venerdì 21 luglio 2017

Rompiamo il silenzio sull'Africa. L'appello di Padre Alex Zanotelli

Pubblichiamo volentieri l’«appello per l'Africa» che padre Alex Zanotelli, comboniano, ha lanciato ai giornalisti e alle giornaliste. Un appello di cui condividiamo i contenuti.

È un appello accorato ai media italiani perché la gente conosca la situazione del continente dal quale fuggono in massa i migranti. Con la tradizionale schiettezza che l’ha sempre contraddistinto fin da quando, direttore di “Nigrizia”, denunciava il commercio delle armi e le troppe omissioni della politica nei confronti del mondo impoverito, padre Alex Zanotelli rivolge ora una pressante richiesta ai giornalisti italiani.

È un appello accorato nei confronti dell’Africa quello che lancia il religioso trentino che dalla sua "Valle di Non" era approdato missionario in Kenya in quel di Korogocho, una delle baraccopoli che circondano la capitale Nairobi.

Padre Alex Zanotelli è uno che l’Africa la conosce bene, lui che di Africa ha raccontato tanto perché lì, «alla scuola dei poveri», ha vissuto e patito insieme alla «sua» gente.

Non l’Africa di chi vi giunge da turista con bel viaggio ben confezionato che ti fa vedere solo fino alla recinzione del resort, ma l’Africa della fame e della miseria, quella stessa miseria da cui fuggono in tanti con il sogno di raggiungere la nostra Europa (che poi li respinge). Così, forse dopo aver letto o sentito la classica ultima goccia, padre Alex ha preso carta e penna e ha deciso di scrivere ai comunicatori, a quanti hanno i mezzi e le parole per formare l’opinione pubblica.

Padre Alex Zanotelli

Cari colleghi e colleghe,
scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch'io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa), ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent'anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’Onu.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!)

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.

Questo crea la paranoia dell’«invasione», furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.

Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L'Onu si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall'Africa. Ed ora i nostri politici gridano, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’Eni a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull'Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Vigilanza sulla Rai e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

Napoli, 17 luglio 2017

Padre Alessandro Zanotelli, più noto come Alex Zanotelli classe 1938, è missionario italiano della comunità dei Comboniani. È l'ispiratore ed il fondatore di diversi movimenti italiani tesi a creare condizioni di pace e di giustizia solidale.

Dal 1965 al 1973 è missionario nel Sudan meridionale, martoriato dalla guerra civile.

Nel 1978 Padre Zanotelli assume la direzione di Nigrizia e contribuisce a trasformarlo da mensile di pura informazione religiosa ad un mensile di informazione socio-politico sulla situazione africana. Egli mira infatti ad un rinnovamento della mentalità per risolvere alla radice i problemi del sud del mondo. Nigrizia diviene un punto di riferimento importante per la diffusione di una cultura della mondialità e per i diritti dei popoli.

Nel 1989 torna in missione in Kenya, a Korogocho, una delle baraccopoli che attorniano Nairobi. Nella lingua locale il nome Korogocho significa confusione, caos. In questa difficile situazione di degrado umano, dovuto a vari fattori tra i quali AIDS, fame, prostituzione, droga, alcolismo, violenza, dette vita a piccole comunità cristiane, ma anche ad una cooperativa che si occupava del recupero di rifiuti e dava lavoro a numerosi abitanti.

Istituì inoltre Udada, una comunità di ex prostitute che aiuta le donne che vogliono uscire dal giro e, allo stesso tempo, si batté per le riforme sulla distribuzione della terra, uno dei temi-chiave della politica del Kenya. Padre Zanotelli rimase a Nairobi fino al 2001.

Il 23 settembre 2013 gli viene conferita la laurea honoris causa in Giurisprudenza presso il Dipartimento Jonico in "Sistemi giuridici ed economici del Mediterraneo: società, ambiente, culture» dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro.

Oggi Padre Alex Zanotelli vive nel difficile rione Sanità di Napoli, in una piccola casa ricavata dal campanile della chiesa del quartiere. In un contesto diverso, come a Korogocho, ha un solo obiettivo di fondo: "Aiutare la gente a rialzarsi, a riacquistare fiducia". In tale contesto il religioso comboniano continua a seguire le vicende italiane e non, facendo sentire la sua voce critica.

È direttore, sin dalle origini, della rivista nonviolenta fondata da don Tonino Bello, Mosaico di Pace.

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giovedì 20 luglio 2017

Missione di Malala in Nigeria per garantire l'istruzione alle bambine

Nell'ambito di una missione in Nigeria, Malala Yousafzai, la giovanissima attivista pakistana, vincitrice del Premio Nobel per la pace, nota per il suo impegno per l'affermazione dei diritti civili e per il diritto all'istruzione, ha incontrato alcune ragazze sfollate a causa della crisi di Boko Haram.

Malala, con alcune studentesse nigeriane rapite a Chibok nel 2014 e ora liberate

A Maiduguri, nel nord est della Nigeria, luogo principale della crisi, Malala ha incontrato alcuni studenti in un campo per famiglie sfollate e alcune ragazze della scuola secondaria presso la Yerwa Government Girls School. Da ricordare che Malala quando aveva solo 15 anni fu quasi uccisa dai Talebani per aver parlato apertamente contro il divieto di istruzione imposto alle ragazze. Una volta ripresa, ha continuano la sua campagna e, come cofondatrice del Malala Fund, sta costruendo un movimento globale per supportare l’istruzione per le ragazze.

L'appello di Malala ai leader nigeriani. “La Nigeria è il paese africano più ricco, ma il numero di ragazze che non frequentano le scuole è il più alto di qualsiasi altro paese al mondo. Gli studi sono chiari, l’istruzione per le ragazze fa crescere le economie, riduce i conflitti e migliora il sistema sanitario pubblico. I leader della Nigeria devono dare immediatamente priorità all'istruzione, per queste ragazze e il futuro del loro paese

Una delle scuole devastate da Boko Haram nel nord-est della Nigeria

Dall'inizio della crisi di Boko Haram nel 2009, oltre 2.295 insegnati sono stati uccisi e 19.000 costretti ad andarsene, circa 1.400 scuole sono state distrutte.

Tre milioni di bambini nel Nord Est del paese hanno bisogno di sostegno per continuare a studiare. A Maiduguri, 90 campi e strutture per l’accoglienza ospitano migliaia di famiglie, ma più di tre quarti delle oltre 600.000 persone sfollate che vivono con famiglie, parenti o amici nelle comunità ospitanti stanno ponendo ulteriormente sotto pressione le scuole locali.

Il primato nella dispersione scolastica. Oltre la crisi nel nordest del paese, la Nigeria ha il più alto numero al mondo di bambini che non frequentano le scuole: oltre 10,5 milioni.

Tra i bambini in età da scuola primaria che non vanno a scuola, solo il 5% ha abbandonato gli studi. Tre quarti di questi bambini non ha mai messo piede in una classe e la maggior parte sono bambine. In Africa Occidentale, il 46% dei bambini in età da scuola primaria che non frequentano le scuole sono nigeriani.

A livello globale, un bambino su 5 non iscritto a scuola è nigeriano

Aula scolastica in Nigeria

Faremo tutto il possibile affinché i bambini possano studiare. Crediamo che l’istruzione, soprattutto per le ragazze, sia l’unica e la migliore strada per portare speranza, pace e prosperità non solo a questa generazione, ma anche a quelle future” ha dichiarato Mohamed Malick Fall, rappresentante UNICEF in Nigeria.

La collaborazione con il governo di Abuja. L’UNICEF sta collaborando con il Governo e i suoi partner per riportare i bambini della Nigeria nord orientale in ambienti in cui poter apprendere. Solo quest’anno oltre 525.000 bambini sono stati inseriti a scuola, sono stati realizzati più di 37 spazi temporanei per l’apprendimento e sono stati distribuiti circa 92.000 kit con materiali scolastici per aiutare i bambini a proseguire il proprio percorso di studi. La risposta dell’UNICEF nell’ambito dell’istruzione nel nordest del paese è ancora sensibilmente sotto finanziata, è stato ricevuto solo il 54% dei 31,4 milioni di dollari richiesti.
«La Nigeria è il paese africano più ricco, ma il numero di ragazze che non frequentano le scuole è il più alto di qualsiasi altro paese al mondo»




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"Scuole in Africa"
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Articolo a cura di
Maris Davis

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lunedì 17 luglio 2017

Human Rights Watch, i centri di accoglienza italiani inadatti ad accogliere le donne che sono state vittime di stupri

Human Rights Watch. Nei centri di accoglienza italiani per le vittime di stupro è quasi impossibile chiedere aiuto. Mancano interpreti donne, personale qualificato, spazi che consentano la confidenzialità.


Le violenze sessuali nei confronti delle richiedenti asilo lungo il tragitto migratorio verso l'Europa, in particolare in Libia, stanno facendo notizia in questi giorni, e a pieno titolo. Tuttavia, solo pochi fanno attenzione a cosa succede quando le sopravvissute agli stupri riescono a raggiungere le sponde europee.

Durante alcune visite nei centri d'accoglienza per richiedenti asilo in Lombardia e Veneto lo scorso marzo, Human Rights Watch (HRW) ha riscontrato come vi siano carenze persino nelle più semplici misure per facilitare cure e sostegno a superstiti alla violenza sessuale.

In assenza di interpreti donne, molte richiedenti asilo potrebbero rifiutare di parlare di violenze sessuali o hanno difficoltà a informarsi sui servizi disponibili. Eppure la maggior parte dei centri di accoglienza, vincolati da limitate risorse umane e finanziarie, non hanno interpreti donne o, in alcuni casi, non hanno alcun interprete a tempo pieno di lingue rilevanti.

In un centro in Veneto vi era solo un uomo, part-time, a fare da interprete per richiedenti asilo eritrei di lingua Tigrinya. Quando una qualsiasi delle circa venti eritree richiedenti asilo ha problemi di salute, hanno riferito due donne, se la devono cavare con il loro scarso inglese. "Non possiamo esprimere niente nel momento del bisogno" ha detto Mariam (nome di fantasia), 24 anni. "Anche se volessimo, come potremmo comunicare con lo staff?"

Amira, una ventiduenne eritrea in un centro nella periferia di Milano, ha detto di essere stata violentata da trafficanti in Libia quando era al quinto mese di gravidanza. Ha raccontato che degli uomini la tenevano prigioniera in una stanza con circa altre venti donne e ragazze, picchiandole e chiedendo denaro. Gli uomini selezionavano donne e ragazze da portare fuori per violentarle. "Le sceglievano ogni sera. Scelsero anche me. Gli dissi che ero incinta. Non gli importava. Pensavo si sarebbero fermati, ma non fu così. Mi violentarono"

Preoccupata dai possibili pettegolezzi, Amira non aveva detto a nessuno dello stupro al suo arrivo in Italia due mesi prima. Il centro aveva solo un uomo come interprete eritreo, ma la direttrice italiana del centro, che non parla Tigrinya, ha assicurato che nessuna delle ospiti ha fatto richiesta specifica per un'interprete o un'operatrice sociale, e ha escluso che le ospiti possano preferire parlare di argomenti sensibili con una controparte femminile. "Le conosco molto bene. Sanno di potermi avvicinare. Sono parte della famiglia"

Il fatto che le richiedenti asilo non abbiano esplicitamente fatto richiesta di un'interprete dello stesso sesso non dovrebbe essere frainteso come l'assenza di un bisogno preciso, specialmente quando l'incapacità stessa di comunicare può rivelarsi proibitiva. E l'onere della richiesta non dovrebbe gravare sulle richiedenti asilo. Questo è uno dei molti ostacoli che impediscono alle superstiti di violenze sessuali di ottenere aiuto nei centri d'accoglienza. In alcuni casi, i superstiti percepiscono indifferenza da parte dello staff.

Michelle, una ventitreenne nigeriana, ha detto di essere stata rapita, stuprata e abbandonata sanguinante nel deserto da due uomini in Libia. Aveva visitato l'infermeria del centro per dolori addominali, ma non aveva detto al dottore dello stupro. "Non era interessato. Non ha chiesto niente di me"

Sebbene non si debba mai fare pressione sulle sopravvissute alla violenza sessuale affinché parlino del trauma subito, aprire la porta a una conversazione può facilitare l'aiuto e il sostegno. Molte donne hanno confessato che la prima persona a cui avessero confessato di aver subito violenza era proprio la ricercatrice per i diritti umani di Human Rights Watch, in parte perché era la prima persona ad averglielo chiesto.

In molti centri d'accoglienza che Human Rights Watch ha visitato il personale fa di tutto per creare un ambiente accogliente e per assistere i richiedenti asilo. Ma c'è bisogno di sostegno, a partire da formazione specializzata e supervisione. Come ha detto un membro del personale sanitario in un centro del Veneto, "essere infermiere, ed essere infermiere in questo contesto sono due cose completamente diverse"

Il personale che HRW ha intervistato, tra cui direttori, consulenti, dottori, infermieri, psicologi, assistenti legali e interpreti, solitamente non aveva ricevuto alcuna formazione nell'identificare e affrontare traumi o violenze sessuali o di genere, né alcun tipo di esperienza precedente nel lavorare con rifugiati, migranti o richiedenti asilo.

Alcune delle strutture visitate sono prive di mezzi basilari. In un centro in Veneto, due psicologi conducevano sessioni individuali con richiedenti asilo in una stanza condivisa, con solo un telo per garantire riservatezza.

Gli psicologi hanno detto di arrangiarsi concentrandosi sul proprio paziente, il che gli permette di ignorare la sessione del collega (che è dall'altra parte del telo divisorio) e di percepire se i loro pazienti stiano origliando. "A volte parlano lingue diverse, il che aiuta" ha aggiunto uno psicologo. Mentre il personale addetto alla ricezione ha spesso bisogno di improvvisare in condizioni sub-ottimali, una mancanza di confidenzialità è un ostacolo alle cure mediche e rende meno probabile che dei superstiti di violenza sessuale, profondamente traumatizzati, ottengano l'aiuto di cui hanno bisogno.

Nonostante gli oltre 1400 morti tra coloro che finora hanno tentato di raggiungere l'Italia via mare nel 2017, gli arrivi non danno alcun segno di diminuire. Il sistema di accoglienza italiano, che ad oggi già ospita oltre 170mila richiedenti asilo, è al limite. I piani del governo prevedono 200mila posti per il 2017, ma oltre 60mila arrivi dall'inizio dell'anno potrebbero spingere il sistema oltre il punto di rottura.

Maggiore coordinamento e cooperazione tra le autorità regionali possono migliorare le condizioni e i servizi dei centri di accoglienza. Ciò comprende lo sviluppo di protocolli nazionali per la prevenzione e la risposta alla violenza di genere presso i centri di accoglienza, in linea con la Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne, di cui l'Italia fa parte. Gli stati membri dell'Unione europea dovrebbero inoltre mostrare solidarietà mantenendo le promesse sul trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo, e offrendo un maggiore sostengo finanziario.

Ma la portata delle sfide con cui si misura il governo italiano non giustifica una mancanza d'azione. L'Italia, come ogni Paese che riceve rifugiati, ha l'obbligo di offrire protezione, servizi e sostegno a richiedenti asilo che hanno subito violenze. Garantire degli standard minimi di migliore prassi nei centri di ricezione, tra cui interpreti dello stesso sesso, personale qualificato, spazi che consentano la confidenzialità, è un primo passo, ma è un passo cruciale che va affrontato adeguatamente.
(Hillary Margolis di Human Rights Watch è una ricercatrice per i diritti delle donne)





Articolo a cura di
Maris Davis

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giovedì 13 luglio 2017

Dantokpa, Benin. Il mercato dove si vende di tutto, anche i bambini

Storie d'Africa. Il mercato africano di Dantokpa. A Cotonou, capitale del Benin, si trova il più grande mercato all'aperto dell'Africa occidentale dove si scambiano ogni giorno merci per un valore pari a 1,5 milioni di euro.


Dantokpa significa "sulle rive della laguna Dan". Dan, nella cultura animista del Benin, è una divinità rappresentata dal serpente, il Dio della prosperità e dell'abbondanza.

Il mercato è un ampio complesso che in origine era di 13 ettari. Costruito nel 1963, oggi ha ormai raggiunto i 20 ettari e invade le case circostanti. Immaginate un'area a forma di quadrato con due km. di lunghezza per ogni lato. Ora ha assunto il ruolo di un vero e proprio mercato internazionale in cui operano commercianti provenienti da paesi limitrofi, Nigeria, Mali, Burkina Faso, Niger, Costa d'Avorio, ma anche Togo e Ghana.

A Dantokpa si compra e si vende di tutto, dai prodotti agricoli (verdure, ortaggi, frutta, cereali, ecc..) fino ai prodotti "usati" e poi riciclati provenienti dall'Europa come per esempio i computer, telefonini e smartphone. Le donne sono protagoniste nel commercio dei tessuti e dei prodotti di uso domestico .. e poi tutti i prodotti etnici e dell'artigianato tradizionale africano, ivi compresi oggetti legati al woodoo.

Dantokpa non chiude mai, lavora anche di notte quando si possono vendere e comprare anche bambini, bambine e ragazze provenienti dalle zone povere o dalle aree rurali dell'Africa Sub Sahariana occidentale, che saranno poi sfruttati nello stesso mercato da artigiani e commercianti senza scrupoli, o dai mercanti di uomini, oppure da sfruttatori del mercato del sesso.

Quello degli "schiavi" è un vecchio "vizio" del Benin, Dantokpa infatti si trova a poche decine di chilometri da Ouidah, il luogo da dove nei secoli XVII, XVIII e fino al XIX partivano le navi negriere per le americhe. Quello degli schiavi bambini è purtroppo una piaga difficile da debellare, nonostante le leggi severe che in questi anni il Benin si è dato.

Benin, un tempo il paese in cui venivano convogliati e da cui partivano gli schiavi diretti nelle Americhe, oggi il paese in cui i "nuovi schiavi" sono i bambini, venduti per pochi soldi dalle stesse famiglie povere.

Nel mercato di Dantokpa si cammina con attenzione per non calpestare mucchi d’indumenti accatastati in ogni dove, spazi angusti pieni di cose, donne con i bambini sulla schiena sedute a terra che cuciono, aggiustano, separano. Poco più in là altre donne friggono banane, cucinano riso e carne, intanto parlano a voce alta chiamando attenzione al loro cibo. Il selciato di catrame raccoglie nelle buche l’acqua ormai putrida rimasta dall'ultimo violento acquazzone.

Se si è stranieri a Dantokpa è opportuno farsi accompagnare da persone del luogo. Ci si addentra lentamente con molta discrezione e circospezione nel cuore del grande mercato. Il gran vociare generale di donne e uomini che contrattano e bambini che strillano viene sovrastato dal rumore ritmico, martellante e assordante di ferro battuto. Passo dopo passo si cerca di non calpestare le lastre di metallo arrugginito ai lati delle baracche, l’odore intenso e acre della lamiera permea l’aria già irrespirabile. Giovani uomini lavorano a ridurre in lastre pentole vecchie, pezzi di auto arrugginiti e utensili abbandonati, lattine vuote.

Ci sono tanti, tantissimi bambini, dagli 8 ai 15 anni. Tanti smaglianti sorrisi, tra gioia e stupore accolgono gli estranei senza distogliere le mani dal lavoro. Mostrano orgogliosi i loro bellissimi e artistici manufatti: angioletti colorati fatti con le lattine riciclate, aeroplanini e motociclette costruiti con lamiera zincata saldata attorno alle candele di vecchie automobili, lanterne costruite con lampadine e pezzi di lattine colorate.


Tra i mucchi di ferro ammassati qua e là, alcuni bambini inventano al momento danze al ritmo di un canto improvvisato, tanta è la gioia per la visita non usuale di un "turista occidentale ricco"

I ragazzi che lavorano il ferro vivono all'interno di un vecchio container arrugginito collocato nel mercato e adibito anche ad aula scolastica. Due mattine alla settimana per due ore consecutive i bambini ricevono un po’ d’istruzione ed hanno la possibilità di un confronto aperto tra di loro e con la maestra (progetti come questi vengono sostenuti da Onlus e associazioni locali). A volte cantano e ballano, altre ascoltano poesie, s’impara un po’ di numeri, un po’ di francese, comunque troppo poco.

All'interno di queste baracche il caldo è opprimente, dai tetti rotti rivoli di pioggia colano giù sugli arredi scarni. Poco dopo qualcuno porta un ventilatore. La lamiera del vecchio container è rovente, ma i bambini sono contenti. Per i bambini si porta le merendine che vengono subito distribuite equamente a tutti.

I bambini raccontano le loro esperienze. Pochi hanno studiato per due o tre anni poi la famiglia non aveva più soldi per mantenerli quindi sono dovuti entrare al mercato a servizio di un “padrone”. Altri sono arrivati al mercato da piccolini e non sono mai più usciti. Lavorano tutti i giorni tranne la domenica. Ricevono una piccola paga giornaliera che usano per comperarsi da mangiare, a volte i soldi non bastano ad assicurare un piatto di cibo. Tutti vorrebbero studiare, imparare il francese per poter trattare con le persone al mercato, avere un pallone per giocare, oppure un ventilatore e poi che sia riparato il tetto della baracca.

Quando questi bambini si ammalano o si feriscono restano in balia di se stessi, tanti di loro hanno le dita delle mani tumefatte, ferite alle gambe e al volto, e lesioni infette. Tutti questi bambini vorrebbero uscire dal mercato di Dantokpa per ricevere una formazione o imparare un mestiere.

Quando ci facciamo male il padrone aspetta che la ferita guarisca da sola, solo se non passa va a prendere la medicina


Il mercato internazionale di Dantokpa è un’icona rappresentativa della città di Cotonou, la capitale economica del Benin. È il più importante mercato dell’Africa occidentale sia per il flusso dei prodotti commercializzati che per il numero degli acquirenti. Si estende spontaneamente in modo quasi tentacolare e invade i quartieri adiacenti che ormai si confondono con Dantokpa.

Questo complesso, costruito nel 1963 ora si estende su quasi 20 ettari, è gestito dalla Società di gestione dei mercati autonomi (SOGEMA) un organismo che dipende dal ministero degli interni. È formato da una grande costruzione di 66 metri x 44 metri, a tre piani con 1100 spazi di vendita costituiti da box in affitto e da negozi. Attaccati all'edificio principale ci sono degli “apatams” piccole baracche in legno e latta che costituiscono circa cinquemila punti vendita. Il mercato presenta parecchi problemi di sicurezza e d’insalubrità.

La fama del mercato è notevole soprattutto nella regione dell’Africa dell’Ovest, in quanto numerosi commercianti della Nigeria, del Mali del Burkina Faso, del Niger e della Costa d’Avorio vengono ad acquistare merci, e anche parecchi commercianti del Cameroun e di altri paesi dell’Africa centrale frequentano questo mercato.

Un fenomeno che purtroppo si può osservare a Dantokpa e che non è stato ancora sufficientemente studiato è lo sfruttamento economico di un numero scandaloso di bambine e bambini in tenera età da parte di tutrici, padroni di atelier e mercanti che ignorano quasi del tutto i diritti dei bambini.

Settori. Il Mercato di Dantokpa è diviso in molti settori specifici e ciascuno di questi ha dei responsabili. I diversi settori sono:
  • Pièce sodji, dove si vendono i pezzi di ricambio delle moto;
  • Hangar mê, dove si vendono bigiotteria e ornamenti vari;
  • Adjégounle, dove si vendono medicinali tradizionali;
  • Kpodji, dove si vendono sacchi di mais e di fagioli;
  • Gbo Sodji, dove si vendono i montoni e dove di notte si pratica la prostituzione;
  • Wedemè Sodji, dove si vendono condimenti e spezie, cipolle;
  • La grande costruzione centrale dove si vendono stoffe e gioielli;
  • Todomey, dove si vendono il peperoncino i pomodori, le patate dolci, i pesci e la manioca e i feticci caratteristici del woodoo;
  • Tévi Sodji, dove si vendono gli igname (tubero tipico dell'Africa che appartiene alla famiglia delle patate);
  • Sofladoto, dove si vendono noci di cola e pomodori;
  • Mawulè, parco dei grandi trasportatori che vengono dal nord Benin.

Il mercato si anima tutti i giorni e per un gran numero di persone 24 ore su 24. Tra i commercianti e le commercianti (la maggior parte sono donne) la maggioranza possiede un luogo stabile di vendita, pochi sono ambulanti.

Bambini e bambine
Nel mercato si trovano moltissimi bambini e soprattutto bambine, o ambulanti o fissi, sul luogo di vendita. Questi bambini fanno un po’ di tutto.

In alcuni luoghi come sul parco Nord Zou e presso Mawule, alla vigilia di Tokpa (ogni cinque giorni il mercato è più vasto e frequentato e prende il nome di Tokpa) si può assistere, a partire dalla mezzanotte, a un vero traffico e scambio di bambine e bambini che vengono principalmente dal Togo e dal nord Benin. Ci sono donne che mercanteggiano il prezzo dei bambini e pagano i trafficanti. Molti bambini e bambine prendono poi la strada della Nigeria. Si tratta soprattutto di minori, la maggior parte in età dagli 11 ai 16 anni.

Ci sono poi altre categorie di bambini:
  • I forgerons, i piccoli fabbri che lavorano trasformando le latte già utilizzate in oggetti di uso domestico (imbuti, fornellini, setacci, ecc..) o in piccoli oggetti decorativi;
  • I ragazzini che trasportano la mercanzia per conto degli acquirenti;
  • Le ragazzine che puliscono il mercato;
  • Le ragazzine che aiutano a preparare il cibo che la gente mangia nel mercato;
  • Altre bambine e adolescenti messe a disposizione di turisti (per lo più occidentali) che cercano sesso;
  • I piccoli artigiani (per la maggior parte minori) che lavorano presso meccanici, fabbri o falegnami.




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Articolo di
Maris Davis

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