giovedì 4 febbraio 2016

Repubblica Centrafricana, metà della popolazione a rischio fame

Secondo il rapporto del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP), quasi 2,5 milioni di persone rischia di morire d'inedia e malnutrizione. Sono il doppio rispetto ad un anno fa, a causa del conflitto e della insicurezza che hanno ridotto le possibilità di accesso al cibo. La popolazione è stremata da 3 anni di guerra civile. "Non è un’emergenza come le altre"

Tre anni di crisi hanno stremato la popolazione. Le famiglie sono state molto spesso obbligate a vendere ciò che possedevano, a non mandare i figli a scuola, in alcuni casi a mendicare. "Non si tratta di un’emergenza come le altre. La gente non ha più nulla"

Una donna racconta "Dopo essere stati cacciati dal nostro villaggio siamo arrivati a Saint Saveur siamo qui da quattro mesi, abbiamo molte difficoltà, ho sette figli e nessuno che mi aiuti. Mio marito è scomparso".

Poco cibo in giro e di scarsa qualità. In base alla recente verifica effettuata dal WFP, nel paese una persona su sei combatte contro una malnutrizione grave o molto grave, mentre oltre una persona su tre è "moderatamente" malnutrita e non sa come procurarsi il prossimo pasto.

"Il WFP è estremamente preoccupato di questo allarmante livello di fame. Non solo la gente non ha abbastanza cibo, ma quello che consuma è di scarsa qualità, in termini di costi e valore nutritivo, non rispondendo ai bisogni nutrizionali"

Il raccolto 2014-2015 è stato povero e i prezzi alimentari rimangano alti dal momento che gli agricoltori non hanno potuto coltivare i campi a causa dell’insicurezza, con centinaia di migliaia di persone costrette a fuggire, abbandonando abitazioni, terre e mezzi di sostentamento.

Repubblica Centrafricana. Campo Profughi UNHCR
Un milione di persone in fuga dalla guerra civile. Ulteriori scontri si sono verificati alla fine di settembre, mentre venivano raccolti gran parte dei dati sulla sicurezza alimentare, causando la fuga di altre persone proprio mentre alcuni stavano lentamente facendo ritorno nelle proprie case. Circa un milione di persone sono ancora sfollate nella Repubblica Centrafricana o rifugiate nei paesi vicini. Il rapporto suggerisce interventi come assistenza alimentare d’emergenza continuata alle famiglie sfollate e a quanti sono ritornati a casa.

Il lavoro di WFP (Programma Alimentare Mondiale). "Dobbiamo aiutare i più vulnerabili, essi hanno bisogno di assistenza alimentare d’emergenza per sopravvivere. Non dobbiamo però dimenticare le altre persone nel paese, aiutandole affinché possano ricominciare a ricostruire". Il WFP ha fornito cibo a circa 400.000 persone attraverso distribuzioni generali di cibo, trasferimenti di contante. Assistenza alimentare e tecnica agli agricoltori per poter riprendere il lavoro, creazione di reti di protezione sociale attraverso programmi come quello per i pasti a scuola, sostegno per la riabilitazione delle infrastrutture attraverso attività di cibo in cambio di beni produttivi.

Sono necessari 41 milioni di dollari al Programma Alimentare Mondiale per rispondere ai bisogni urgenti fino alla fine di giugno, nella Repubblica Centrafricana e nei paesi vicini che ospitano i rifugiati. Ad oggi, l’operazione del WFP è finanziata solo al 45 per cento. Il WFP è la più grande agenzia umanitaria che combatte la fame nel mondo fornendo assistenza alimentare in situazioni di emergenza e lavorando con le comunità per migliorare la nutrizione. Ogni anno, il Programma Alimentare Mondiale assiste una media di 80 milioni di persone in circa 80 paesi.



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lunedì 25 gennaio 2016

Insopportabili disuguaglianze. Aumenta il divario tra ricchi e poveri

Cosa è scritto nel rapporto di Oxfam sulla ricchezza nel mondo. Il rapporto sostiene che l'1 per cento della popolazione mondiale possieda più del restante 99 per cento e che questo divario si sta allargando. 62 Paperoni hanno lo stesso patrimonio di 3,6 mld di poveri. L'uno per cento della popolazione mondiale possieda più del restante 99 per cento e che questo divario si sta allargando.

Il patrimonio dei 62 individui più ricchi al mondo censiti da Forbes (capitanati dal solito Bill Gates), vale tanto quanto mette insieme la metà più povera della popolazione mondiale. È quanto denuncia la ONG britannica Oxfam, in occasione del forum di Davos appena concluso. Tra il 2010 e oggi, i 62 super-ricchi hanno visto crescere il loro portafoglio di 542 miliardi di dollari, mentre i 3,6 miliardi di più poveri hanno perso 1.000 miliardi di dollari.

Un’economia al servizio dell’uno per cento. Nel rapporto è scritto che l’uno per cento della popolazione mondiale possiede più del restante 99 per cento messo insieme. Queste cifre sono "la prova definitiva che viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza ha raggiunto livelli senza precedenti da oltre un secolo"

Oxfam è una federazione di 18 associazioni umanitarie e attiviste che si occupano di povertà, diritti umani e ingiustizie nel mondo.

Qualche dato. Nel 2015, secondo Oxfam, 62 persone hanno accumulato la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone (la metà più povera della popolazione mondiale). Cinque anni fa le persone che avevano una ricchezza pari a quella del 50 per cento più povero della popolazione mondiale erano 388, nel 2014 erano 80. Le ricchezze di queste 62 persone sono cresciute del 44 per cento tra il 2010 e il 2015, arrivando a 1.760 miliardi di dollari.

In Italia. I dati sulla distribuzione nazionale della ricchezza del 2015 mostrano come l’uno per cento degli italiani più ricchi abbiano il 23,4 per cento della ricchezza nazionale netta. L’aumento della ricchezza dal 2000 al 2015 non si è distribuito in modo equo, oltre la metà di questa ricchezza è andata al 10 per cento più ricco degli italiani, mentre la restante metà è stata distribuita tra il 90% restante della popolazione italiana.

Nei cosiddetti paesi ricchi, e nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, la quota di reddito nazionale attribuita ai lavoratori si è ridotta (diminuzione del potere d'acquisto), significa cioè che i lavoratori beneficiano di una parte sempre meno consistente dei proventi della crescita. "I possessori del capitale, invece, hanno beneficiato di un aumento dei guadagni ad un tasso di crescita più veloce di quello dell’economia"

È aumentato anche il divario tra lavoratori medi e dirigenti. "Mentre la retribuzione di molti lavoratori è in stagnazione, quella dei top manager è aumentata enormemente. Per esempio, nelle principali aziende statunitensi tali retribuzioni sono aumentate del 54,3% dal 2009 a oggi, mentre i salari dei lavoratori sono rimasti pressoché invariati. L’amministratore delegato della più importante ditta indiana nel settore informatico guadagna 416 volte di più del suo impiegato medio". Non solo, si è allargata la forbice tra la produttività dei lavoratori e i loro salari, questi ultimi ricevono cioè compensi sempre minori.

Alcune imprese possono poi "abusare di posizioni di monopolio e dei diritti di proprietà intellettuale per influenzare e distorcere il mercato a proprio favore, escludendo da esso i propri concorrenti e facendo lievitare i prezzi pagati dalla gente comune". Infine, il rapporto si occupa a lungo di abusi fiscali, della riduzione delle imposte sulle rendite da capitale e dei paradisi fiscali che hanno ulteriormente contribuito ad aumentare le disuguaglianze.

I paradisi fiscali. "In tutti i Paesi del mondo il gettito fiscale serve a pagare i servizi pubblici, le infrastrutture, la pubblica sicurezza, il sistema del welfare e gli altri beni e servizi necessari per il funzionamento del Paese. Regimi fiscali equi sono di vitale importanza per finanziare il corretto funzionamento e l’efficienza degli Stati, nonché per consentire ai governi di adempiere ai propri obblighi e tutelare il diritto dei cittadini a ricevere servizi essenziali quali sanità ed istruzione"

Ma la capacità dei governi di riscuotere le tasse dovute è molto bassa. "Ricchi individui e grandi imprese che intendono sottrarsi ai propri obblighi contributivi ricorrono a uno degli strumenti più immediati a loro disposizione. I paradisi fiscali e i centri finanziari offshore, caratterizzati da segretezza e regimi di imposizione fiscale bassa o nulla per i non-residenti"

"Questo sistema permette che una grande quantità di risorse restino intrappolate in alto, fuori della portata della gente comune e senza ricaduta alcuna per le casse pubbliche degli Stati". Il rapporto dice anche che circa 7.600 miliardi di dollari di ricchezza individuale (più dei PIL di Regno Unito e Germania messi insieme) sono attualmente custoditi offshore. Oxfam ha analizzato 200 imprese, tra cui le più grandi del mondo e i partner strategici del Forum Economico Mondiale, e sostiene che 9 su 10 siano presenti in almeno un paese considerato un "paradiso fiscale".

Le conseguenze. "La crescente disuguaglianza economica nuoce a tutti in quanto pregiudica la crescita e la coesione sociale. Per i più poveri del mondo, tuttavia, le conseguenze sono ancora più gravi. I fautori dello status quo sostengono che l’allarme disuguaglianza è alimentato dalla politica dell’invidia e citano spesso la riduzione del numero di persone in estrema povertà quale prova del fatto che la disuguaglianza non è un problema prioritario"

Oxfam riconosce "gli enormi progressi che dal 1990 al 2010 hanno contribuito a dimezzare il numero di persone al di sotto della soglia di estrema povertà, ma nello stesso periodo, se non fosse peggiorata la disuguaglianza altri 200 milioni di persone si sarebbero affrancati dalla povertà, e tale cifra sarebbe potuta salire a 700 milioni se i poveri avessero beneficiato della crescita economica più dei ricchi"

Donne. In questo contesto di crescente disuguaglianza economica, peggiorano anche le altre forme di disuguaglianza e le donne restano la parte di popolazione più svantaggiata. Oxfam fa notare che nei paesi con un alto livello di disuguaglianza economica esiste anche un maggiore divario tra uomini e donne in termini di condizioni di salute, livelli di istruzione, partecipazione al mercato del lavoro e rappresentanza nelle istituzioni. È più ampio anche il divario retributivo di genere e perfino tra le 62 persone più ricche del mondo 53 sono uomini. Le donne rappresentano la maggioranza dei lavoratori sottopagati e la presenza femminile si concentra nei lavori precari.

"A causa degli ammanchi dovuti a pratiche diffuse di abuso fiscale, i governi si ritrovano con l’acqua alla gola, da qui la necessità di tagliare servizi pubblici essenziali e il sempre più frequente ricorso alle imposte indirette, come l’IVA, che gravano in misura sproporzionata sui soggetti meno abbienti"

Le proposte. Parte del rapporto propone una serie di azioni per invertire la tendenza alla disuguaglianza:
  • Pagare ai lavoratori "un salario dignitoso" e colmare il divario con gli stipendi dei manager aumentando i salari minimi;
  • Promuovere la parità economica delle donne e i loro diritti ricompensando il lavoro di cura non retribuito, ponendo fine al divario retributivo di genere, migliorando la raccolta di dati per valutare l’impatto di genere delle politiche economiche;
  • Tenere sotto controllo l’influenza delle élite istituendo registri pubblici obbligatori dei lobbisti e regole più severe sul conflitto d’interessi, "riformando il quadro normativo, in particolare per quanto attiene alla trasparenza dell’azione di governo", assicurando che vi sia piena trasparenza sui finanziamenti privati ai partiti politici, introducendo norme che impediscano il fenomeno delle "porte girevoli" che permettono un continuo interscambio tra grandi società e governi.
Oxfam propone anche di fare in modo che i medicinali siano accessibili a tutti a prezzi sostenibili, che il carico fiscale sia equamente distribuito, che sia potenziato il settore pubblico piuttosto che il ruolo di quello privato per quanto riguarda la fornitura di servizi essenziali. Come priorità Oxfam chiede ai leader mondiali un’azione coordinata per porre fine ai paradisi fiscali.

Rapporto Oxfam 2016
(Sintesi in italiano)

62 persone
hanno la stessa ricchezza dei 3,6 miliardi più poveri del mondo
542 miliardi di dollari
è l’incremento della
ricchezza dei 62 più ricchi dal 2010 ad oggi
1.000 miliardi di dollari
è la perdita di ricchezza
dei 3,6 miliardi più poveri dal 2010 ad oggi
Solo l'1%
della ricchezza prodotta nel mondo dal 2000 ad oggi, è
è andato alla metà più povera della popolazione
Il 50% della ricchezza
prodotta nel mondo dal 2000 ad oggi è andato all'uno per cento dei più ricchi
3 dollari
è l'aumento medio annuale del salario del 10% più povero della popolazione mondiale



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lunedì 18 gennaio 2016

L'odissea delle rifugiate nel viaggio verso l'Europa

Molestate, sfruttate, violentate. La violenza contro le donne non ha confini, si verifica a Colonia come al Cairo, nelle piazze e nelle case. Ovunque orribile e da condannare senza se e senza ma. La compiono, in parte, anche i rifugiati. La subiscono, in parte, anche le rifugiate.

Amnesty International ha recentemente incontrato in Germania e Norvegia 40 donne e ragazze rifugiate, al termine di un viaggio che dalla Turchia le aveva portate in Grecia ed era proseguito lungo la "rotta balcanica". Ne è uscito un quadro agghiaccianteEcco due testimonianze:
  • "In un albergo della Turchia, un siriano al servizio dei trafficanti mi ha proposto di passare la notte con lui, così avrei pagato di meno o addirittura avrei viaggiato gratis. Ho rifiutato, era una cosa disgustosa. Lo stesso è capitato a tutte in Giordania. Una mia amica, fuggita anche lei dalla Siria, arrivata in Turchia ha finito i soldi. L’assistente del trafficante le ha proposto di fare sesso e l’avrebbe fatta imbarcare. Lei ovviamente ha rifiutato e non è partita. Ancora adesso si trova in Turchia"
  • "Non ho mai avuto la possibilità di dormire al chiuso, avevo troppa paura che qualcuno mi toccasse. Le tende non erano separate e ho assistito a scene di violenza… Mi sentivo più sicura quando ci muovevamo, soprattutto sui pullman, solo lì sopra riuscivo a chiudere gli occhi e ad addormentarmi. Nei campi è facilissimo essere toccate, non si può denunciare e alla fine ognuna vuole evitare di creare problemi che blocchino il viaggio"
"Dopo aver vissuto attraverso gli orrori della guerra in Iraq e Siria queste donne hanno rischiato tutto per trovare la sicurezza per sé e per i propri figli. Ma dal momento in cui inizia questo cammino sono di nuovo esposte alla violenza e sfruttamento"

Tutte le donne e le ragazze incontrate da Amnesty International hanno raccontato di essere state minacciate e di aver provato una costante sensazione di insicurezza.

Molte di loro hanno denunciato che, in quasi tutti i paesi attraversati, hanno subito violenza fisica e sono state sfruttate economicamente, molestate o costrette ad avere rapporti sessuali coi trafficanti, col personale di sicurezza o con altri rifugiati.

I trafficanti prendono di mira le donne che viaggiano sole, sapendo che sono le più vulnerabili. Quelle che non hanno i mezzi economici per pagare il viaggio vengono spesso costrette ad avere rapporti sessuali. Almeno tre delle donne intervistate da Amnesty International hanno denunciato che i trafficanti e i loro collaboratori hanno molestato loro e altre, offrendo uno sconto o un minore tempo di attesa per salpare verso la Grecia in cambio di sesso.

"Queste donne e i loro bambini sono fuggiti dalle zone più pericolose del mondo, ed è vergognoso che siano ancora a rischio sul suolo europeo"

Donna siriana a Berlino
La paura è rimasta costante anche durante il viaggio in Europa, soprattutto quando le rifugiate erano costrette a dormire insieme a centinaia di uomini. Alcune di esse hanno denunciato di essere state picchiate o insultate da parte di agenti delle forze di sicurezza in Grecia, Ungheria e Slovenia.

Le donne e le ragazze, in viaggio da sole o con i loro figli, hanno dichiarato di essersi sentite particolarmente in pericolo nei centri di transito e nei campi dell’Ungheria, della Croazia e della Grecia, obbligate a dormire insieme a centinaia di uomini. In alcuni casi, hanno preferito dormire all'aperto o in spiaggia.

Le donne intervistate da Amnesty International hanno anche riferito di aver dovuto usare le stesse docce e gli stessi gabinetti degli uomini. Una di loro ha raccontato che, in un centro d’accoglienza della Germania, i rifugiati le osservavano mentre andavano in bagno. Per evitare quest’esperienza, alcune di loro rinunciavano a bere e mangiare.

"Non ho mai avuto la possibilità di dormire al coperto. Avevo troppa paura che qualcuno mi toccasse. Nelle tende erano tutti mescolati, uomini e donne, e ho assistito a violenze sessuali e stupri di gruppo"

Amnesty International ha parlato con sette donne in gravidanza, che hanno denunciato di non aver ricevuto cibo e cure mediche durante il viaggio e di essere state schiacciate durante la calca ai confini e ai punti di transito.

Più di 10 delle donne intervistate da Amnesty International hanno denunciato di essere state toccate, palpate e guardate in modo volgare nei campi di transito europei.

Una irachena di 22 anni ha raccontato che, quando si trovava in Germania, una guardia di sicurezza in divisa le ha offerto dei vestiti in cambio di "un po’ di tempo sola con lui"
(Amnesty International)



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venerdì 15 gennaio 2016

Prostituzione. Punire, legalizzare o scoraggiare?

La piena legalizzazione anche in Italia della compravendita di prestazioni sessuali, seguendo l’esempio di altri Paesi europei, fra cui la Germania, deve essere affrontata con lungimiranza. Il Parlamento italiano è dall'abolizione della legge Merlin, ovvero dal 1958, che non discute di regolamentare la prostituzione.

In Italia la prostituzione non è un reato in se, nel senso che non colpisce la donna che si prostituisce, ma esistono una serie di reati legati ad essa come lo sfruttamento, la riduzione in schiavitù, tratta di essere umani, il sesso con minorenni, atti osceni in luogo pubblico (reato che viene contestato quando si vuole colpire i clienti), e altri minori.

L'opinione pubblica italiana si divide tra coloro che affermano che legalizzare e regolamentare porterebbe introiti in tasse per lo Stato e chi pensa che legalizzare la prostituzione significherebbe anche favorire il suo sfruttamento.

Semplificando, nei paesi europei vi sono oggi tre modalità per affrontare la questione del sesso a pagamento:
  • La prima (chiamiamola modello italiano) non proibisce né la vendita né l’acquisto delle prestazioni sessuali, ma punisce chi sfrutta questo mercato.
  • La seconda (modello tedesco e olandese) legalizza sia l’acquisto sia la vendita di sesso, legalizzando anche le imprese che organizzano l’incontro fra domanda e offerta.
  • La terza invece proibisce l’acquisto, ma non la vendita, di prestazioni sessuali (modello svedese), si punisce quindi i clienti.
Il neo-proibizionismo di tipo svedese (punire i clienti), adottato dal 1999, successivamente introdotto in Islanda e Norvegia, ora sta per essere approvato anche in Francia ed è raccomandato a tutti i Paesi da una risoluzione del Parlamento europeo del febbraio 2014.

La discussione su quale sia la scelta migliore è aperta, ma l'attuale dibattito, a mio avviso, è basato in modo eccessivo sui "principi". Da un lato, molti tra i favorevoli alla legalizzazione invocano il diritto delle persone a fare del proprio corpo quello che vogliono. Molti neo-proibizionisti insistono invece sulla indisponibilità commerciale delle prestazioni sessuali, in nome della dignità delle persone.

Si tratta di posizioni, non solo non conciliabili, ma addirittura incapaci di comunicare fra loro. Io ritengo che su questi temi, pur tenendo saldi i valori costituzionali, convenga invece ragionare alla luce dell’etica della responsabilità, ossia di quella che dovrebbe guidare i legislatori.

La domanda principale dovrebbe essere, a prescindere dalle intenzioni e dai principi espressi da una legge, quali sono le conseguenze della legge stessa. L’Italia, nel ragionare sulle leggi per regolare la prostituzione, ha la "fortuna" di essere l’ultima arrivata, potendosi giovare di una storia ormai sufficientemente lunga di Paesi che hanno fatto le due diverse scelte, legalizzatrice e neo-proibizionista.

C'è subito da dire che il modello tedesco, ovvero legalizzazione completa sia della domanda che dell'offerta, adottato in Germania dal 2002, prima ancora in Olanda ed in seguito anche applicato in Austriaha decisamente fallito. Non ha portato nessun vantaggio fiscale per le casse dello Stato (solo una cinquantina di donne sono infatti iscritte alle camere di commercio come prostitute), ma al contrario ha fatto aumentare il loro sfruttamento. Sia in Germania che in Austria si sono moltiplicati gli hotel del sesso dove "imprenditori" scaltri assumono ragazze, quasi tutte straniere dell'est.

Un sistema, quello tedesco, non ha fatto altro che moltiplicare il numero di clienti, facendo della prostituzione un business legalizzato che ha arricchito solo gli sfruttatori (che ora si chiamano "imprenditori"), non ha portato nessun vantaggio alle casse statali e soprattutto rende sempre più schiave le ragazze.

Gli osservatori e gli studiosi segnalano in modo concorde che nei Paesi legalizzatori il numero di prostitute e di clienti è aumentato (le stime in questo campo sono difficili e aleatorie, ma i giornali tedeschi parlano di un milione di clienti al giorno), mentre non si riesce a contrastare in modo efficace lo sfruttamento delle "sex workers", con la piccola eccezione delle prostitute di alto bordo.

Non è un caso se molte delle donne straniere che accedono in Italia a misure di protezione contro la tratta dichiarano di essere passate per i bordelli tedeschi od olandesi. Le donne che liberamente decidono di vendere prestazioni sessuali sono in realtà pochissime, la stragrande maggioranza delle biografie delle prostitute parla di marginalità e sfruttamento. Insomma, l’esperienza dimostra che, se il mercato del sesso viene legalizzato diventa praticamente impossibile contrastare la tratta di esseri umani a scopo sessuale.

Non a caso sia l'Olanda che la Germania tentano di ritornare indietro, infatti la prostituzione legalizzata sta diventando un vero e proprio problema politico.

Pensando a quanto potrebbe accadere in Italia, mi sembra pertinente il paragone con la legalizzazione del gioco d’azzardo nei bar, una volta rotto l’argine proibizionista, le possibilità di guadagno sono tali che la pratica si è diffusa a macchia d’olio, creando intrecci inestricabili e difficilmente contrastabili di interessi, di lobby, cui purtroppo la politica non è estranea, e spalancando un lucroso business alla criminalità organizzata.

Alla luce di quanto accaduto in Germania e in altri Paesi, e tenendo conto del basso tasso di legalità dell’Italia, specialmente in alcune sue regioni, temo che se la prostituzione venisse legalizzata i bordelli si moltiplicherebbero a dismisura, non migliorando la condizione delle prostitute, indebolendo il contrasto alla tratta, e favorendo gli affari delle mafie. NO, quindi, al modello tedesco, NO alla liberalizzazione della prostituzione.

Prima di adottare il modello neo-proibizionista in Svezia si discusse a lungo sui principi, ossia sul fatto che quella legge fosse contro il diritto di un individuo di disporre liberamente del proprio corpo. Pragmaticamente si decise che, essendo impossibile mettere un confine realistico fra libertà e costrizione, per tutelare le donne sfruttate conveniva optare per una scelta semplice e draconiana, sanzionando chi acquista prestazioni sessuali, ma non chi vende sesso, accompagnando e assistendo nel contempo chi vuole lasciare il lavoro del sesso.

Le ricerche sull'effetto di queste leggi sono incoraggianti. In Svezia nel 2014 una commissione indipendente presieduta dal Cancelliere della giustizia ha concluso che la legge ha avuto effetti sostanzialmente positivi:
  • Il numero delle prostitute di strada si è ridotto della metà.
  • È stato calcolato che in Svezia nel 1995 operassero circa 3.000 prostitute, mentre attualmente si parla solo di 300.
  • La Svezia avrebbe un decimo delle prostitute della Danimarca, a fronte di una popolazione quasi doppia.
  • Negli anni immediatamente precedenti il 1999, il 13,6% degli uomini pagava "prestazioni sessuali" e la maggioranza della popolazione era contraria alla legge.
  • Nel 2014 meno dell'8% degli uomini acquistava prestazioni sessuali e il 70% della popolazione era favorevole alla legge che criminalizza l'acquisto dei rapporti sessuali.
La prostituzione in rete è aumentata in Svezia come altrove, a causa dello sviluppo di Internet, ma si trovano molti più annunci online nei Paesi vicini. Dopo aver ascoltato le testimonianze delle donne prostituite e delle ex prostitute, degli assistenti sociali, dei poliziotti e di altre persone direttamente interessate, la commissione ha concluso che la legge rappresentava un ostacolo all'insediamento dei trafficanti e dei magnaccia e aveva determinato una riduzione della criminalità organizzata.

Quindi, alla luce di questi risultati concreti, se l’obiettivo è ridimensionare tutto il mondo di sfruttamento che gira attorno alla prostituzione e combattere la tratta, il modello svedese sembra essere di gran lunga più efficace rispetto al modello tedesco.

In Italia non sarebbe necessario fare molto, esistono già leggi che condannano la tratta, lo sfruttamento, il traffico, riduzione in schiavitù e altri reati correlati al mondo della prostituzione, basterebbe solo proibire (come in Svezia) l'acquisto di prestazioni sessuali a pagamento, come anche raccomandato dall'Unione Europea e adottato in altri paesi europei con risultati eccellenti.
SI, quindi, al divieto di acquistare prestazioni sessuali

Diciamo assolutamente NO alle "Case Chiuse", NO all'istituzione di aree a "Luci Rosse" e ancora NO ai "mercati del sesso a pagamento"



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