giovedì 25 maggio 2017

Far morire i bambini in mare è un oltraggio all'umanità intera

Nei primi mesi del 2017 sono affogati 1.250 migranti: uno su quattro è un bambino o una donna. La denuncia di Save the Children.


Nelle settimane passate tutto il dibattito riguardava le ONG fatte passare per organizzazioni criminali colluse con criminali e scafisti. Una colpevolizzazione con finalità xenofobe.

Ma la realtà è un'altra. "L'ennesima tragedia del mare avvenuta in questi giorni non può che metterci di fronte alle nostre responsabilità. I bambini che hanno perso la vita scappando da violenza e miseria, sono un oltraggio all'umanità intera". Lo afferma Valerio Neri, direttore generale di Save the Children, commentando la notizia dell'ennesimo naufragio al largo delle coste libiche nel quale hanno perso la vita anche una ventina di bambini.


Save the Children ritiene "assolutamente inaccettabile che l'Europa rimanga inerme di fronte alla tragedia che continua a consumarsi alle sue porte. Da inizio anno risultano essere 1.250 i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo centrale, quasi un terzo in più rispetto all'anno precedente. Una persona su 4 tra le vittime e i dispersi potrebbe essere una donna o un minore, ma sappiamo che nei naufragi sono proprio loro i più vulnerabili e il numero potrebbe pertanto essere maggiore"

Un'imbarcazione si ribalta al largo del porto libico di Zuara, soccorsa da Guardia Costiera italiana e ONG Moas. 35 i morti, tra di essi molti bambini, più di 150 i dispersi.


La foto diffusa su Twitter dalla ONG Moas

Trentacinque morti, annegati in mare. Tra di essi anche bambini, secondo quanto testimoniato dalle ONG impegnate nei soccorsi. Quando una nuova giornata difficile nel Mediterraneo Centrale volge al termine, la Guardia Costiera dirama il bilancio delle ripetute operazioni di salvataggio coordinate dalla sua centrale operativa. Il dramma è avvenuto al largo del porto libico di Zuara, provocato dal ribaltamento di un barcone.

"Per uno sbandamento verosimilmente causato dalle condizioni meteomarine e dallo spostamento repentino dei migranti su un fianco dell'imbarcazione, si legge nella nota, circa 200 migranti sono caduti in mare da un barcone con circa 500 migranti a bordo. L'immediato intervento delle navi 'Fiorillo' della Guardia Costiera e 'Phoenix' del Moas ha consentito di trarre in salvo la maggior parte dei migranti caduti in acqua. Trentaquattro, invece, i corpi senza vita recuperati in mare dai soccorritori"

La Guardia Costiera fa sapere che, solo ieri, sono circa 1.800 i migranti tratti in salvo nel Mediterraneo Centrale, in 10 distinte operazioni di soccorso coordinate.
(La Repubblica)

"In coerenza con la propria missione, Save the Children sta lavorando per salvare vite umane in mare. Ma tale azione non è più sufficiente. Occorre uno sforzo congiunto in cui il rispetto dei diritti umani sia il fondamento di ogni azione"

"È indispensabile che la comunità internazionale, e in primo luogo l'Europa, moltiplichi gli sforzi per realizzare vie di accesso sicure dalle aree di crisi o di transito, per evitare che decine di migliaia di persone continuino a vedersi costrette ad affidarsi ai trafficanti, mettendo in serio pericolo la propria vita, per attraversare il Mar Mediterraneo"

Secondo le stime di Save the Children dall'inizio dell'anno al 21 maggio sono arrivati via mare in Italia oltre 48.500 migranti, fra cui più di 7.100 minori la maggior parte dei quali sono non accompagnati (almeno 6.200).




Articolo a cura di
Maris Davis

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venerdì 19 maggio 2017

Imbrogliate, stuprate e vendute. A Benin City tra le vittime della tratta

Nel 2016 dalla Nigeria sono arrivate in Italia 11 mila ragazze: l’80% è finito sui marciapiedi. Il business dei trafficanti del sesso ha raggiunto i livelli record di 10 anni fa.

Benin City, Nigeria

Cisom ha 21 anni, ma minuta com'è sembra un’adolescente. Nella sua vita precedente abitava in un villaggio rurale dell’Imo State, a 300 chilometri dall'edificio dai muri color ocra e l’odore di disinfettante dove vive oggi a Benin City, sotto la protezione dell’agenzia governativa anti-tratta (Naptip).

«Studiavo in una scuola per parrucchiere, sognavo di aprire un negozio, ma in una famiglia di sei persone che tira avanti con il raccolto dei campi i soldi non bastano mai, così quando una vicina mi ha proposto di andare in Germania per guadagnare bene non ci ho pensato due volte, diceva che le avrei pagato i 30 mila euro del servizio (il viaggio) una volta sistemata», racconta con un filo di voce, gli occhi bassi, le mani nervose che tormentano la maglietta bianca.

La giovane psicologa che la assiste le tiene le spalle, lei continua guardandosi i piccoli piedi nudi: «Siamo state accompagnate a Benin City, c’era anche mia sorella. Poi siamo andate in Mali, ci hanno tolto i passaporti, ci hanno chiuso dentro una casa, piangevamo tutto il giorno».

Cisom è una delle decine di ragazze che ogni settimana vengono adescate dai trafficanti e avviate alla prostituzione

Il business, tornato ai livelli record di dieci anni fa (ma più violento e affamato di minorenni), lievita senza sosta da mesi. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City.

Fa caldo nella capitale polverosa dell’Edo State, un milione e mezzo di anime disseminate in un groviglio di strade senza piano regolatore e senza memoria dell’antico Regno dove due famiglie su tre vivono con un centinaio di dollari al mese, quanto ricchi e stranieri pagano al ristorante per una cena.

Julie Okah Donoi, braccia poderose sotto la polo con il numero di telefono “Naptip Hotline”, guida questa struttura che in 15 anni, operando sotto l’ombrello del ministero della Giustizia, ha recuperato 10 mila vittime e portato in tribunale 323 carnefici: «Lavoriamo con le intelligence dei Paesi vicini per intercettare le ragazze prima che partano per l’Europa, dalla Libia e dal Niger ne tornano indietro 120 a settimana».

«La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. Con l’Italia abbiamo un accordo che funziona, negli ultimi 15 giorni sono state rimpatriate in 150. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute»

Cisom e le altre restano sullo sfondo come i poster che tappezzano le pareti. Fuori da qui la città, che al calare del sole piomba nel buio, nasconde gli artigli, le capanne della paura dette «shrines» dove, tra feticci organici e riti woodoo, viene imprigionata l’anima delle ragazze per smerciarne meglio il corpo, i sottoscala per i documenti falsi, i locali per il sesso prêt-à-porter.

«Dicono di non sapere cosa significhi partire per l’Italia ma non è vero, lo sanno tutti, qualsiasi famiglia di Benin City ha o ha avuto almeno una persona nella tratta, magari ci si aspetta che sia meno peggio, che i clienti siano pochi e che sia facile trovarne uno disposto a trasformarsi in marito, ma il business è chiarissimo e paradossalmente il problema non è tanto finirne vittima quanto tornare a casa a mani vuote». La riflessione di Evon Idahosa è spietata.

Bella, assertiva, questa avvocatessa che lavora al reinserimento delle ex prostitute attraverso l’ong Pathfinders Justice Initiative beve succo d’anguria e mostra i dati Onu: un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. «Siamo una società conservatrice ma il bisogno ridimensiona i valori e nei villaggi il biasimo morale pesa meno dell’ammirazione per le “mamam” che si arricchiscono». Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro "Le Ragazze di Benin City" e dirige un'associazione per le vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «mamam» in Italia.

Beki, 30 anni, ammette di aver capito cosa l’aspettava una volta entrata in Libia. La permanenza nella «connecting house» di Tripoli, con le compagne messe incinta per far scattare la protezione extra, garantita alle mamme da molti Paesi europei, l’ha riportata in sé. «Mi sono consegnata alla polizia e sono stata rimpatriata», spiega emergendo dal cofano della grande automobile tipo Buick che sta aggiustando con una coetanea. Lavorano da Sandra, la titolare «dell’officina di recupero» finanziata dal governatore di Benin dove sono state reinserite un centinaio di ragazze.

«Abbiamo il dovere morale e la responsabilità legale di aiutare queste ragazze, dobbiamo unire le forze per creare un’alternativa che scoraggi chi vuole partire e favorisca il reintegro di chi torna», ha notato la presidente della Camera Laura Boldrini durante la visita a Benin City, tappa centrale del suo viaggio istituzionale in Nigeria.

Cisom stringe la mano senza vigore, ha recuperato il corpo ma l’anima è ancora persa, rubata come le altre, come le ragazze di Benin City, come le studentesse di Chibok

Articolo della giornalista de "La Stampa" Francesca Paci
inviata a Benin City in occasione della visita di Laura Boldrini in Nigeria

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giovedì 18 maggio 2017

Quei capitali illeciti nascosti nei paradisi fiscali che impoveriscono l'Africa

La fuga, in aumento, di immense somme di denaro illecito dal continente africano, priva le economie dell’ossigeno per gli investimenti, a beneficio dei grandi istituti di credito dei paesi sviluppati. Un’emorragia che ha un impatto devastante sullo sviluppo economico e sulla stabilità, in particolare nell'Africa sub-sahariana.


«I flussi finanziari illegali da e verso i paesi in via di sviluppo tra il 2005 e il 2014 rappresentano una percentuale che oscilla tra il 14,1% e il 24% del commercio totale di questi paesi»

La stima è estrapolata dal rapporto "Illicit Financial Flows to and from Developing Countries 2005-2014" realizzato da Global Financial Integrity (GFI), organizzazione non-profit di ricerca e consulenza con sede a Washington.

Come si evince dal titolo, nelle sue 68 pagine, lo studio si concentra sulle dimensioni e la continuità dei flussi di capitali che vengono illegalmente guadagnati, trasferiti e/o utilizzati. Per individuare tali flussi, GFI ha analizzato le discrepanze rilevate nelle statistiche commerciali bilaterali e nella bilancia dei pagamenti dei singoli paesi, facendo riferimento ai dati del Fondo monetario internazionale.

Il report esamina sia le entrate sia le uscite illegali, sulla base del fatto che le prime potrebbero restare nei paesi d’origine invece di essere incanalate verso paradisi fiscali o centri finanziari offshore, mentre le seconde privano i paesi meno sviluppati di capitali che potrebbero essere tassati o investiti.

Altro dato saliente relativo all'intero decennio preso in esame, è la crescita media annua dei flussi finanziari illeciti in uscita dai paesi in via di sviluppo, che ha registrato un incremento medio tra l’8,5% e il 10,1%.

Limitatamente al 2014, l’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati completi, i deflussi finanziari illegali hanno sottratto dai 620 ai 970 miliardi di dollari alle economie meno solide. Molto negative anche le stime inerenti agli afflussi di capitali illeciti per le stesse economie, che nel 2014 oscillano da 1.400 a 2.500 miliardi di dollari.

Africa sub-sahariana, la regione più colpita dalla fuga di capitali

Nel corso del decennio esaminato, tra le varie aree geografiche monitorate dallo studio, spicca in negativo l’Africa sub-sahariana, dove si registrano percentuali di deflussi illeciti superiori a qualsiasi altra regione geografica analizzata nel rapporto.

L’emorragia di capitali illegali tra il 2005 e il 2014 oscilla in media tra il 7,5% e l’11,6% rispetto al volume del commercio locale. Soltanto nel 2014, il volume dei capitali illeciti in uscita dalla regione sub-sahariana è variato dal 5,3% al 9,9% del totale complessivo di esportazioni e importazioni.

Una fuga di immense somme di denaro, che priva le economie africane dell’ossigeno per gli investimenti, a beneficio delle grosse banche dei paesi sviluppati. I deflussi finanziari illeciti hanno quindi un impatto devastante sullo sviluppo economico e sulla stabilità in Africa.

Alcuni economisti dello sviluppo ritengono che l’area sub-sahariana, comunemente considerata dipendente dai flussi di aiuti dei paesi industrializzati, sulla base dei dati contenuti nel report sarebbe in realtà un esportatore netto di capitali verso il resto del mondo. Nella sostanza, le economie africane porterebbero più risorse all'economia mondiale di quante ne ricevano a titolo di aiuti allo sviluppo.

Corruzione, sfruttamento delle ricchezze dell'Africa, dittature e regimi autoritari, ed infine gli enormi interessi economici degli ex-paesi colonizzatori sulle ex-colonie sono queste le principali cause che "impoveriscono" i popoli dell'Africa, ma che rendono sempre più ricche pochissime élite. 

L'Africa, i paradisi fiscali e la grande frode
Evasione fiscale, creazione di fondi illeciti, corruzione e riciclaggio di denaro, in Africa generano un “tesoretto” illegale di almeno 60 miliardi di dollari all'anno, sottratti all'assistenza sanitaria, all'educazione, alla scolarizzazione dei bambini, e a servizi pubblici essenziali come quello dell'acqua.
- leggi il nostro articolo -

Il massiccio afflusso di capitali illegali verso la Russia e l’Europa dell’Est

Oltre agli annosi problemi che affliggono l’Africa, il rapporto sottolinea anche quanto sia critica la situazione nei paesi dell’Europa dell’Est e dalle Ex-Repubbliche sovietiche, compresa la Russia, che hanno registrato le percentuali più alte di afflussi di capitali illegali, stimate tra il 12,4% e il 21,0% del totale degli scambi commerciali della regione.

Come arginare il problema. Il GFI propone che tutti i paesi dovrebbero partecipare attivamente allo scambio automatico multilaterale di informazioni fiscali, messo a punto dall’Ocse e adottato dal G20.

In secondo ordine, i governi dovrebbero creare pubblici registri per verificare le informazioni sulle proprietà effettive di tutte le persone giuridiche, mentre tutte le banche dovrebbero conoscere gli estremi identificativi dei beneficiari di tutti i conti correnti accesi nei loro istituti finanziari, ovvero mai più conti anonimi o "cifrati"

Infine, i governi dovrebbero richiedere alle multinazionali di rivelare pubblicamente i loro ricavi, profitti, perdite, vendite, imposte pagate, livelli di organico e società controllate paese per paese.
(Fonte: Global Finacial Integrity Report)

Global Financial Integrity Report
"Illicit Financial Flows to and from Developing Countries 2005-2014"
- Download -

Global Financial Integrity Report
"Illicit Financial Flows to and from Developing Countries 2005-2014"
Analisi Paese per Paese
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Articolo di
Maris Davis

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martedì 16 maggio 2017

Nigeria, il sequestro e l'oblio. I bambini dimenticati di Damasak

Nel 2014 e fino al 2015 Boko Haram tenne sotto controllo e occupò la città di Damasak, nella Nigeria nord-orientale, quasi al confine con il Niger. Prima che l'esercito nigeriano riprendesse il controllo della città (marzo 2015), i miliziani islamici si erano già portati con loro circa 500 persone, 300 erano i bambini di una scuola e altre 200 erano ragazze adolescenti e donne.

Miliziani Boko Haram nella città di Damasak durante l'occupazione (2014-2015)

Si è trattato del più alto numero di persone mai rapite in una sola volta dai miliziani Boko Haram, e fa ancora più orrore se si pensa che erano tutti bambini e giovani ragazze. Eppure su questo tragico episodio è calato il silenzio dei media internazionali e perfino del governo federale.

Un silenzio tombale calato anche quando l'esercito nigeriano, dopo aver liberato la città, scoprì l'orrore di decine di fosse comuni, e centinaia di corpi decomposti abbandonati nelle strade e nei parchi della città. - leggi -

La denuncia di Human Rights Watch
L'Ong Human Rights Watch (Hrw) ha denunciato il silenzio delle autorità nigeriane sul più grande sequestro effettuato dagli estremisti islamici di Boko Haram in Nigeria, che ha avuto luogo nella città di Damasak, nell'estremo nord del paese.

Mentre il caso delle 276 studentesse di Chibok ritorna regolarmente sulle pagine dei giornali e per la loro liberazione si è mobilitata anche la comunità internazionale, sembra che il rapimento di Damasak sia passato relativamente inosservato.

Nei primi giorni del mese di marzo 2015, i terroristi Boko Haram sono stati attaccati e cacciati da Damasak da parte delle truppe nigeriane e ciadiane. Dietro di loro lasciarono qualche centinaio di cadaveri e rapirono, secondo Hrw, più di 300 bambini e centinaia di donne. Quando gli estremisti si stabilirono nella città il 24 marzo 2014, installarono il loro quartier generale nella scuola primaria Damasak. Al suo interno tenerono rinchiusi quasi 500 bambini e centinaia di donne per quasi un anno. Molti morirono prima della liberazione della città.

Alcuni media nigeriani e internazionali ripresero la notizia del rapimento ma le cifre non vennero mai confermate da fonti ufficiali che in alcuni casi negarono anche che l'evento fosse realmente accaduto.

Secondo Hrw il silenzio delle autorità nigeriane è legato al fatto che questo grande rapimento sia avvenuto pochi mesi dopo quello di Chibok che mobilitò la comunità internazionale, e poi perché è avvenuto pochi mesi prima delle elezioni presidenziali.

Hrw ha chiesto al governo nigeriano di prendere in considerazione tutte le numerose sparizioni e sequestri nel paese e dia tutte le informazioni in suo possesso al riguardo. Secondo Hrw sono oltre duemila, tra donne e bambini, le persone rapite tra il 2014 e il 2016 ancora nelle mani di Boko Haram.


Video che documenta l'orrore del massacro di Damasak, tra il 2014 e il 2015

Un evento che ricorda quello delle 276 giovani ragazze di Chibok, 82 delle quali liberate la scorsa settimana. Tuttavia, la sorte di tutti quei bambini non ha provocato la stessa indignazione internazionale né la mobilitazione dei mass-media. Un’altra delle numerose tragedie soffocate dal conflitto, non considerate dai media, ma nemmeno del governo nigeriano.

Bentornate ragazze. Bentornate sorelle. Siamo felici di riavervi a casa”. Abba Kyari, capo di gabinetto del presidente nigeriano Muhammadu Buhari, ha accolto così le 82 studentesse di Chibok rilasciate la scorsa settimana dal gruppo jihadista nigeriano Boko Haram a seguito di una lunga trattativa con ufficiali del governo di Abuja che si è conclusa in uno scambio di prigionieri e la scarcerazione di alcuni militanti.

Per tre anni il rapimento del 15 aprile 2014 delle 276 studentesse di età compresa fra i 15 e i 18 anni dal dormitorio femminile di una scuola di Chibok nello Stato nord-orientale di Borno, ha ispirato indignazione a livello globale. L’hashtag #BringBackOurGirls, per il quale si sono mosse anche l’ex-first lady statunitense Michelle Obama e il premio nobel Malala, è divenuto una campagna internazionale per salvarle che ha esercitato un enorme pressione sulle autorità nigeriane. Dopo una serie di trattative, fughe e rilasci cominciati nel maggio del 2016, ancora 113 ragazze restano in mano al gruppo terroristico.

Anche se esistono forti perplessità attorno alle modalità di liberazione delle studentesse, si tratta in ogni caso di una buona notizia per le giovani che ora dovranno affrontare la difficile sfida della reintegrazione sociale. Ma al di là dei numerosi messaggi e articoli di congratulazioni rimbalzati su tutti i media, un dato di fatto rimane: nonostante i successi militari e le molteplici liberazioni, ci sono ancora centinaia di persone (secondo Human Watch sarebbero duemila) rapite da Boko Haram (per lo più minorenni) che mancano all'appello.


Il rapimento di Damasak. Circa 200 miglia a nord di Chibok, vicino al confine con il Niger, si trova la città di Damasak. Una località piena di rovine e di abitazioni crivellate dai colpi dei proiettili, dove abitano i familiari di più di 300 minori rapiti dai combattenti islamisti qualche mese dopo i fatti di Chibok e mai più tornati. Il miliziani occuparono la scuola primaria Zanna Mobarti con i bambini all'interno, trasformandola in una base militare, poi oltrepassarono il confine con il Niger portandosi dietro i giovanissimi prigionieri.

Ad oggi le autorità nigeriane sul posto hanno confessato all'agenzia Afp di non aver alcuna informazione utile al loro ritrovamento. Si tratta del più grande sequestro compiuto da Boko Haram durante il conflitto come confermato anche da Human Right Watch, ma per questi bambini è stato lanciato un hashtag, #BringBackOurBoys, che però ha smesso di essere usato pochi mesi dopo. Non c'è stata nessuna campagna mediatica per la loro liberazione e nessun politico si è mosso. In quei luoghi, anche se è tornata la calma dopo anni di devastazione, la gente si sente trascurata e dimenticata. Questi ragazzini sono scomparsi nella giungla dove sono stati portati a forza, alla stessa velocità alla quale sono spariti dai pensieri dell’opinione pubblica.

Vittime di una folle strategia. Un’idea su quello che accade a chi viene rapito ce la fornisce un rapporto pubblicato dall’Unicef lo scorso aprile, secondo cui Boko Haram utilizza sempre più giovani minorenni come attentatori suicidi nei paesi del bacino del Lago Ciad. Dal 2014 gli jihadisti si sono serviti di 117 minori, di cui l’80% erano ragazze.


(Aprile 2017, Rapporto Unicef sui minori rapiti da Boko Haram)

Nel primo trimestre del 2017 la cifra di attentatori suicidi è triplicata rispetto allo stesso periodo del 2016, raggiungendo i 27 kamikaze. Lo studio documenta casi di bambini cresciuti in cattività che, aggiunti alle testimonianze delle superstiti di Chibok, aiutano a capire: le ragazze diventano “spose” dei salafiti, i ragazzi sono addestrati come combattenti o spie. Facendo leva sulle loro menti deboli, i terroristi li trasformano in attentatori suicidi pronti a colpire in affollati mercati o moschee, dopo averli drogati e aver praticato loro un accurato lavaggio del cervello.

Quella delle bambine e dei minori kamikaze è una strategia usata abitualmente da Boko Haram

L'Islam integralista nigeriano, dal 2009, ha provocato circa 25 mila vittime, 2,7 milioni di sfollati nella regione, centinaia di villaggi rasi al suolo, migliaia i luoghi di culto e scuole devastate, oltre ad una terribile crisi alimentare

Una potenziale soluzione a questa piaga disumana potrebbe venire dal delinearsi di una nuova situazione: indebolito da due anni di offensive militari, ma non ancora sconfitto, nell'ultimo periodo il gruppo estremista è meno attivo e dallo scorso agosto si sta trasformando a causa delle lotte interne che hanno provocato una scissione tra i fedeli al vecchio leader Abubakar Shekau (tornato a farsi sentire di recente in un video smentendo per l’ennesima volta di esser stato ferito da un bombardamento e insultando il presidente nigeriano Buhari) e la fazione di Abu Musab al-Barnawi appoggiata dall’Isis. Quest’ultima vorrebbe porre fine agli attacchi suicidi nei luoghi pubblici, perpetrati per ordine di Shekau e diventati un marchio della jihad nigeriana.



Il silenzio vergognoso dei media internazionali sui minori rapiti dall'integralismo islamico nigeriano e di cui non si sa più nulla
Continueremo a far sentire le voce di quei bambini catturati da Boko Haram



Articolo di
Maris Davis

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