lunedì 20 febbraio 2017

Il cliente è di tutte le età, ed è sempre più violento

Il presente articolo, già pubblicato nel nostro Calendario "Le Ragazze di Benin City 2017", nasce da un'indagine fatta nel 2016. Sono state intervistate un centinaio di ragazze nigeriane costrette a prostituirsi nel nord-est (Friuli e Veneto). Tra di loro anche alcune giovani ragazze che in seguito hanno deciso si seguire un percorso di recupero e di integrazione in base all'art. 18 (Protezione Sociale).

L'obiettivo dell'indagine è stato quello di stabilire le varie tipologie di "clienti" che sono abituali (o saltuari) frequentatori di prostitute. Uno dei dati che sono emersi una sempre maggiore violenza verso queste donne, una violenza che alcuni anni fa non era così manifesta. Si va dal cliente arrogante (io ti pago quindi devi fare quello che voglio io), al cliente "rapinatore", fino ad arrivare al "cliente" stupratore (sei una puttana, non sei una donna, e quindi faccio quello che voglio di te).

Alcuni dati. In Italia ci sono tra le 75 e le 120mila donne che si prostituiscono, ma solo il 20% lo fa volontariamente, e sono quello che lo fanno quasi sempre in casa in casa o in alloggi privati. Tutte le altre sono donne "trafficate", per lo più straniere, il 36% sono nigeriane.
  • Tra il 2015 e il 2016, le nigeriane entrate irregolarmente in Italia sono state 11.300 (il triplo rispetto ai due anni precedenti) e sono sempre più giovani, 2 su 5 sono minorenni.
  • Il volume d'affari generato dalla prostituzione in Italia è calcolato in circa 90 milioni di euro al mese.
  • La Caritas ha calcolato che almeno 9 (nove) milioni di italiani ha frequentato almeno una volta una prostituta, 6 (sei) milioni sono invece considerati "clienti abituali"

Non c’è un cliente tipo e vi è una bassa percezione del rischio. La violenza è aumentata e vi sono anche le giornate “dello sballo. Capitano giornate davvero "infernali". L’unico dato comune è che i clienti sono di tutte le età, dai 18 ai 70 anni. Alcune ragazze ci confessano che a volte sono gli stessi padri che portano i figli 15-16-17enni affinché imparino a fare sesso. Il cliente vuole sempre la “novità”, quindi va a cercare le ragazze appena arrivate.

I clienti sono per la maggior parte sposati o fidanzati. Sono più violenti rispetto al passato. Una volta erano gli stranieri provenienti dai paesi dell’Africa mediterranea ad essere violenti con le nigeriane, oggi anche gli italiani che considerano queste ragazze solo “oggetti” pagati per il semplice piacere sessuale.

Molti fanno uso di alcol e di sostanze stupefacenti, alcuni sono ex tossici. Una caratteristica comune a molti è che richiedono prestazioni particolari, soprattutto senza preservativo. Spesso chiedono di filmare l’atto sessuale con lo smartphone, a volte lo fanno anche di nascosto.

Molte ragazze accettano anche rapporti di gruppo, rapporti anali o rapporti “saffici (con altre donne). Il pensiero va sempre al “quel debito” da pagare, che prima viene pagato è prima si torna ad essere libere, quindi tutto va bene, anche prendersi qualche rischio in più. I clienti non si fermano davanti a nulla, non vanno via nemmeno se vedono qualcun altro, altri clienti o magari le forze dell'ordine che si fermano a chiedere i documenti alle prostitute. Si definiscono “amici” delle ragazze, dicono che le controllano perché in strada c’è brutta gente. “Non hanno il senso della gravità della loro azione anche se si accompagnano con minorenni o con donne che fanno parte di una rete di organizzazioni criminali

Non c’è un cliente tipo. Possono essere facoltosi o meno, giovani o vecchi, ragazzini con lo scooter, italiani o stranieri. In tutti però c’è la percezione del rischio per la salute, ma nonostante ciò accettano tutti i rischi.

Violenza, stupri e rapine ci sono sempre stati, soprattutto nelle zone periferiche, ma purtroppo sono in continua aumento

La ragazza in strada, una volta che sale nella macchina del cliente si trova sola e indifesa, e magari anche in luogo appartato. È vero che le ragazze non si prostituiscono mai da sole, sono sempre in gruppi di almeno tre o quattro che si “aiutano” a vicenda, ma queste ragazze sono sole durante l’atto sessuale, ed è proprio in questi minuti che il “cliente violento” approfitta per rubare, violentare e picchiare.

I clienti abituali, quelli che frequentano con più assiduità le nigeriane, hanno fra i 30 e i 40 anni, sono piuttosto abbienti, e sono quelli che, diversamente dai ragazzini e dagli over 60, usano di più il preservativo.

Perché andare con una prostituta .. C’è chi va per divertimento, chi per trasgressione, chi per solitudine, e c’è anche chi si innamora. Alcuni ex-clienti si indebitano per riscattare la ragazza, altri hanno un atteggiamento “salvifico” verso le più giovani con l’aria più dimessa.

Ci sono i violenti, che scaricano il loro istinto aggressivo e spesso le ragazze non li denunciano perché non sono in regola con i documenti.

Il nodo critico sono i rapporti non protetti. Su 10 uomini, 8 li chiedono. Vengono dati più soldi e spesso le ragazze li accettano, soprattutto quelle dell’Est, mentre le nigeriane contrattano di più e sono più consapevoli dei pericoli.

La totalità delle persone che ha avuto rapporti abituali con le prostitute ha avuto almeno un contatto con qualche malattia trasmissibile sessualmente, ma spesso sono di lieve entità e curabili. Diversamente da quanto spesso diffuso non tutte le prostitute sono malate. Spesso infatti chi si prostituisce in strada, più che con l’HIV ha a che fare con malattie infettive o legate al clima, ha disturbi causati dall'esposizione al freddo come laringiti e faringiti o problemi alle gambe.

Molte sono le ragazze nigeriane intervistate si sono anche sottoposte una, due o anche tre volte ad interruzioni volontarie di gravidanza

Ci appelliamo al governo italiano e al suo parlamento affinché venga approvata al più presto una legge sulla prostituzione che al momento manca. Attualmente la "prostituzione" in se non è vietata, viene punito solo lo "sfruttamento", un reato ignobile che però è difficile da dimostrare in tribunale senza la fattiva collaborazione della ragazza "sfruttata", e queste ragazze hanno sempre paura delle ritorsioni e delle violenze che comunque subiscono ogni giorno.

Una proposta di legge in realtà è stata depositata ma è ferma alla Camera dei Deputati. Si propone di combattere la tratta degli esseri umani a scopo di prostituzione “Modifica all’articolo 3 della legge 20 febbraio 1958, n. 75, concernente l’introduzione di sanzioni per chi si avvale delle prestazioni sessuali di soggetti che esercitano la prostituzione“ (Atto 3890 della Camera dei Deputati)

Come raccomandato dall'Unione Europea e già messo in pratica in Francia e in Svezia, il metodo da seguire è quello di punire il "cliente", ovvero chi acquista prestazioni sessuali.


Sulle strade italiane dove cresce in modo esponenziale la mafia nigeriana
- leggi -
Presentata proposta di legge per punire i clienti delle prostitute
- leggi -
Prostituzione. Punire, legalizzare o scoraggiare?
- leggi -


Condividi la nostra Campagna Informativa
"Le Ragazze di Benin City"
- clicca qui -



Articolo di
Maris Davis

Condividi su Facebook

giovedì 16 febbraio 2017

03 Woodoo, le origini nel Regno di Danxomè

Continuiamo lo studio di questa pratica che ha molta influenza nella tratta delle nigeriane in Europa.


Abbiamo nel regno di “Danxomè” in Benin, parecchie grandi famiglie di “Woodoo” con i loro derivati. Non si può parlare di “Woodoo” nel “Danxomè” (l'attuale Benin) senza accennare al “Fa”, per tutto il lavoro fatto su questa divinazione entrata nel “Danxomè” da Ifè, città della Nigeria. Una volta nel “Danxomè”, è stata adottata e ritoccata (dalla popolazione), il che ha incoraggiato la gente del Benin a differenziare le due tecniche, cioè i pazienti “Fa” ed i pazienti Yoruba Fon nei seguenti termini: “Anago Fa” (fa Nago, Yoruba) e “Fon Fa” (Fa di Fon).

Quello che va notato è che senza il “Fa”, “Woodoo” non avrebbe mai potuto avere un’esistenza autoritaria reale. Per capire: il Fa è basato su due elementi fondamentali che sono la divinità “Legba” e la divinità “Minon-nan” abbreviata in “Nan”. La prima forma di identificazione per le entità “Woodoo” è il vaso di terra, di argilla cotta. Per gli adepti, basta vedere un vaso di terracotta e la sua forma per dirci automaticamente a quale entità appartiene, se quel vaso verrà disposto in un tempio oppure no.

Abbiamo altre forme di rappresentazione “Woodoo quali le sculture di legno chiamate “Fon gbe: bochio che in questa lingua significa “cadavere”. Un “Woodoo” può anche vivere in una pietra o in un mucchio di pietre. La differenza fra queste ultime forme ed i vasi di terra o tazze di argilla è che soltanto coloro che hanno in carico la gestione di queste entità possono dire quale entità andava ad incarnarsi nel legno intagliato, nella pietra o nei mucchi di pietre o in altri oggetti. Qualsiasi oggetto utilizzato nella pratica “Woodoo” è ufficialmente considerato “Woodoo. Così anche i beni usati dal fedele “Woodoo” sono considerato tali (effetti personali, monili, strumenti musicali, ecc..)

Effettivamente nessun essere vivente ha mai visto Dio né lui può essere visto, ma l’uomo vede Dio attraverso quello che Lui ha creato

Quindi, la religione “Woodoo” insegna il rispetto per tutto ciò che è divino, per le creature compreso l’uomo nelle sue dimensioni infinite, perché quando muore ritorna al mondo di Dio, che è infinito. L’incapacità di raggiungere Dio la si può percepire attraverso questi lavori, che per il fedele “Woodoo” diventano una parte vivente di sé.

Woodoo” non potrebbe avere forza senza Dio

Questa parte, o soffio di Dio, che si esprime attraverso il suo lavoro come spirito è denominato “Woodoo” fra la gente “Fon” dell’Africa occidentale, che è il maggiore diminutivo di “Yehwe-vodun. Contrariamente a quanto si pensa comunemente del fedele “Woodoo”, sono più credenti di molti altri perché tutte le entità “Woodoo” sono soggette all'autorità ed alla volontà di un essere supremo. Seguendo le stesse linee, qualsiasi invocazione di “Woodoo” termina con l’invocazione di Dio, il creatore dell’universo.

(Continua, 03/14)
Questo articolo fa parte del progetto
"Il Woodoo e la Cultura Animista dell'Africa occidentale"




Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook

mercoledì 15 febbraio 2017

Racconto la tratta perché nei villaggi della mia Nigeria nessuno conosce la verità

Blessing Okoedion è nigeriana e oggi vive in Italia, ha trent'anni ed è una mediatrice culturale (proprio come me). È stata vittima della tratta, ingannata, nonostante la sua laurea in informatica (proprio come me). In Italia sono 70mila le donne vittime della tratta, di cui la metà giovani nigeriane. Lei si è liberata e ha raccontato la sua storia in un libro.

Blessing Okoedion
"Nei villaggi i trafficanti appaiono come salvatori, con 40 euro si prendono una ragazza. Ma è forse una colpa vivere in un villaggio e non sapere l'inglese?"

Come ho fatto ad essere così stupida? Come ho fatto a fidarmi e a non accorgermene? Inizia con queste domande la testimonianza di Blessing Okoedion, una ragazza di trent’anni, nigeriana. Oggi è una mediatrice culturale, nel suo passato ci sono la strada e la prostituzione. Blessing è una ex vittima della tratta.

È arrivata in Italia nel 2013, ingannata da una donna che lei ora definisce un «lupo travestito da agnello». Ha una laurea in informatica Blessing, ma non è bastato a riconoscere l’inganno, tanto era studiato il “travestimento”: «appena ho capito quale lavoro avrei dovuto fare, qui in Italia, non facevo altro che ripetermi “come ho fatto”, “come può essermi successa questa cosa». La catena che legava Blessing era un debito da 65mila euro, così le disse quella donna che l’aveva ingannata. Lei ha avuto la forza di romperla, denunciando e ricominciando una nuova vita. E raccontando la sua storia in un libro appena pubblicato, Il coraggio della libertà (edizioni Paoline) scritto insieme alla giornalista Anna Pozzi.

Nel mondo sono almeno 21 milioni le persone vittime di tratta, per il 70% donne e bambini. “Tratta” significa persone trafficate e sfruttate, prevalentemente per sesso e lavoro da schiavi. Ogni due minuti, nel mondo, c’è un bambino che viene sfruttato sessualmente. È un giro d’affari che vale 32 miliardi di dollari l’anno e che in Europa vale più del traffico di droga o d’armi.

Se ne è parlato nel convegno “Migrazioni e traffico di persone”, a Milano. È un fenomeno che tocca anche l’Italia, in ogni sua zona.



Solo in Italia sono 50-70mila le donne vittime della tratta, circa la metà giovani nigeriane. Ogni mese qui in Italia da loro si acquistano prestazioni sessuali per un valore complessivo di 9-10 milioni di euro

Lo sfruttamento del lavoro riguarda invece 150mila persone. Un lavoro schiavo, non semplicemente lavoro nero, con sottrazione di documenti, salario di poche decine di euro per 12 ore di lavoro, condizioni abitative disumane, fornitura di beni di prima necessità obbligatoria e a caro prezzo. Basta un dato per capire quanto la tratta ci riguardi.

Le donne nigeriane sbarcate in Italia nel 2016 sono state undicimila, erano la metà (5.600) l’anno prima. Molte di loro, come Blessing, si chiedono “come è possibile

Come è possibile? «Tante persone in Nigeria hanno sentito parlare della tratta. Ma nelle città. Nessuno va nei villaggi a raccontare. I trafficanti sanno che non possono più prendere ragazze in città, ma nei villaggi questi appaiono come gli unici salvatori. I nostri villaggi sono abbandonati dalle autorità, i trafficanti arrivano, promettono un lavoro, magari come baby sitter. Sono una mano tesa per persone abbandonate a loro stesse, l’unica mano tesa. Con quaranta euro si prendono una ragazza»

Racconta Blessing. La sua voce si leva forte, potente: «Ma è forse un peccato vivere in un villaggio? Non parlare inglese? Perché lì nessuno racconta la verità? Perché nessuno spiega a queste ragazze e alle loro famiglie cosa sia la tratta?»

Il coraggio della libertà. Una donna uscita dell'inferno della tratta
di Blessing Okoedion e Anna Pozzi edito da Paoline Editoriale Libri, 2017

Un libro-testimonianza, carico di speranza, sul dramma della tratta di essere umani. Questo, e molto altro, nel libro «Il coraggio della libertà. Una donna uscita dall’inferno della tratta». «Il libro è una testimonianza importante perché la gente capisca come stanno le cose, nei dettagli, non solo in astratto»

Blessing è una giovane donna nigeriana, laureata in informatica, che cerca di costruirsi il suo futuro personale e lavorativo a Benin City. Qui incontra una donna pia, membro di una delle tante chiese pentecostali che le dà lavoro, e un giorno le propone di andare a lavorare per il fratello che gestisce dei negozi di informatica in Europa. Ma una volta arrivata in Italia non c’è nessun negozio di informatica. C’è solo la strada. Si rende conto di essere stata venduta come una merce per il mercato del sesso a pagamento, come migliaia di altre donne nigeriane. Un inferno. Si ribella, fugge e denuncia. Viene portata a Casa Rut, a Caserta, dove, grazie all’accompagnamento delle suore Orsoline, cerca di ricostruire se stessa, la sua vita, la sua fede. Ritrova dignità e libertà e ora è pronta a spendersi perché altre donne nigeriane trovino la forza e il coraggio di spezzare le catene di questa schiavitù.

Da questa volontà di denuncia e di riscatto nasce il libro. Scrive Blessing: «Ero completamente stordita, incredula, impaurita, disorientata. Mamam Faith mi introduceva al mio nuovo lavoro e alla mia nuova vita in Europa. Una vita in strada. In quel momento ho saputo che ero finita nelle mani dei trafficanti. Che ero diventata la loro schiava. Come era potuto accadere? Nella mia testa si affollavano tante domande. Ancora oggi non sono in grado di rispondere. Ma ora sono convinta che dovevo passare attraverso quell’esperienza del male per scoprire il vero bene. Per questo ringrazio Dio, perché quello che ho vissuto sulla mia pelle mi permette ora di parlare e forse di liberare altre donne. Sono dovuta scendere nell’abisso per rinascere a una vita nuova».

Il testo, arricchito dalla prefazione di Dacia Maraini e dalla postfazione di suor Rita Giaretta, fondatrice di Casa Rut, è scritto a quattro mani con Anna Pozzi, giornalista e scrittrice, che si occupa da molti anni della tratta di persone e delle moderne schiavitù, e che firma all’interno del volume anche un approfondimento sul traffico e lo sfruttamento delle donne nigeriane in Italia.

Il problema che Blessing denuncia tecnicamente lo chiamano "gap informativo", è un nodo cruciale delle migrazioni odierne e dei tentativi di arginare i numeri del traffico di esseri umani, tant'è che l'OIM (Organizzazione Mondiale per le Migrazioni) ha avviato una campagna informativa sui social chiedendo a migranti arrivati in Italia di registrare una brevissima testimonianza in cui raccontino la verità su ciò che hanno passato in Libia, perché «chi parte non sa cosa lo aspetta» .. Il progetto si chiama Aware Migrants.

Non sanno che "la Libia è inferno". I migranti vengono picchiati, rinchiusi nei campi, gli viene chiesto di pagare un riscatto, a volte lavorano ma non vengono pagati. Molti vorrebbero tornare indietro, ma i trafficanti non vogliono che chi vede le reali condizioni della migrazione e soprattutto della traversata torni indietro per raccontarlo. Chi parte non sa, parla del Mediterraneo come di un fiume, the river, c'è una sorta di marketing incentrato sulla facilità della traversata.

Quando arrivano sulla spiaggia e vedono il mare e i gommoni con cui dovrebbero attraversarlo hanno paura e vorrebbero tornare indietro. Ma non possono, una volta che hai pagato devi partire. Tanti hanno sul corpo i segni delle violenze, tagli su braccia e gambe, tanti hanno raccontato di persone uccise perché non volevano più partire.

Ecco perché la distinzione fra migranti economici e rifugiati è stata superata dalla storia. Queste persone sono partite per motivi economici, tecnicamente non sono rifugiati e non hanno diritto alla protezione internazionale, però nel loro percorso nei fatti hanno subito una violazione dei loro diritti umani. E sono costretti a imbarcarsi. Questa è la realtà. Non abbiamo il diritto di dire "non partite", ma abbiamo il dovere di informare, perché tanti oggi ci dicono "non immaginavo"

Una mano tesa Blessing l’ha trovata da suor Rita Giaretta, a Casa Rut, a Caserta. «Non volevo stare lì da loro. Altre donne, come quella che mi aveva tradita. Perché questa donna mi tende la mano? Cosa vuole da me? Io non avevo mai pensato prima che una donna e una donna cristiana potesse vendere un’altra donna: avevo paura. Non è facile avere fiducia quando sei stata tradita»

Poi pian piano ha capito che Casa Rut «era una mano tesa vera, che non dà false speranze. Nelle parole delle suore di Casa Rut ho visto un messaggio, “siete capaci di cose belle, non siete condannate alla tristezza della morte, dentro di voi c’è la possibilità di una rinascita»

Oggi è questo il messaggio che Blessing grida forte: «mi sto facendo voce per dire a tutte le ragazze trafficate che c’è una possibilità di rinascita. E di gioia»


Condividi la nostra Campagna Informativa
"Trafficking"
- clicca qui -



Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook

martedì 14 febbraio 2017

Il mondo contro le Mutilazioni Genitali Femminili

Un intervento spaventoso praticato sulle bambine di 30 Paesi, quasi tutti africani. Negli Usa triplicato il numero dei casi. Italia al 4° posto in Europa.

Circoncisione femminile, escissione del clitoride, infibulazione e altri interventi di mutilazione dei genitali.


Per 30 paesi, quasi tutti africani, soprattutto di fede islamica o animista, sono tradizionali riti di passaggio, simboli di castità e rispettabilità femminile. Per il resto del mondo una barbarie che continua a perpetrarsi da secoli.

Mutilazioni genitali femminili in aumento negli Stati Uniti. Anziché diminuire con il tempo, queste pratiche stanno diventando ancora più diffuse. Secondo l’istituto sanitario Centers for Disease Control and Prevention (CDC) negli Stati Uniti il numero degli interventi è addirittura triplicato negli ultimi anni, a causa dell’aumento di immigrati.

Il numero preciso delle donne mutilate è sconosciuto perché mancano dati attendibili. La pratica viene eseguita di nascosto perché vietata dalla legge americana, così come lo è in Italia. Si stima però che negli Stati Uniti più di mezzo milione di donne e bambini rischia di subire mutilazioni genitali. In particolare a rischio sono circa 513mila bambine e ragazze, nate o che hanno genitori nati nei paesi dove la tradizione è diffusa.

La situazione nel resto del mondo. Nel mondo, secondo il nuovo rapporto Unicef, almeno 200 milioni di donne e bambine, 70 milioni di casi in più di quelli stimati nel 2014, hanno subito mutilazioni genitali femminili. Tra le vittime 44 milioni sono bambine e adolescenti fino a 14 anni. In questa fascia di età, la prevalenza maggiore è stata riscontrata in Gambia, con il 56%, in Mauritania con il 54% e in Indonesia, dove circa la metà delle adolescenti (con un età fino a 11 anni) ha subito mutilazioni. I paesi con la più alta prevalenza tra le ragazze e le donne tra i 15 e i 49 anni sono la Somalia (98%), la Guinea (97%) e Djibouti (93%)


Per capire, invece, quanto le mutilazioni genitali femminili siano diffuse in Europa basta guardare al numero delle donne che chiedono asilo dai paesi in cui questa barbarie è la normalità. Nel 2008 erano 18.110, nel 2013 hanno superato le 25mila.

In Italia l’infibulazione è un reato: si rischiano dai 4 ai 12 anni. In 6 anni registrate fra gli immigrati 957 donne mutilate.

Le pratiche di mutilazione genitale femminile rientrano nell’ambito delle violazioni dei diritti fondamentali all’integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine. Le misure necessarie per prevenire, contrastare e reprimere questo fenomeno sono regolate dalla legge del 9 gennaio 2006, frutto degli orientamenti scaturiti dalla quarta conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulle donne tenutasi a Pechino nel 1995. Gli articoli 2, 3 e 4, in particolare, sono mirati a garantire la prevenzione, l’assistenza alle vittime e l’eliminazione della pratica della mutilazione.

Prevedono inoltre apposite risorse per il finanziamento delle azioni di salvaguardia, per la formazione e per le campagne di informazione e divulgazione della cultura dei diritti umani e del diritto all'integrità della persona. Infine stabiliscono linee guida destinate alle figure professionali che operano con le comunità di immigrati provenienti da Paesi dove sono effettuate le pratiche di MGF.

L'Italia al quarto posto in Europa per la diffusione della pratica. In Italia, si stima che nel 2009 erano 35mila le donne vittime di mutilazioni genitali. Stando a questi dati, anch’essi inattendibili considerata la clandestinità con cui viene eseguita questa pratica, l'Italia è al quarto posto in Europa.

L’Italia però sta già da tempo facendo battaglia contro questo fenomeno. Si è iniziato con la campagna di Emma Bonino negli Anni '90, intitolata «Non c’è pace senza giustizia», e poi si è arrivati con l’approvazione di una legge che prevede da 3 a 16 anni per chi pratica la circoncisione femminile.

Tuttavia le denunce sono state davvero pochissime e le campagne di formazione informazione irrisorie rispetto a quelle promesse.

Mutilazioni genitali, un fenomeno che viene da lontano. Una pratica che ha origini pre-islamiche.

L’origine delle mutilazioni genitali delle donne rimane ancora oggi sconosciuta, poiché non vi sono testimonianze certe che indichino come e quando la pratica sia nata e in che modo si sia diffusa. Anche se parte degli studiosi individua geograficamente la genesi della pratica nella penisola araba o nell'Egitto, qualcosa la riconduce all'antica Roma.

Il termine “infibulazione” infatti tradisce una derivazione latina. La fibula, una spilla che serviva a tenere agganciata la toga, veniva usata dai Romani sulle proprie mogli, in modo da prevenire rapporti illeciti, e veniva imposta anche agli schiavi e schiave per impedire ai primi di stancarsi coi rapporti sessuali e le gravidanze delle seconde che avrebbero ostacolato il lavoro.

Nella Roma antica la circoncisione maschile era praticata regolarmente, ed è alquanto probabile che lo fosse anche la circoncisione femminile.

A differenza di quello che si pensa comunemente la pratica ha origini pre-cristiane, pre-ebraiche e pre-islamiche. Gli studi sulle origini della mutilazione genitale femminile hanno mostrato senza dubbio alcuno l’insussistenza di un comune denominatore nella religione, infatti essa non è praticata soltanto da gruppi islamici, e le fonti consentono di collocare con sicurezza le origini della pratica in tempi pre-islamici.

La posta in gioco è davvero alta. «Possiamo davvero pensare di ignorare questo fenomeno? In questo caso il relativismo culturale è irrilevante. Ci sono valori umani che dobbiamo condividere e il diritto alla salute e alla dignità della donna è uno di questi»


Cinque ragioni che spingono a praticare le Mutilazioni Genitali Femminili. Le mutilazioni genitali femminili vengono praticate, secondo l’Unicef, per una serie di motivazioni:
  1. Per ragioni sessuali, quindi soggiogando e riducendo la sessualità femminile;
  2. Per ragioni sociologiche, intese come veri e propri riti di passaggio, di integrazione sociale e di mantenimento della coesione nella comunità;
  3. Per ragioni igieniche ed estetiche, in quanto in alcune culture i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni;
  4. Per ragioni sanitarie, cioè nella convinzione che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino;
  5. Per ragioni religiose, in quanto molti credono che alcune religioni prevedano questa pratica.
In genere le mutilazioni genitali femminili vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44 per cento dei casi in Eritrea e nel 29 per cento dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni in Yemen.

Le Mutilazioni Genitali possono portare alla morte. Oltre che umilianti, le mutilazioni genitali sono estremamente dolorose. Secondo l’Unicef, le bambine che vi sono sottoposte possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico a quello neurogenico, cioè provocato dal dolore e dal trauma, all'infezione generalizzata (sepsi)

Per tutte l’evento è un grave trauma. Molte bambine entrano in uno stato di shock a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue. Conseguenze di lungo periodo sono la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all'infezione da Hiv, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.


Condividi la nostra Campagna Informativa
"No alle Mutilazioni Genitali Femminili"
- clicca qui -



Articolo di
Maris Davis

Condividi su Facebook