lunedì 22 agosto 2016

Migranti. La tragedia delle minorenni nigeriane costrette a prostituirsi in Italia

Schiave durante il viaggio e poi ancora schiave in Italia subito dopo lo sbarco. Hanno in tasca un numero di telefono, quello dei loro carcerieri, solo una su 10 si salva.

Dai 30 agli 80 mila euro, tanto vale la vita di un'adolescente nigeriana che sbarca in Italia. È il debito che deve ripagare ai trafficanti per tornare libera e perché non venga fatto del male alla famiglia che, nella maggior parte dei casi l'ha venduta. Le storie si somigliano tutte, drammaticamente. E parlano di disperazione, analfabetismo, povertà.

Vendute e minacciate. Si imbarcano in Libia. "Su 1000 migranti, 200 sono ragazzine". Provengono soprattutto dalle zone interne della Nigeria del sud, la maggior parte di loro non è mai andata a scuola. Spesso i genitori sono gli stessi genitori a "vendere" le proprie figlie. La povertà, certo, ma non è l'unica giustificazione. Molte volte sono i "ricatti" subiti dai genitori per debiti non pagati, o anche il prestigio sociale per avere in cambio dei piccoli appezzamenti di terra.

Le "bambine" non partono sole ma vengono affidate dai parenti a conoscenti o trafficanti che le accompagnano. Dalla Nigeria al Niger, e poi si prosegue attraversando il deserto fino in Libia con camion e jeep assieme alle guide che fanno il viaggio assieme decine di altri migranti. Le ragazzine partono già con un numero di telefono italiano in tasca, quello della mamam, da contattare all'arrivo in Italia - Leggi: Dalla Nigeria all'Italia, il viaggio delle Ragazze di Benin City -

Sono già quasi 4.000 le donne e le ragazzine nigeriane dall'inizio dell'anno, lo scorso anno furono 5.000 in tutto, nel 2014 furono "solo" 1.400. Sono sempre di più e sempre più "giovani". Una su cinque e minorenne. Se in passato la mafia nigeriana privilegiava far arrivare le ragazze tramite i voli di linea in partenza da Lagos verso aeroporti europei con documenti falsi oppure con quelli sequestrati ad altre ragazze, oggi i trafficanti hanno riversato la loro organizzazione sul "viaggio" via deserto a causa dei maggiori controlli negli aeroporti europei a causa della minaccia islamica. Tutto questo anche sei il viaggio via terra è molto più lungo e con maggiori rischi per le ragazze.

Scortate dai carcerieri "Hanno dai 14 ai 17 anni. Per ogni ragazzina c'è una donna adulta e una o più figure maschili, è difficile riconoscerle, visto che si spacciano per parenti e non hanno con sé i documenti. Per questo i volontari quando individuano le situazioni a rischio, separano le bambine dai presunti trafficanti. Solo una volta in disparte cominciano a parlare, a raccontarsi"

Le violenze, gli stupri subiti, la paura di ritorsioni sono all'ordine del giorno. "Sono minacciate con i familiari dai riti woodoo, per questo nonostante l'orrore vissuto fuggono dalle zone di protezione. Nemmeno la promessa dei documenti è più un deterrente efficace per una minorenne"

Nei centri di prima accoglienza le ragazzine arrivano già con un numero di cellulare in mano. Una volta a terra chiamano il contatto e si fanno raggiungere dai loro futuri carcerieri. Le percentuali sono da fare accapponare la pelle, su 10 adolescenti destinate alla prostituzione, si riesce a salvarne una sola.

A volte basta uno sguardo della mamam per fare cambiare una versione, per rimangiarsi le parole. Nella casa per minori gestita a Reggio Calabria dall'Associazione Papa Giovanni XXIII, da agosto 2015 a oggi sono passate circa trenta adolescenti nigeriane. "Ne sono rimaste tre, una addirittura era fuggita calandosi dalla finestra con il lenzuolo, e qualche tempo dopo la polizia l'ha ritrovata sulla strada che si prostituiva"

Domanda e offerta Basta fare un giro sul lungomare reggino per rendersene conto. Le ragazze nigeriane sono sempre di più. Arrivano qui anche dopo essere fuggite dai centri siciliani. "Sono piccole, evidentemente minorenni. Se stanno sulla strada, è perché qualcuno le cerca". Si suppone che il traffico sia gestito da africani, una "mafia" parallela che in queste zone ha la benedizione della criminalità organizzata.

I bimbi scomparsi. Per non parlare dei minori soprattutto eritrei e somali che una volta messo piede in Europa scompaiono nel nulla. Decine di migliaia di piccoli che negli anni sono diventati fantasmi. Almeno 10 mila solo nel 2015. Braccia destinate al lavoro nero, allo sfruttamento e anche, ed è il sospetto più grave, al traffico d'organi. Nonostante gli sforzi delle forze dell'ordine e della prefettura, il fenomeno cresce.

Reggio, la nuova Lampedusa Reggio Calabria è diventata la Lampedusa per gli arrivi da Est. Con la chiusura delle rotte terrestri, gli sbarchi aumentano. Navi della Marina o barconi, si parla di un arrivo ogni due giorni. In città nel 2015 sono sbarcati quasi 17 mila migranti, e Reggio si è confermata terzo porto di arrivo in Italia dopo Lampedusa e Pozzallo.

Prova di umanità "Ci sono volontari, operatori, medici che lavorano ininterrottamente. Reggio Calabria sta dando una risposta d'eccellenza all'accoglienza grazie alla sinergia tra prefettura e associazioni e alla grande umanità. Chi in Europa critica l'Italia, chi ci tratta come una Cenerentola, perché non viene ogni mattina al molo a vedere quello che succede??"

Ora con l'allarme Brexit si parla di rifondare l'UE, di trasformarla in una Europa dei popoli. Tutto legittimo. Ma chi ora rilancia l'europeismo, perché non si è mai interessato per esempio della condizione dei profughi che da anni si trovano in Grecia, e cioè in Europa?

Le responsabilità di UE e ONU. "Bisogna creare canali umanitari, desk presso le ambasciate, intervenire nei Paesi d'origine. È questo l'unico modo per scongiurare abusi e violenze, una continua strage di esseri umani". Al momento, UE e ONU restano inchiodati a una semplice domanda "Chi ha interesse nell'alimentare questo traffico di uomini e bambini?"

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Articolo a cura di
Maris Davis

giovedì 11 agosto 2016

L'integralismo islamico di al-Shabaab conquista la Somalia

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sul Daesh, il gruppo integralista degli al-Shabaab si rafforza nella ex-colonia italiana

L'attentato kamikaze del 26 luglio scorso nella base la base militare usata dai soldati della Missione di pace ONU in Somalia (Amisom) è passato frettolosamente nel silenzio dei media internazionali.

Sarebbe stato l’ennesimo attacco dei jihadisti di al-Shabaab nella capitale, Mogadiscio. Questa volta, però, c’era una particolarità: il kamikaze, un certo Salah Badbado, non era uno qualunque, è stato per anni un parlamentare dei vari governi di transizione somali, fino al 2010 quando sposò il jihad.

Salah Badbado (il kamikaze attentatore) aveva rilasciato un’intervista di un’ora alla radio jihadista al-Andalus annunciando il suo atto terroristico. Le sue parole erano dirette alla popolazione somala, ai mujaheddin e all'esercito invasore. "Almeno 13 persone moriranno in uno dei più spettacolari attentati causati dagli shabaab nell'ultimo anno"

Mentre gli occhi del mondo sono rivolti verso il Daesh, che sta perdendo colpi in Siria, Iraq e Libia, il jihad in Somalia sta acquistando sempre più terreno. Alberghi, ristoranti, aerei, uffici dell'Onu, basi militari e stazioni di polizia, tutto è sotto il tiro dell’Islam radicale. I militanti al-Shabaab hanno perfino colpito un ospedale nella città di Baidoa. Al-Shabaab sta di fatto attaccando le fondamenta dell’intera società somala.

E il fragile governo federale del presidente Hassan Sheikh Mohamud, riconosciuto nel 2012 dalla Comunità internazionale dopo anni di transizione, fatica a prendere il controllo della situazione. Dal 2009 l’Amministrazione del presidente americano Barack Obama ha lanciato una campagna militare contro il movimento utilizzando bombardamenti aerei e droni. Nonostante alcuni importanti leader jihadisti siano stati uccisi, tale strategia non sembra funzionare. "La buona notizia è che il Pentagono sta eliminando gli insorti sul terreno. La brutta notizia è che al-Shabaab diventa comunque sempre più forte"

L'Uganda, che attraverso i suoi soldati costituisce la maggioranza dei 22mila militari Onu della missione Amisom pagati dall’Unione Europea, ha recentemente dichiarato che "entro dicembre 2017" lascerà la missione. "Le relazioni con le controparti militari somale, statunitensi, turche e inglesi sono ormai troppo frustranti", ha precisato lo scorso mese il generale ugandese Katumba Wamala. Un’atmosfera molto simile regna anche a livello politico. Le elezioni per eleggere il nono presidente somalo dovevano avvenire nel mese di luglio, ma nonostante le autorità somale abbiano deciso di votare per il 7 novembre, pochi credono che tale data sarà veramente rispettata.

"La Somalia sta mutando pelle con la scomparsa del tradizionale sufismo a-politico (interpretazione mistica e non violenta dell'Islam). Si sta, al contrario, radicando sempre di più il salafismo (scuola di pensiero sunnita, ovvero interpretazione radicale dell'Islam). Soprattutto tra i giovani facilmente influenzabili da al-Shabaab e dal resto degli islamici radicali presenti anche nelle istituzioni, il salafismo (Islam integralista) ha di fatto estromesso il pensiero sufista (Islam moderato)"

I territori in verde sono sotto il controllo degli Al-Shabaab
Oltre alla sicurezza, un altro dei fattori principali di instabilità della Somalia è legato alla distribuzione delle risorse naturali, petrolio in primis. Le amministrazioni locali rivali del governo centrale hanno dato a molte società petrolifere diritti di esplorazione che si sovrappongono, creando solo confusione. A livello internazionale, invece, la disputa tra Kenya e Somalia riguardo ai blocchi di greggio e gas presenti nelle acque dell’Oceano indiano è sotto processo alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja, dove durante i prossimi anni si discuterà per definire l’esatto confine marittimo tra i due Paesi.

Tra summit politici, aiuti umanitari, e investimenti privati, la comunità internazionale ha speso miliardi in Somalia da quando l’esercito etiope invase il Paese con il supporto degli Stati Uniti nel 2006. Anche la diaspora somala si è impegnata a tornare, sebbene molti siano stati uccisi e altri si stiano organizzando per partire nuovamente.

I rischi sono troppo alti. È quasi certo che la crisi somala sia manovrata perché lo status quo giova a molta gente, soprattutto alle multinazionali del petrolio e ai governi stranieri che le rappresentano. Ma anche ai signori della guerra e ai trafficanti di armi, droga e uomini che hanno fatto della Somalia un crocevia di tutti i traffici illeciti tra Africa, Medio Oriente ed Europa.

Questo atteggiamento "passivo" del mondo occidentale, con l'inutile missione ONU presente nel paese, e la quasi indifferenza dei paesi confinanti, Kenya ed Etiopia, rischia di fare della Somalia una nuova "Siria", con gli al-Shabaab come i miliziani dell'Isis a conquistare territori e a sottomettere la popolazione.

In Somalia NON è avvenuto ciò che è invece successo in Nigeria, dove l'integralismo islamico di Boko Haram dal 2015 viene combattuto sul terreno dagli eserciti di ben quattro paesi, la stessa Nigeria, il Camerun, il Niger e il Ciad. Una contro-offensiva che ha ridotto drasticamente la forza militare di Boko-Haram e ha liberato quasi tutti i territori sotto il controllo dei miliziani integralisti nel nord-est della Nigeria.

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Articolo di
Maris Davis

venerdì 5 agosto 2016

Erabor, la Baby Schiava

Erabor, una ragazzina nigeriana, arrivò in Italia che aveva si e no 16 anni. La sua storia si consumò in Piemonte, tra Mondovì, Cuneo e Torino tra il 2009 e il 2011, ma il processo che ha condannato in via definitiva i suoi aguzzini si è concluso solo da pochi mesi. Abbiamo anche noi conosciuto Erabor che ora potrebbe avere 22 anni (la sua data di nascita è sconosciuta) e vive in una struttura protetta del nord Italia.

Raccontiamo la sua vicenda personale perché è una storia di una violenza estrema, e vorremmo che sia un monito sia per le stesse ragazze nigeriane che a migliaia stanno arrivando in Italia ingannate dai trafficanti di uomini, ma soprattutto sia di monito per i "clienti" che ogni giorno frequentano queste ragazzine senza immaginare (o forse facendo finta di non sapere) che "quelle" sono delle vere e proprie schiave e non prostitute, e che vendersi per 20 euro a prestazione non è quello che avrebbero voluto fare.

Dalla Nigeria in Piemonte, chiusa per mesi in casa, frustata e brutalizzataAl telefono la chiamavano la bambina. E in effetti Erabor era arrivata a Torino con la faccia acerba, le gambe magre da ragazzina, venduta dal padre perché ritenuta la più resistente della famiglia. Da Uromi, villaggio di fango nel sud della Nigeria, all'Europa dei ricchi.

Avrebbe dovuto lavorare per tutti. Come baby-sitter, a parole. Ma era chiaro che sarebbe arrivata in Italia per prostituirsi. Il fatto è che la "bambina" non voleva vendersi. E quando una sera di ottobre del 2011 è comparsa barcollando davanti al pronto soccorso dell’ospedale Martini di Torino, i medici non sapevano cosa pensare, mai aveva visto il corpo di una ragazzina così martoriato.

Il referto è riassunto dal GIP Silvia Bersano Begey, nella sentenza che ha condannato a 11 e 7 anni di carcere i suoi aguzzini. "Gravi lesioni agli arti inferiori e superiori, estese ulcere profonde, amputazione parziale dell’orecchio sinistro, perdita di sostanza cutanea su tutta la sommità del cranio con completa asportazione dello scalpo"

Deturpata e terrorizzata, Erabor non parlava. Aveva paura delle possibili ritorsioni sui famigliari per il mancato guadagno. Anche davanti ai poliziotti, alcuni giorni dopo, è rimasta in silenzio a lungo. Solo quando ha ottenuto che il verbale venisse stracciato, con la garanzia che nessuno scrivesse, allora ha iniziato a raccontare.

Era stata istruita bene. Diceva di avere 18 anni, anche se secondo un primo accertamento medico poteva averne 15 o 16. Il viaggio, prima fino a Lagos con una jeep e poi in aereo fino Parigi, e quindi in treno fino a Torino. Era stata vittima di riti woodoo, privata del passaporto e costretta a pagare 40 mila euro per poterlo riscattare. Una storia simile a quella di molte altre ragazze nigeriane vittime della tratta, fino a questo punto.

Ma quello è accaduto dopo alla "bambina" nessuno lo aveva mai visto. È finita nelle mani di una mamam nigeriana e di un pensionato piemontese, Mabel Imade e Angelo Bossolasco. È stata tenuta prigioniera per quasi due anni in una casa di Mondovì, in provincia di Cuneo. Costretta in ginocchio nella stessa stanza senza finestre per notti intere, obbligata a farsi pipì addosso. Aveva piaghe da decubito, le ossa fuori dalla carne. Sulla pelle, acidi e cavi elettrici. Frustata e bastonata, fino al distacco completo dello scalpo. La mamam ha cercato di tenere a bada le infezioni con l’acqua bollente. Ma la bambina andava persuasa "Non portava rispetto e guadagnava poco"

Gli investigatori hanno proibito le pubblicazione delle foto di Erabor. "Sono assolutamente eloquenti, anche in assenza di approfondimenti clinici. La ragazza è stata sottoposta a tentativi di ricostruzione a mezzo di chirurgia plastica con esiti comunque devastanti"

Nella casa di Mondovì, il luminol ha evidenziato tracce di sangue ovunque, lenzuola, sedie, rubinetti, prese della luce, in tutte le stanze, anche nel ripostiglio. I suoi aguzzini, la mamam nigeriana e il suo convivente piemontese, sono stati condannati per tratta di essere umani, riduzione in schiavitù, lesioni prolungate aggravate dalle sevizie. Materialmente è stata lei ad infierire. Ma il ruolo di lui, il pensionato piemontese, è stato ritenuto decisivo "La condizione fondamentale per il reato di riduzione in schiavitù è stata la messa a disposizione da parte del Bossolasco dei locali per detenere la ragazza, segregarla e occultarla, mano a mano che le sue condizioni fisiche si aggravavano"

Parole agghiaccianti, quelle del GIP "Bossolasco non concorre nella prima parte dell’incredibile vicenda della Erabor, l’introduzione in Italia e l’acquisto del corpo, ma il suo preventivo consenso per la gestione futura della merce è circostanza essenziale"

Ora Erabor vive in un comunità protetta, ha un permesso di soggiorno, eppure resta "soggiogata" e ha chiesto una foto del suo "scalpo" da spedire a casa, "Almeno la mia famiglia capisce perché non posso più guadagnare"

Erabor, per quasi due anni schiava in quella casa. Costretta a prostituirsi tra Torino e Cuneo, e volte a ricevere clienti in casa, e quando si ribellava veniva picchiata e costretta a restare in ginocchio sul pavimento in pietra per notti intere. Negli ultimi mesi il suo corpo non riusciva più a sopportare tutte quelle botte e così Erabor, sempre più stanca e magra, aveva perso anche la volontà di vivere.

Fino ad ottobre del 2011, quando probabilmente un cliente, accortosi delle sue condizioni estremamente gravi la ha accompagnata anonimamente fino all'ingresso del Pronto Soccorso dell'ospedale Martini di Torino.

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Articolo a cura di
Maris Davis

martedì 2 agosto 2016

Presentata la proposta di legge per punire i clienti delle prostitute

"Come si fa a comprare sesso, a fare sesso con una ragazza che piange, sanguina e soffre? Come si fa a chiamare uomo, persona, chi fa questo? Come si fa a chiamare questa tortura un “lavoro”? Questi cosiddetti uomini vengono da noi come si va al supermercato a comprare qualcosa. Noi donne di strada siamo una merce. Siamo carne da macello" .. (testimonianza di Antonia, ragazza nigeriana vittima di tratta)

L’appello di Antonia per sostenere il progetto di legge che vede come prima firmataria l’On. Caterina Bini del PD, appoggiato da un gruppo trasversale di parlamentari. La proposta di legge si propone di combattere la tratta degli esseri umani a scopo di prostituzione.

Il riferimento è all'atto 3890 della Camera dei Deputati, che propone la revisione di quella che è conosciuta come "legge Merlin", e che si intitola: “Modifica all’articolo 3 della legge 20 febbraio 1958, n. 75, concernente l’introduzione di sanzioni per chi si avvale delle prestazioni sessuali di soggetti che esercitano la prostituzione

"Una proposta che, sull'esperienza di diverse legislazioni europee, punisce il cliente in quanto rappresenta la domanda in un mercato abietto", ha detto l’On. Caterina Bini, riferendosi all'approvazione ad aprile 2016 di una analoga legge in Francia.

Poi la Bini ha citato con gratitudine l’impegno della società civile. "Vogliamo dare concretezza al lungo lavoro della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, e che da trent'anni si batte al fianco delle vittime del mercato del sesso, e che ha rivelato l’orrore della prostituzione coatta". Nell'auletta dei Gruppi il presidente della Comunità, Giovanni Ramonda, ha testimoniato l’impegno quotidiano a difesa della dignità della donna che ogni giorno viene lesa, mercificando le ragazze sulla strada.

"Questo è il mio corpo", contro la prostituzione e la tratta, è la campagna di sensibilizzazione che proporrà delle azioni per chiedere al Parlamento e al governo italiano l’approvazione di una legge che sanzioni il cliente, come unica soluzione per il contrasto alla schiavitù della prostituzione, e che anche Foundation for Africa appoggia e promuove.

Da 30 anni la Comunità Papa Giovanni XXIII si batte al fianco delle vittime del mercato del sesso. In Italia si stima che siano tra le 75.000 e 120.000. Il 65% delle persone che si prostituiscono esercita in strada, il 37% è minorenne, per lo più tra i 13 e i 17 anni.

Le vittime di tratta provengono da
  • Nigeria (36%)
  • Romania (22 %)
  • Albania (10,5%)
  • Bulgaria (9%)
  • Moldavia (7%),
  • le restanti da Ucraina, Cina e altri paesi dell’Est.
Nove milioni sono i clienti per un giro d’affari stimato di 90 milioni di euro al mese.

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Articolo a cura di
Maris Davis