martedì 26 luglio 2016

Nigeria, tra i profughi provocati da Boko Haram è crisi umanitaria

"Siamo davanti ad un collasso alimentare. Le condizioni soprattutto dei più piccoli sono allarmanti, e molti di loro hanno un passato da bambino soldato. La violenza di Boko Haram va avanti, serve un intervento immediato"

Si stima siano 2 milioni e 700 mila gli sfollati nell'area del Lago Ciad, che comprende Nigeria, Camerun, Niger e Ciad. Di questi, 2 milioni e 300 mila sono nigeriani. In quasi 2 milioni di casi si tratta di sfollati riconducibili al conflitto. "Siamo di fronte ad una crisi umanitaria trascurata dalla comunità internazionale, di cui nessuno si interessa se non per il ruolo di Boko Haram". A parlare è Marco Loiodice, cooperante di COOPI 

"Quello che sta succedendo oggi in Nigeria ricorda molto quanto successe anni fa in Rwanda, anche allora l’Occidente non si mosse, e non fornì nessuna risposta tempestiva". Coopi è una onlus milanese che in Nigeria porta avanti programmi legati soprattutto alla nutrizione e alla protezione dell'infanzia, finanziati da Echo, la Direzione generale per gli aiuti umanitari e la protezione civile della Commissione europea.

"Siamo di fronte a una vera e propria carestia, a un collasso alimentare. Noi ci impegniamo nella distribuzione di beni alimentari, ma lo situazione, soprattutto quella dei bambini, è allarmante, complici anche le terribili condizioni igieniche. I tassi di mortalità sono saliti. Senza dimenticare che molti dei bimbi hanno un passato da bambino soldato, con tutto quello che ne consegue. Oggi per strada è questo quello che vediamo, ragazzini malnutriti e sfollati che vagano, in fuga dalla violenza di Boko Haram, con gravi traumi alle spalle

Secondo i dati Unicef tratti dal "The Unicef National Nutrition and Health survey", soltanto il 22 per cento dei bambini sono allattati correttamente entro un’ora dalla nascita e solo il 10,7 per cento dei bambini tre i 6 ed i 23 mesi ricevono una dieta appropriata in termini di equilibrio tra cibi liquidi, semi-solidi e solidi.

Da anni il terrore seminato da Boko Haram ha costretto la popolazione del Nord-Est della Nigeria a cercare rifugio in campi profughi e comunità ospitanti. Dall'inizio del 2015 un'ulteriore esplosione degli episodi di violenza ha sconvolto soprattutto gli stati di Borno, Yobe e Adamawa creando bisogni umanitari di proporzione enorme.

Gli attori umanitari presenti nella zona del conflitto hanno identificato circa 5,6 milioni di persone coinvolte che vivono in condizioni di insicurezza alimentare, che sono esposte al rischio di epidemie e che hanno un forte bisogno protezione.

Da luglio 2014 COOPI risponde a questa emergenza intervenendo prima nello stato di Bauchi e poi nello stato di Yobe attraverso la distribuzione di non-food items, cibo, sementi e attrezzi agricoli. Inoltre hanno realizzato attività per facilitare l’accesso all'acqua potabile e migliorare le condizioni igieniche. Nonostante gli sforzi la situazione resta estremamente fragile. COOPI è l'unica ONG italiana presente nella zona.

Qualcosa ha cominciato a muoversi, a livello mondiale, dopo che Medici senza frontiere ha accusato l’ONU di non essersi mosso abbastanza velocemente per rispondere agli allarmi lanciati dalla Nigeria. Perché se, come dichiarato dal governo nigeriano, la crisi militare si è conclusa alla fine del 2015, Boko Haram è ben lontano dall'essere sparito, e anche nelle zone liberate ci sono strascichi drammatici a livello umanitario, effetti collaterali devastanti.

"Oggi la presenza di Boko Haram si concentra soprattutto negli Stati di Yobe, Adamawa e Borno, nel nord-est del Paese. A Yobe, Coopi supporta 1.300 hosting households". Si tratta di nuclei famigliari estesi che accolgono volontariamente i rifugiati e gli sfollati, dando riparo, nella maggior parte dei casi, a bambini costretti ad abbandonare le loro famiglie, o rimasti orfani nel corso degli spostamenti dai luoghi colpiti direttamente dal conflitto nelle aree circostanti (i minori sono il 60% dei rifugiati presenti nello Stato di Yobe).

Campo profughi
Migliaia di sfollati, invece, sono accolti nei campi rifugiati, molti dei quali non attrezzati, senza acqua, senza servizi sanitari, con il rischio costante di un’epidemia di colera. "I cooperanti rifiutano le scorte armate, e molte aree sono ancora inaccessibili agli aiuti umanitari. L’esercito nigeriano scopre quotidianamente nuovi cimiteri in zone abbandonate, vittime della violenza di Boko Haram, certo, ma anche della malnutrizione"

E se il conflitto dovesse andare avanti anche solo altri due mesi, cosa praticamente certa, la situazione peggiorerà ulteriormente. "Questa è la stagione delle piogge, e i contadini devono seminare. Se non possono tornare alle loro terre, non ci sarà il raccolto. E quando qualcuno riesce a fare ritorno a casa, spesso ci trova i pastori, che approfittano dell’assenza degli agricoltori per fare pascolare nei campi le loro greggi. Non sono rari, purtroppo, gli scontri a fuoco tra contadini e pastori, che si battono per lo stesso pezzo di terra"

Intanto, il governo nigeriano porta avanti la battaglia contro l’organizzazione terroristica (che nel marzo 2015 ha giurato fedeltà all'Isis) su più fronti. Una strategia adottata è il taglio delle vie di sostentamento da e per le zone che ritiene occupate da Boko Haram. "Purtroppo, così facendo isola anche i cittadini che le abitano"

Un ruolo importante, in questo conflitto, lo gioca anche la polizia antidroga nigeriana, che batte le vie del viagra, utilizzatissimo dai miliziani. "Il loro obiettivo è mettere incinta più donne possibile. Sono convinti che la società rigetterà sempre quei bambini perché figli di soldati, relegandoli ai margini della società. Vedendosi respinti, sentendosi esclusi, non potrebbero, a loro modo di pensare, che portare avanti la missione dei padri. Così facendo, nella loro follia credono di assicurare longevità a Boko Haram"

L’unica speranza è che questa gravissima situazione umanitaria diventi più visibile mediaticamente. "Sappiamo bene che non ci sono fondi per reagire a tutte le crisi umanitarie. Di conseguenza, le grandi agenzie li spendono in quelle con maggiore visibilità e impatto sull'opinione pubblica. Purtroppo, di quello che succede in Africa alla comunità ricca interessa sempre meno. Anzi, interessa solo quando quelle tragedie si trasformano in flussi migratori"

Come intervenire, allora? "Per prima cosa sono indispensabili corridoi umanitari per far uscire i nigeriani dalle aree isolate dove si annida ancora Boko Haram. In secondo luogo, è necessaria non solo un’attività di sensibilizzazione, ma anche un maggiore coinvolgimento dei grandi attori internazionali, affinché possano offrire adeguato supporto alimentare, agricolo e psicologico"

Se non agiamo subito, un giorno ci sveglieremo e leggeremo di migliaia di persone morte. Leggeremo di loro e poi dei tanti messaggi di cordoglio, tanto inutili quanto tardivi.
(Fonti e testimonianze COOPI)

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Articolo a cura di
Maris Davis

mercoledì 20 luglio 2016

Dalla Nigeria all'Italia, il viaggio delle Ragazze di Benin City

Dai racconti delle ragazze nigeriane rinchiuse nei Centri di accoglienza l'esperienza drammatica del viaggio che le ha portate in Italia, dal loro reclutamento nei villaggi di origine, le "case di transito", gli autisti assoldati per attraversare il deserto, gli intermediari per i vari passaggi di frontiera e i contatti con i trafficanti che le attendono in Italia. Costrette a prostituirsi nei bordelli già in Libia.

Le testimonianze sono state raccolte da mediatrici culturali e assistenti sociali di varie organizzazioni, in particolare da Be Free, cooperativa sociale contro la tratta. Viene raccontato il percorso e le modalità attraverso cui moltissime donne africane, e specificamente nigeriane, sono condotte illegalmente in Italia attraverso un viaggio molto lungo che prevede la loro permanenza (da alcuni mesi a oltre un anno) in Libia, dalle cui coste successivamente vengono imbarcate su barconi con destinazione Lampedusa.

Dalle storie sottoposte all'attenzione delle operatrici e delle mediatrici emerge un quadro estremamente preoccupante che si basa su due elementi fondanti:
  1. La costrizione alla prostituzione già subita in Libia, presso "case chiuse" evidentemente molto strutturate e organizzate, ancorché illegali.
  2. Il rischio concreto di sfruttamento della prostituzione anche in Italia.
Il livello di organizzazione e capillarità raggiunto dalla criminalità internazionale ha evidentemente superato le soglie già note, e si ritiene che anche l’eventualità del trattenimento presso i vari CIE e CARA presenti in Italia sia stata considerata. Le ragazze trattenute nei centri sono infatti tenute sotto il controllo di membri del racket costantemente in contatto con loro telefonicamente e, una volta uscite, le avvieranno alla prostituzione forzata sul territorio italiano.

Sono ragazze impaurite, spaesate, non conoscono la lingua italiana, non si rendono assolutamente conto né del loro presente, né del loro futuro, spesso hanno già subito violenze e stupri durante il viaggio (alcune sono incinta), o costrette a prostituirsi già nei bordelli della Libia. Quasi tutte hanno un basso livello di istruzione, alcune non sanno leggere o scrivere. Un numero di telefono italiano in tasca per mettersi in contatto con altri nigeriani già residenti in Italia, che le hanno fatte arrivare in Italia.

Le testimonianze raccolte convergono infatti nel definire un medesimo percorso di viaggio, della durata di molti mesi, svolto attraverso tappe fisse gestite da una rete di trafficanti, e destinato a ridurre le donne in stato di schiavitù. Le ragazze raccontano della specificità dei trafficanti, le tappe del viaggio, l’organizzazione dei bordelli libici, le modalità di controllo nel Paese di destinazione, L'Italia o altri paesi europei.

I vari tipi di trafficanti
Uomini e donne che gravitano nei villaggi d’origine delle ragazze, prevalentemente nelle zone del sud della Nigeria, con il compito di individuare quelle appartenenti alle fasce più disagiate della popolazione:
  • ragazze orfane o prive di rete sociale,
  • ragazze vittime di situazioni di maltrattamento e violenza all'interno della famiglia,
  • ragazze che scappano da matrimoni forzati,
  • ragazze che scappano dalle mutilazioni genitali femminili,
  • ragazze senza alcuna risorsa economica,
  • ragazze a rischio di vita in quanto sorelle, figlie o mogli di attivisti che lottano per il diritto alle terre confiscate, ecc..
Tutte condizioni associate a disagio socio-economico in zone in cui vi sono stati e continuano ad esserci forti livelli di conflitto legati al possesso di terre ricche di riserve petrolifere in particolare la zona del Delta del Niger da cui provengono molte ragazze vittime della tratta a scopi sessuali. I reclutatori irretiscono queste donne con false promesse di una vita migliore, arrivando a pagare le spese del viaggio che poi saranno costrette a restituire sotto forma di debito una volta giunte in Italia. A volte capita che a renderle vittime di questi circuiti siano persone di fiducia delle ragazze sfruttate o i loro stessi compagni, fidanzati, familiari.

Molte ragazze vengono reclutate anche nei campi profughi allestiti dal governo federale nigeriano per dare accoglienza alla popolazione che fugge dalle violenze dell'Islam integralista di Boko Haram.

A fare opera di reclutamento è talvolta la mamam stessa che provvederà a prostituire e a sfruttare le ragazze nel luogo di destinazione (Italia o altro paese europeo). Abbiamo notizia di alcune mamam stabilmente residenti in Italia, che ciclicamente si recano in Nigeria a individuare e adescare le ragazze (a cui quasi mai è detto esplicitamente che dovranno prostituirsi). La mamam prende contatti con il trafficante, generalmente un uomo nigeriano, la cui funzione è condurre le ragazze fino alla Libia.

Non può essere direttamente la mamam a fare il viaggio con le ragazze fino alla Libia perché è necessaria la presenza di un uomo che intermedi con la polizia di frontiera (nei territori arabi non può essere la donna a svolgere questa funzione). La mamam paga quindi il trafficante nigeriano (o in un’unica soluzione o versando una prima somma ed accordandosi poi con delle modalità di pagamento dilazionate) per portare le ragazze fino a Tripoli e farle imbarcare alla volta dell’Italia.

Una volta accordatasi, la mamam rientra in Italia con l’aereo mentre il trafficante nigeriano inizia il viaggio verso la Libia con le ragazze.

In altri casi le ragazze sono reclutate direttamente dai trafficanti (mafia nigeriana) che le scortano nel viaggio fino alla Libia, per poi costringerle a prostituirsi una volta arrivate per pagare il "debito del viaggio" accumulato per gli spostamenti. In questi casi capita che siano gli stessi trafficanti che gestiscono le case di prostituzione a Tripoli, a contattare la mamam in Italia per proporle l’affare. Così dopo un periodo di sfruttamento in Libia, se la mamam si dimostra interessata ed invia il denaro pattuito, i trafficanti inviano le ragazze facendole imbarcare alla volta delle coste italiane.
  • Gestori delle "Case di transito", in cui le donne vengono fatte alloggiare nelle varie tappe del viaggio attraverso Nigeria, Niger, Ciad, Libia, e in cui aspettano insieme ad altre che il viaggio riprenda.
  • Autisti assoldati dai trafficanti alla guida dei camion e furgoni attraverso cui le ragazze (e gli uomini) in viaggio, spesso stipati all'inverosimile, privati di acqua, cibo e soggetti a ogni sorta di violenza e soprusi (stupri, percosse, umiliazioni), percorrono la distanza che li separa dalla Libia.
  • Non è precisabile (ma si calcola che siano molte migliaia) il numero delle persone che muoiono nel deserto, per svariati motivi (inedia, disidratazione, fame, malattie, incidenti di vario genere) e che sono abbandonate nelle zone desertiche.
  • Sfruttatori delle case chiuse di Tripoli e dintorni, che costringono per mesi, a volte per anni, le ragazze alla prostituzione, usando violenze fisiche (con catene e altri oggetti contundenti), psicologiche, sessuali, sequestri e torture, nel caso in cui le donne cerchino di ribellarsi, o di proteggere se stesse attraverso l’uso di contraccettivi.
  • Intermediari, che fanno da tramite sia per il passaggio alla frontiera sia per i contatti con la rete dei trafficanti presenti stabilmente in Italia.
Una volta giunte a Lampedusa tramite imbarcazioni, nella maggior parte dei casi le ragazze nigeriane, per prassi legislativa, vengono inserite nel circuito dei C.A.R.A. (in caso di immediata richiesta d’asilo politico) o dei C.I.E.

Tappe
Durante il viaggio, che generalmente dura mesi, attraverso Nigeria, Niger, Ciad, Libia le donne, così come il resto dei migranti, possono fermarsi in case di transito in cui aspettano insieme ad altre che il viaggio riprenda.

Durante tutto il viaggio si alternano tratti percorsi in macchina o dentro container che trasportano migranti in fuga e tratti percorsi a piedi. Spesso accade che vengano catturate dalla polizia e rinchiuse in Libia in prigioni per immigrati illegali da dove poi, sotto pagamento di somme di denaro, vengono rimandate nelle mani dei trafficanti.

Queste prigioni, dalle testimonianze delle ragazze incontrate nel centri di accoglienza, sono composte da stanzoni sovraffollati e fatiscenti in cui le donne dormono per terra, ricevono come pasto pane duro, fagioli e acqua per due volte al giorno, e sono tenute sotto controllo da poliziotte che sono solite svegliarle alle 6 del mattino colpendole
con manganelli.

Non è raro che avvengano anche stupri. Le donne hanno riferito che nelle prigioni erano sottoposte a continui maltrattamenti da parte delle guardie penitenziarie e chiuse a chiave nelle celle.

Alcune delle tappe che tornano in maniera costante nei racconti delle ragazze nigeriane sono:

Kano, in Nigeria (guarda dov'è) in cui le donne frequentemente riferiscono di essersi fermate per brevi periodi ospiti in case trovate dai loro adescatori. È qui che a volte il primo contatto che le ha reclutate ed accompagnate fin lì, le cede al secondo che le condurrà durante il tragitto fino alla Libia. Generalmente in questa fase non sono ancora state costrette alla prostituzione e non sono assolutamente consapevoli di quello che sarà il loro destino.

Da alcune testimonianze raccolte:
".. Ho vissuto in questa casa con “Brother” e altri 4 uomini e 2 donne tutti nigeriani per 4 mesi. Era lui a pagare il cibo e il resto per me. Lui durante il giorno andava a lavorare come camionista mentre io ero libera di uscire ed entrare in casa quando volevo .. Ad un certo punto gli ho chiesto aiuto per trovare un lavoro o per fare qualcosa per la mia vita e lui mi ha detto di non poter portarmi con sé nel suo paese di origine ma di conoscere un uomo in grado di aiutarmi a cui mi avrebbe presentata. Un uomo che mi avrebbe aiutata ad arrivare in Libia dove mi avrebbe trovato un lavoro. Un giorno ho così conosciuto H. nella loro casa a Kano .."

Brother” (fratello), è l’appellativo con il quale solitamente il primo "adescatore" viene chiamato, utilizzando lo stesso lessico quasi familiare che si usa con le donne controllanti definite ”Mamam”. È evidente quanto, in questa fase, la consuetudine agevoli lo stabilirsi di un atteggiamento di fiducia da parte delle ragazze.

A questo proposito:
".. "Brother" parlava con H. e poi parlava con me facendo da intermediario perché H. parlava solo arabo e io non capivo. Mi disse di fidarmi e di andare con lui che mi avrebbe trovato lavoro. Prima che partissi con H. "Brother" mi
lasciò del denaro, circa 100 naira .."

Un'altra città di confine tra Nigeria e Niger, spesso prima tappa del viaggio, è Sokoto in Nigeria.

Zinder, in Niger (guarda dov'è) Le ragazze da Kano, Sokoto in Nigeria, spesso arrivano a Zinder in macchina con i propri trafficanti, il tempo del viaggio non è lunghissimo e alla frontiera sono i trafficanti stessi a pagare del denaro per poter passare illegalmente senza passaporti né visti. A Zinder spesso devono attendere qualche giorno l’arrivo dei camion che li condurranno poi alla volta della Libia.

Non sono solo le ragazze vittime della tratta a usufruire di questi camion ma tutti coloro che desiderano emigrare in Europa: in questa fase il "trafficking" (traffico di esseri umani) si incrocia con il circuito dello smuggling (contrabbando). È il trafficante che ha i contatti con gli autisti contrabbandieri e che paga il trasporto per le ragazze nigeriane.

In questi camion le donne e gli uomini in viaggio, spesso stipati all'inverosimile, privati di acqua, cibo e soggetti a ogni sorta di violenza e soprusi (stupri, percosse, umiliazioni), percorrono la distanza che li separa dalla Libia.

".. Zinder dopo 2 giorni siamo entrati in un camion assieme a più di 50 altri, donne e uomini, con cui abbiamo fatto il viaggio fino al deserto. H. ha pagato il viaggio per entrambi, le frontiere non erano un problema perché il guidatore conosceva la polizia a cui pagava delle somme di denaro per poter passare indisturbato .."

Questa parte del viaggio fino a Duruku (Niger settentrionale) dura circa 5 giorni in cui spesso vengono fatte più soste per mangiare e dormire. Durante le varie soste solitamente si cambia il mezzo di trasporto.

Agadez, in Niger (guarda dov'è) In questa città le donne, assieme con tutti gli altri migranti, si fermano alcuni giorni dormendo in case di transito organizzate. Dalle testimonianze raccolte emerge che spesso si raccolgono nella stessa casa più di 50 persone, donne e uomini, di diversa nazionalità che attendono il mezzo per poter proseguire alla volta di Duruku. Per arrivare a Duruku (Niger) le donne assieme ai loro trafficanti devono passare il deserto. Questo viaggio richiede un tempo di circa 3 settimane.

Una volta arrivate a destinazione vengono sistemate in case di transito in attesa del veicolo, spesso una jeep, che li condurrà, attraversando ancora il deserto, fino in Libia. L’ultima parte del viaggio riguarda la Libia. Arrivate in Libia succede che le donne vengano passate ad un altro sfruttatore.

Una prima tappa in Libia spesso è Sabha. Da Duruku a Sabha ci vogliono circa 7 giorni, e le soste per dormire e mangiare non sono frequenti. Anche a Sabha sono disponibili delle case di transito.

Tripoli, in Libia (o dintorni), ultima tappa del viaggio. Qui i trafficanti rivelano la vera natura delle proprie intenzioni e costringono le ragazze a prostituirsi per mesi o addirittura anni (anche fino a 4-5 anni) all'interno di case chiuse. Generalmente il motivo addotto è il risarcimento del debito di viaggio. Il prezzo delle prestazioni è deciso dagli sfruttatori e il più delle volte le donne sono costrette ad avere rapporti sessuali non protetti senza possibilità di rifiutarsi.

Riportiamo a questo proposito lo stralcio di una testimonianza dai noi raccolta:
".. In questa casa eravamo più di 30 ragazze tutte di origine nigeriana, tutte costrette a prostituirci in attesa di essere poi mandate in Italia. Sono stata là per circa 4 mesi, dovendo andare a letto con una media di 5 uomini al giorno. Le tariffe erano fisse, un dinar e mezzo con il preservativo (che doveva essere portato dal cliente), due dinar senza preservativo, i soldi venivano presi da noi che poi li dovevamo dare per intero ad H. Era sempre lui che ci portava i clienti e che ci diceva cosa dovessimo fare. Noi non potevamo rifiutarci di avere rapporti non protetti, se lo facevamo venivamo prese a calci e picchiate violentemente con catene ed oggetti vari. Le violenze erano comunque all'ordine del giorno .."

Spesso è solo in questo momento che le donne si rendono veramente conto del destino che le attende ma come testimoniato da una donna incontrata nel C.I.E. Ponte Galeria e vittima di sfruttamento sessuale in Libia:

".. anche qualora avessi intuito prima le sue cattive intenzioni mi sarebbe stato impossibile da sola tornare indietro, a quel punto l’unica possibilità era andare comunque avanti .."

Alcune ragazze raccontano di essersi poi imbarcate da Zuwara o Zuara o Zuwarah. Questa è una città della Libia nord-occidentale, capoluogo della Municipalità di Al Nuqat al Khams, nella regione della Tripolitania, si trova a 108 km. a ovest di Tripoli e 60 km. a est del confine con la Tunisia e negli ultimi anni è divenuta un importante punto di imbarco per i migranti africani che dalla Libia raggiungono le coste lampedusane e siciliane viaggiando su vecchi pescherecci ma anche su piccole barche in vetroresina e gommoni tipo Zodiac.

I viaggi sono organizzati da intermediari, chiamati "passeur" in francese e "dallala" in arabo. A volte gli sfruttatori salgono in prima persona sulle imbarcazioni con le donne, ma più spesso queste vengono mandate da sole e il controllo continua ad essere esercitato per via indiretta attraverso qualche ragazza individuata e scelta nel gruppo come figura di intermediazione in cambio di alcune condizioni di favore accordate.

È da questo momento che il percorso delle ragazze raggiunge l'Italia per essere messe nelle mani degli sfruttatori finali, la mafia nigeriana.

Un percorso alternativo
Un percorso alternativo è quello attraverso Niger, Algeria (oppure Mauritania), e quindi il Marocco, e da lì fino alle coste spagnole per poi raggiungere l’Italia via terra (ad esempio nascondendosi nei treni).

A questo proposito riportiamo la testimonianza di una ragazza:
".. Lui mi ha condotta in una casa chiusa dove c’erano molte altre donne nigeriane costrette alla prostituzione. La casa era gestita da un uomo marocchino in collaborazione con un gruppo di uomini e donne nigeriane. Ogni mese noi dovevamo dargli 50 euro per stare là e inoltre per ogni cliente con cui dovevamo andare, lui prendeva sempre dei soldi. Sono rimasta lì per circa un anno. Dopo sono riuscita a saldare il mio debito e a imbarcarmi per la Spagna pagando 900 dollari per tale viaggio .."

Una tappa quest'ultima sempre meno frequentata, che solo alcuni anni fa poteva avere come tra guardo finale le isole spagnole delle Canarie.

Organizzazione dei bordelli in Libia
Una volta giunte in Libia, solitamente a Tripoli, tramite i percorsi conosciuti (e descritti nel precedente paragrafo), l’organizzazione prevede che le ragazze vengano il più delle volte inserite in un circuito di sfruttamento della prostituzione. Qui entrano in gioco i trafficanti libici, epicentro della organizzazione criminale transnazionale. Solo grazie a questi ultimi è possibile che le ragazze raggiungano l’Italia, è infatti necessaria la presenza di un libico che intermedi con la polizia e i militari del luogo che pattuglia le coste per riuscire a far imbarcare le ragazze senza problemi ed a concludere così l’invio delle ragazze alle mamam.

Nella fase della permanenza delle ragazze in Libia si verifica il loro sfruttamento in "case chiuse". Il tempo di permanenza delle ragazze in questi "bordelli" è stabilito il più delle volte dai trafficanti stessi e varia anche in base ad altre variabili quali i tempi di organizzazione del viaggio in mare, le condizioni atmosferiche, l’invio da parte della mamam di tutti i soldi necessari al viaggio.

Generalmente la mamam (la sfruttatrice in Italia) non vuole che le ragazze si prostituiscano in Libia nei "bordelli" avendo interesse a che le stesse siano mandate il prima possibile in Italia. Se infatti la mamam si accorge che le ragazze vengono fatte prostituire in Libia spesso smette di pagare i trafficanti.

La maggior parte delle volte però la mamam non viene a conoscenza dello sfruttamento in Libia perché le ragazze difficilmente hanno con lei un rapporto diretto telefonico. In carenza di controllo, il trafficante nigeriano in accordo con il trafficante libico conduce la ragazza in una casa chiusa di Tripoli dove la stessa viene costretta
a prostituirsi.

Dalle testimonianze raccolte, generalmente le "case chiuse" non ospitano mai troppe ragazze, è invece più frequente che gli stessi trafficanti abbiano più appartamenti in affitto, dislocati per la città (Tripoli e dintorni), dove le ragazze vengono costrette a prostituirsi.

Tenendo sempre presente che la Libia è attualmente un paese in guerra, anche se la zona di Tripoli è sotto il controllo governativo, il territorio è piuttosto pericoloso e quindi le ragazze sono costrette per la loro stessa sicurezza, a rimanere sotto il controllo dei "trafficanti". Per le ragazze nigeriane è impossibile tentare la fuga, impossibile tornare indietro, impossibile circolare liberamente .. Si deve solo andare avanti, ma per andare avanti bisogna avere la protezione dei "trafficanti". Nonostante ciò le "fughe" non mancano, spesso (e questo è solo un sospetto) sono organizzate proprio dalle mamam dall'Italia, attraverso uomini di fiducia in Libia.

All'interno di ogni "casa chiusa" vi è una delle ragazze, solitamente quella che sta lì da più tempo, che viene definita la "Senior Woman". Quest’ultima ha una doppia funzione:
  1. di accoglienza della "nuova arrivata" ed introduzione all'attività di prostituzione,
  2. di controllo delle ragazze affinché consegnino tutto il denaro ricavato al trafficante.
Nei "bordelli" le ragazze non possono rifiutarsi di avere rapporti sessuali con i clienti né rifiutarsi di consegnare tutti i soldi ai loro sfruttatori. Se oppongono resistenza vengono picchiate e torturate. In particolare, una testimone ha riferito che una delle torture consiste nel far camminare o sedere le ragazze sul petrolio bollente (non è raro che le ragazze incontrate nei centri di accoglienza italiani mostrino segni evidenti di lesioni pregresse, cicatrici, bruciature sul corpo, conseguenza delle violenze subite).

È, inoltre, molto comune che le ragazze rimangano incinte dei loro clienti (sono infatti costrette ad avere rapporti sessuali anche senza preservativo) e che siano poi vittime di aborti clandestini, procurati mediante calci nello stomaco e cocktail di medicinali da ingerire.

Spesso ricorre il racconto di una medesima modalità di fuga dalle case chiuse: un cliente-fidanzato che pagando più soldi del dovuto per i rapporti effettivamente consumati estingue il debito in anticipo, oppure organizza la fuga della ragazza.

In entrambi i casi, l’uomo si assicura la riconoscenza imperitura della ragazza con la quale si imbarca per l’ Italia. Si è potuto verificare la costante presenza dello stesso uomo, che la chiama spesso al telefono e che l’aspetta al momento della sua dimissione (uscita dal centro di accoglienza). In alcuni casi le ragazze raccontano di volerlo raggiungere non appena uscite.

Ci sono quindi ragionevoli motivi per supporre che questo "ex-cliente" incontrato in Libia, del quale ricorre spesso la nazionalità ghanese, sia in realtà il tramite con la mamam in Italia, inserito stabilmente nel racket dello sfruttamento sessuale. È quindi lecito pensare che la "mafia nigeriana" agisca stabilmente anche in territorio libico con l'unico scopo di far arrivare il prima possibile le ragazze in Italia, sottraendole al controllo dei trafficanti libici e a quello dei trafficanti nigeriani "infedeli", che una volta fatto arrivare le ragazze in Libia le sfruttano all'insaputa all'insaputa delle mamam che ha effettivamente pagato il "viaggio"

Le prigioni libiche
Non tutte le ragazze nigeriane in transito in Libia finiscono nei bordelli, una buona parte viene rinchiusa nelle prigioni libiche, nella solo regione di Tripoli ci sono ben 12 centri di detenzione e sono piene di migranti, africani di diverse nazionalità, eritrei e del Corno d'Africa in particolare, ma anche nigeriani.

Finire nelle prigioni libiche significa rischiare di essere rispedite in Nigeria, ed è anche per questo motivo che è indispensabile avere un "referente" libico sul posto per evitare la polizia. "Gli africani restano qui poco tempo, li vestiamo diamo loro da mangiare, li mettiamo in contatto con le ambasciate dei loro Paesi che organizzano il ritorno in patria, tutto funziona bene"

Finire nelle prigioni libiche significa sfruttamento, molti prigionieri sono costretti a lavorare nei campi della zona, e per le ragazze significa subire violenze di ogni genere. "Venivano ogni giorno (poliziotti che controllavano la prigione), sceglievano una delle ragazze e poi a turno la violentavano"

Finire nelle prigioni libiche significa promiscuità, non solo tra uomini e donne, ma anche tra etnie e nazionalità diverse, ed è così che molte donne eritree e nigeriane vengono violentate, dagli stessi migranti rinchiusi in quelle grandi celle, dove ci sono anche più di 50 persone tutte ammassate una sull'altra.

"Nelle prigioni libiche dove i migranti africani in transito vengono violentati" > leggi nostro articolo <

Modalità di controllo in Italia
Dalle testimonianze raccolte all'interno dei CIE e dei CARA, emerge in maniera lampante che la catena dello sfruttamento non si spezza con l’inserimento delle ragazze nei centri: la criminalità organizzata ha acquisito degli strumenti che mantengono il controllo sul traffico di donne migranti (soprattutto nigeriane) finalizzato allo sfruttamento della prostituzione anche nei centri di accoglienza.

Emerge la certezza che il controllo della criminalità riesce ad esplicarsi anche all'interno di vari centri di accoglienza attraverso modalità, quali:
  • Utilizzo di telefoni cellulari con scheda italiana: le ragazze raccontano spesso che ricevono in regalo da parte delle altre ragazze (già vittime di traffico in Italia) presenti nei centri, o da persone incontrate all'esterno dei CARA, telefoni cellulari con cui sono contattate dalle mamam sfruttatrici, o dai loro "presunti" fidanzati.
  • Continui contatti telefonici con le ragazze presenti nei centri di accoglienza da parte degli sfruttatori, che traggono la loro forza dal fatto di rappresentare il loro unico "punto di riferimento", all'interno di un contesto, come quello italiano, di cui queste ragazze non sono a conoscenza. Sono ragazze totalmente disorientate, spaventate, già traumatizzate, del tutto all'oscuro di quello che accadrà loro, e che non hanno altra scelta se non quella di "appoggiarsi" a coloro che diventeranno, una volta uscite, i loro aguzzini.
  • Modalità di controllo da parte di alcune donne, che possiamo identificare come "maman", tese a limitare l’interazione e i colloqui con le operatrici delle associazioni o con le mediatrici culturali, nei confronti delle ragazze appena arrivate in Itaia. Le maman si avvicinano alle ragazze, inveendo contro di loro, e sovente strattonandole, tentando di impedire in questo modo di effettuare il colloquio con le operatrici dei centri di accoglienza.
  • Prelevamento direttamente all'uscita dei centri di accoglienza da parte degli sfruttatori, i quali, mediante gli strumenti di controllo interno sopra citati (cellulari), sono al corrente di quando queste ragazze usciranno e sono in grado di fornire loro un luogo dove stare. Questa constatazione è validata da alcune testimonianze telefoniche di ragazze che hanno interagito con gli sportelli di ascolto delle varie associazioni all'interno dei centri di accoglienza, e che appena uscite hanno riferito di trovarsi in casa con uomini o donne non meglio specificati, che le avrebbero attese fuori dai centri di accoglienza. In questi casi non è stato poi possibile ricontattarle, poiché il telefono non è risultato più attivo.
Conclusioni
L’analisi di quanto emerso dalle testimonianze delle donne nigeriane passate per la Libia fa capire quanto il fenomeno del traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, peraltro in continua trasformazione, stia ulteriormente modificandosi.

Questa constatazione ha una notevole rilevanza dal punto di vista politico-criminale in quanto rende manifesta l’esistenza di un'attività organizzativa dotata di stabilità e prospettiva strategica che travalica, sotto più aspetti (ideativo, preparatorio, commissivo ed effettuale), i confini di un singolo Stato.

Come già esplicitato, le tecniche di reclutamento delle vittime nonché la presenza di specifici indicatori di immissione delle stesse nel circuito dello sfruttamento sessuale in Italia (l’utilizzo di cellulari italiani in possesso di donne nigeriane appena arrivate in Italia, le modalità di controllo agite durante i colloqui delle assistenti e delle mediatrici culturali, il prelevamento all'uscita dal C.I.E. alla scadenza del termine di trattenimento) sono tutti elementi chiaramente riferibili ad una stabile organizzazione criminale di natura transnazionale.

La criminalità transnazionale, definita come una serie di "attività criminali che si estendono in diversi paesi e che violano le leggi di diversi paesi" impone che la lotta per contrastare questo fenomeno assuma una dimensione altrettanto transnazionale.

Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sulla responsabilità dei singoli Stati di prevenire e combattere la tratta di persone ed assicurare che le misure anti-tratta non creino ripercussioni negative o ledano i diritti umani delle persone coinvolte.

Alla luce delle considerazioni espletate diventa imprescindibile intervenire sulla possibilità di offrire adeguate forme di protezione alle vittime anche qualora il crimine contro di loro non sia avvenuto su territorio italiano, come invece prescritto dall’art. 18 T.U. 40 D.to Leg.vo 286/1998 (Legge 30 luglio 2002, n.189, Bossi-Fini). Un’interpretazione restrittiva della possibilità di accedere ai percorsi di protezione sociale priverebbe infatti queste donne, già vittime di prostituzione forzata e inevitabilmente destinate a subire lo stesso reato sul territorio nazionale, di qualsiasi possibilità di salvezza.

Ricorrono inoltre, a favore di un’applicazione più vasta, gli indicatori di pericolo grave e attuale per la vittima, per la determinazione dei quali appare ininfluente l’ubicazione dei luoghi nei quali l’evento criminoso è stato perpetrato. Le donne trafficate attraverso la Libia soddisfano tutti gli elementi annoverati dall'art. 600 del c.p. (riduzione in schiavitù) come necessari alla configurazione del reato di riduzione in schiavitù, conformemente alla legge 228 del 2003 che attua, a sua volta, lo spirito del Protocollo Addizionale delle Nazioni Unite sul crimine transnazionale (Palermo, 2000).

Le donne nigeriane condividono infatti uno status di vulnerabilità conseguente alla loro situazione familiare, economica, culturale e sociale, hanno subito diverse "compravendite" da parte di diversi trafficanti durante il loro percorso, ed esiste, tra i trafficanti stessi, una sodalità e la condivisione di un medesimo disegno criminoso, che prefigura la definizione di organizzazione criminale. Hanno poi subito la coazione a prostituirsi, per ottenere la quale i trafficanti non hanno lesinato atti violenti di vario genere.

Si chiede di poter inserire le donne che sporgono denuncia attraverso le nostre legali in progetti di protezione sociale, certe che l’espansione dell’art. 18 T.U. 40 D.to Leg.vo 286/1998 consentirebbe di privilegiare l’espressione positiva dell’obbligo di assistenza, protezione e integrazione sociale di cui si fa carico lo Stato nei confronti delle persone che per effetto delle loro dichiarazioni all'autorità giudiziaria si espongano ad un pericolo grave ed
attuale.

La richiesta muove dall'implicito riconoscimento della rilevanza dell’art. 18 T.U. 40 D.to Leg.vo 286/1998 nel panorama normativo italiano ed internazionale per la tutela degli stranieri vittime di violenza e grave sfruttamento e per il contrasto ai trafficanti e agli sfruttatori di persone, in ossequio ai più recenti indirizzi degli organismi europei ed internazionali e nell'ottica di una prospettiva, sempre più condivisa a livello sopranazionale, fondata sulla tutela e sull'affermazione dei diritti umani nonché sull'attenzione alla protezione delle vittime dei reati gravi.
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Articolo a cura di
Maris Davis

martedì 12 luglio 2016

Perché in Italia è tanto difficile pronunciare le parole "fascista" e "razzista"

A Emmanuel hanno ormai fatto il funerale, la povera Chimiary non si da ancora pace per aver perso il marito in un modo così assurdo, quel marito che l'ha voluta proteggere da insulti xenofobi, insulti che, per noi "gente di colore", ci arrivano alle orecchie con cadenza quotidiana.

Chimiary
Primo tempo .. Quando lessi la notizia dell’uccisione di Emmanuel Chidi Namdi, la prima cosa che mi saltò all'occhio è che l’aggressore era un fantomatico "ultras"

Lo indicarono da subito nel titolo tutte le testate online, ribadendo il concetto nelle versioni cartacee dei quotidiani. Come se fosse quella la vera discriminante, come se quella qualifica (ultras) fosse sufficiente di per sé a motivare l’orrendo crimine di cui è stato vittima il 36enne richiedente asilo nigeriano.

Ucciso da un ultras”, titolarono in prima pagina l’Avvenire, il Corriere della Sera e Repubblica. Solo approfondendo la notizia si scopre che l'aggressore era "noto da tempo alle forze dell’ordine come elementi della destra fascista", altri come il Fatto Quotidiano nell'articolo spiegarono che ad aggredire i due nigeriani è stato "un gruppo di estremisti di destra, probabilmente ultras della squadra locale di calcio della Fermana". Il primo elemento (l’appartenenza all'estremismo di destra) viene data come una certezza, il secondo (l’adesione alla tifoseria organizzata locale) solo come una probabilità. Eppure nel titolo si parla "ultras" e basta.

Alla fine, il collocamento politico dell’assassino, la sua prossimità a quelle formazioni politiche che da sempre indirizzano il malessere sociale contro gli ultimi arrivati, quegli stessi immigrati eletti oggi a emblema di ogni male è a bersaglio privilegiato del rancore sociale, viene evidentemente ritenuto di poco conto.

Sicuramente il fatto di essere "fascista" è ritenuto meno importante del fatto di fare parte della tifoseria organizzata di una squadra di quarta serie. Evidentemente, in virtù un processo di rimozione collettivo, si preferisce non chiamare le cose col loro nome, non dire le cose come stanno: a uccidere Emmanuel Chidi Namdi non è stato un ultras, è stato un fascista.

Emmanuel e Chimiary
Secondo tempo .. Il tentativo di rimozione collettiva, di minimizzare l'episodio. Già inizialmente una certa destra ha pensato di far passare Emmanuel come colui che ha reagito ad un semplice insulto, una tesi portata avanti dal senatore Carlo Giovanardi durante un dibattito parlamentare proprio sul caso, come se la colpa fosse del morto, e non di chi ha sferrato il quel pugno assassino.

Fermo, una città che si è divisa, che non vuole sentirsi dire che è "razzista". E allora si va dicendo che, si l'assassino di Emmanuel (reo confesso), in fondo è un bravo ragazzo, solo un po' violento. Una città che però si è dimenticata che ben 4 chiese in pochi mesi sono state prese di mira con bombe proprio perché davano ospitalità agli immigrati.

I politici di destra che cercano di ribaltare la "frittata" dicendo che se fosse stato un immigrato ad uccidere un italiano non ci sarebbe stato tutto questo clamore "mediatico" e tutta questa mobilitazione. Eppure di episodi di immigrati assassini in passato ce ne sono stati, e io ricordo che il clamore mediatico ci fu, e fu tanto grande che i "razzisti" ci sguazzarono dentro a piene mani.

Lo stesso "assassino" ha confessato sia la frase razzista, sia il pugno che ha causato la morte di Emmanuel. Un assassino che però nega di essere "fascista", o "razzista" (nonostante le sue frequentazioni), un uomo notoriamente violento che cerca di alleggerire la sua posizione giudiziaria con quell'accusa di omicidio aggravata dalla "finalità razziale", è arrivato perfino a dire che è pronto a dare in eredità i suoi beni alla vedova di chi ha assassinato.

Il web, facebook, twitter si sono divisi, tanta solidarietà per Chimiary ed Emmanuel ma anche troppe giustificazioni e tentativi di minimizzare l'accaduto.

"Una ferita che sanguina fa male ma guarisce, ma una parola che ferisce fa male per sempre", e io e altri neri come me purtroppo le sentiamo tutti i giorni quelle parole che "feriscono" dette da chi ti passa accanto, mentre sei in coda alla posta o in altri uffici pubblici, nei commenti su facebook o nei messaggi personali .. piccole cose, solo piccole cose, già solo piccole cose. In fondo in Italia nessuno è razzista, o fascista, due parole che nessuno può pronunciare.



Chi erano Chimiary ed Emmanuel .. Nigeriani cristiani perseguitati da Boko Haram, ecco chi erano Chimiary ed Emmanuel. Stavano per sposarsi quando durante l'ennesimo assalto delle milizie islamiche al loro villaggio hanno perso la casa, i loro genitori e la loro unica figlia. Improvvisamente avevano perso tutto e così si sono affidati ai trafficanti di uomini per raggiungere il "mondo migliore", l'Europa, l'Italia.

Prima del "viaggio" Chimiary rimane incinta di nuovo, ma loro decidono comunque di affrontare quella fatica, dopo tre mesi raggiungono la Libia. Durante la permanenza in Libia subiscono ogni sorta di violenza e le percosse dei trafficanti fanno perdere il bambino alla donna.

Alla fine dello scorso anno raggiungono l'Italia, a Fermo ritrovano la serenità e in attesa di ricevere lo status di rifugiati rinnovano la loro promessa matrimoniale (vedi il video). Questi erano Emmanuel e Chimiary solo due persone perbene fuggite dagli orrori di Boko Haram e che finalmente in Italia avevano ritrovato la serenità, una serenità stroncata da un pugno "razzista"

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Articolo di
Maris Davis