.

Pagati due euro e mezzo all'ora. Restano sui campi fino a 12 o 14 ore al giorno per due euro e mezzo all'ora (o al massimo tre). Per legge, dovrebbero guadagnare almeno 8 euro e 60 all'ora.

Un raccolto delle angurie fatto con gli immigrati sfruttati dura 20 giorni e costa 25 euro a giornata per ogni bracciante. Se a operare fossero italiani il raccolto costerebbe almeno 70 euro per lavoratore. E durerebbe un mese e mezzo.

Migliaia i desaparecidos. Centinaia, forse qualche migliaio quelli che scompaiono nel nulla, nessuno, tantomeno le istituzioni, ha mai osato contarli. Scompaiono per colpa di un debito non pagato, di uno sgarbo fatto alla persona sbagliata, per un saluto negato, una sottomissione non esaudita. O perché la disperazione è troppa ed esplode loro in testa.

"Guardateli, quei ragazzi neri quando all'alba li incrociate infreddoliti in strada mentre aspettano il furgone del caporale. Guardateli bene, perché potrebbe essere l’ultima volta che li vedete vivi"

Il reato di "caporalato", intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, è previsto dall'art. 603 bis del Codice Penale, ed è stato introdotto con l'art. 12 D.L. n. 138 del 13.8.2011. Dalla sua entrata in vigore (2011) per questo specifico reato sono state condannate o indagate solo 353 persone, un numero davvero irrisorio rispetto alle 100.000 che in Italia sono le vittime dello "sfruttamento del lavoro". Bisogna certamente fare di più.

Condividi la nostra campagna
Lotta alle Moderne Schiavitù
- clicca qui -



Articolo curato da


venerdì 14 agosto 2015

La sete di sapere

"Con l'istruzione si sconfigge l'ignoranza che è alla radice della fame e della povertà"

Le parole del Premio Nobel Rita Levi-Montalcini, sono ampiamente e unanimemente condivisibili. La scuola (più in generale, la formazione) è la base da cui partire per qualsiasi ipotesi di sviluppo e di miglioramento della propria esistenza. Lo sapevano bene molti degli uomini che hanno tentato di cambiare l'Africa.
  • Amilcar Cabral dedicò la sua breve esistenza ad istruire i contadini guineani, convinto com'era che l'educazione, la formazione e la conoscenza fossero alla base di qualsivoglia ipotesi, allora rivoluzionaria, di indipendenza dal colonialismo.
  • Thomas Sankara, prima di essere ucciso, fece della lotta all'analfabetismo e dell'educazione uno dei pilastri della sua breve rivoluzione burkinabè.
  • Nelson Mandela sosteneva che "l'istruzione è l'arma più potente che si possa utilizzare per cambiare il mondo". Uomini a cui è stato lasciato troppo poco spazio affinché le loro idee diventassero comuni e prassi del loro e altrui operare.
Da decenni le politiche dello sviluppo verso l'Africa mettono al loro centro la questione educativa. Purtroppo gli effetti sono stati minori di quanto sperato. Se è vero che nella aree urbane di gran parte dell'Africa la situazione è spesso simile a quella, ad esempio, europea, la stessa cosa non si può dire delle aree rurali e dei sobborghi delle grandi città.

In Africa l'accesso alle scuole e in generale alla formazione appare per moltissimi un miraggio. Gli standard sono bassi, manca tutto. I bambini a volte percorrono chilometri a piedi per andare a scuola, per poi trovarsi in situazioni ove mancano perfino i banchi. La strada è ancora molto lunga. I tassi di alfabetizzazione continuano a restare bassi, soprattutto tra le donne.

Le opportunità di istruzione e formazione per le donne africane restano ancora più difficili che per i maschi. Il tasso di alfabetizzazione maschile nell'Africa Sub-Sahariana è del 71,6%, mentre il tasso di alfabetizzazione femminile è del 53,6%. Un divario tra uomo e donna che non trova uguali in nessun altro luogo del pianeta.

Nell'Africa Sub-Sahariana 29 milioni di bambini non hanno ancora oggi accesso all'istruzione primariae solo 3 ragazze su dieci riescono a diplomarsi alla scuola secondaria. L'istruzione è il mezzo indispensabile per interrompere il ciclo di marginalizzazione, povertà e violenza. Un elemento importante per dare ad ogni individuo gli strumenti necessari per costruire un futuro per se e contribuire così allo sviluppo della società.

Proprio partendo da queste valutazioni che la Fondazione Rita Levi-Montalcini (nata nel 1992 per volere dello stesso Premio Nobel) ha assunto come obiettivo il finanziamento di progetti attinenti alla formazione e l'istruzione di bambine, giovani e donne del continente africano. Una mission che nel tempo ha finanziato, selezionandoli accuratamente, 152 progetti (curati spesso da piccole ONG o da associazioni) in 34 nazioni.

Sono borse di studio ad Università per ragazze, sono progetti di formazioni di medici, infermiere ed ostetriche, sono però anche interventi più specifici su donne vittime di sfruttamento o di violenza, che attraverso questa opportunità provano ad avere una seconda occasione.

Certo sono gocce in un oceano, ma per molte donne rappresentano una rara opportunità e costituiscono la base su cui costruire un futuro e di recidere quelle radici che sono alla base della povertà.