venerdì 18 maggio 2018

Italia. Nove milioni di "clienti" del sesso alimentano la tratta delle nigeriane

È la denuncia forte e drammatica di Suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata e presidente di ‘Slaves no more’, che da anni si occupa della tratta di ragazze a fini sessuali.

Suor Eugenia Bonetti con alcune ragazze nigeriane salvate dalla schiavitù sessuale

Sulle strade italiane ci sono centomila prostitute, 70-80mila sono africane, le altre provengono da Est Europa, America latina e Cina. Sono tutte vittime di un sistema che riduce in schiavitù le donne, che vengono violate fisicamente e psicologicamente”. Suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, sintetizza così il fenomeno della tratta delle donne.

La maggior parte delle vittime provengono dalla Nigeria. Sono quasi tutte minorenni e analfabete. Pensano di trovare in Europa un luogo di riscatto dalla loro povertà. Per questo motivo attraversano il deserto e il Mediterraneo, tra sofferenze e fatiche inaudite. Ma ciò NON impietosisce i trafficanti che, appena arrivate, le costringono a vendersi

Negli ultimi anni, prima di arrivare in Italia, vengono anche violentate e messe incinta. Sono stuprate sia durante il viaggio attraverso il deserto del Niger, che nei luoghi di detenzione in Libia. “I protettori sanno che le migranti incinte godono di percorsi facilitati per ottenere i permessi di soggiorno. Sanno anche che molti clienti di prostitute chiedono ragazze incinte. Questo dimostra l’aberrazione della tratta, la violenza dei trafficanti e la grettezza dei clienti”

Non si tratta solo di violenze fisiche, ma anche psicologiche. Le nigeriane vengono costrette a subire riti woodoo che le legano ai protettori. “Le ragazze non hanno strumenti culturali per resistere a questi riti. Credono realmente a ciò che viene detto loro. In più, esse subiscono quotidianamente le percosse e le minacce di violenze sulle famiglie di origine. Per questi motivi hanno paura a liberarsi dai protettori”

La prostituzione in Italia ha un giro di affari stimato in 32 miliardi di euro. Un capitale che fa gola anche alle mafie italiane che collaborano con i nigeriani. Per contrastare questo fenomeno, congregazioni religiose, Caritas e associazioni laiche hanno organizzato un lavoro in rete per aiutare le vittime della tratta.

A partire dagli anni novanta molte comunità religiose hanno iniziato ad accogliere le ragazze nigeriane fuggite ai trafficanti. Le abbiamo assistite dal punto di vista medico e psicologico. La abbiamo aiutate a studiare e a inserirsi nella nostra società. Da qualche anno, le aiutiamo anche a rientrare in patria. Per loro organizziamo progetti ad hoc e le accogliamo in due case una a Benin City e una a Lagos.

Lavoriamo a stretto contatto con le suore locali in un lavoro che sta dando ottimi risultati. Qui in Italia serve un maggior impegno nelle comunità cristiane per sensibilizzare la gente sul tema della tratta, anche perché la maggior parte dei clienti delle nigeriane sono italiani, cattolici e spesso già sposati o fidanzati.

Secondo fonti Caritas si calcola che in Italia nove milioni di maschi abbiano frequentato almeno una volta una prostituta. Tra questi, circa 2,5 milioni sono clienti abituali. Sono persone di tutte le età e di tutti i ceti sociali. Quasi tutti cattolici e battezzati.


La tratta di esseri umani è una delle attività illegali più lucrative al mondo. Rende diversi miliardi di dollari l’anno ed è il terzo ‘business’ più redditizio dopo il traffico di armi e di droga. La storia, che dovrebbe essere maestra di vita, sembra averci insegnato ben poco se oggi parliamo ancora di questa schiavitù, le cui vittime sono milioni di donne e minori.

La maggior parte delle persone che sbarcano in Italia sono donne, minorenni, analfabete e incinte. E dietro questo traffico di africane, soprattutto nigeriane, si nasconde l’incessante domanda di giovani vendute ed acquistate a fini sessuali.

Negli ultimi cinque anni gli sbarchi sulle coste italiane di giovani donne nigeriane è aumentato a dismisura, con una punta di 15.600 nigeriane tra il 2016 e il 2017. La maggioranza delle donne, “ridotte in schiavitù per essere usate e comprate da milioni di clienti italiani, il 90% dei quali battezzati, provengono da paesi precedentemente evangelizzati dai missionari, che con queste popolazioni hanno condiviso fatiche e sofferenze per comunicare la fede cristiana

Suor Eugenia Bonetti è l'autrice del libro "Spezzare le Catene", la battaglia per la dignità delle donne, edito da Rizzoli. Nel 2012 ha raccontato in un capitolo dedicato anche la mia storia personale.




Articolo di
Maris Davis

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mercoledì 9 maggio 2018

Gioia Tauro, la piana degli schiavi moderni. Nulla è cambiato dopo la legge sul caporalato

Sfruttamento e contratti non registrati. Le Istituzioni locali hanno cronicizzato problema


I “dannati della terra”. È questo il titolo del Rapporto 2018 sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella Piana di Gioia Tauro realizzato da Medici per i diritti umani (MEDU) e presentato a Roma pochi giorni fa. A otto anni dalla guerriglia, poco è cambiato. E la politica agisce in modo spesso contraddittorio.

I DANNATI DELLA TERRA. Rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella Piana di Gioia Tauro”

Da dicembre 2017 fino ad aprile 2018 la clinica mobile di MEDU (Medici per i Diritti Umani) ha operato per il quinto anno consecutivo nella Piana di Gioia Tauro prestando assistenza socio-sanitaria ai lavoratori migranti che anche quest’anno si sono riversati nella zona durante la stagione agrumicola.

Almeno 3.500 persone, distribuite tra i vari insediamenti informali sparsi nella Piana, hanno fornito anche quest’anno manodopera flessibile e a basso costo ai produttori locali di arance, clementine e kiwi. Condizioni lavorative di sfruttamento o caratterizzate da pratiche illecite e situazioni abitative di degrado e marginalizzazione continuano a rappresentare i caratteri dominanti in un contesto dove poco è cambiato rispetto agli anni passati.

Otto anni dopo la cosiddetta “rivolta di Rosarno, i grandi ghetti di lavoratori migranti nella Piana di Gioia Tauro rappresentano ancora uno scandalo italiano, rimosso, di fatto, dal dibattito pubblico e dalle istituzioni politiche, le quali sembrano incapaci di qualsiasi iniziativa concreta e di largo respiro.

Oggi più che mai, la Piana di Gioia Tauro è il luogo dove l’incontro tra il sistema dell’economia globalizzata, le contraddizioni nella gestione del fenomeno migratorio nel nostro paese e i nodi irrisolti ella questione meridionale produce i suoi frutti più nefasti.

Cosa è cambiato a Rosarno otto anni dopo la guerriglia, le proteste dei migranti contro il ferimento di uno di loro? Dopo la “caccia” e la rivolta?Mai più Rosarno”, avevano assicurato le istituzioni. “Lavoriamo nella Piana di Gioia Tauro da ormai 5 anni e la situazione è rimasta la stessa, molto critica, di grave e sistematico sfruttamento e precarietà giuridica dei lavoratori migranti”, dice Jennifer Locatelli, coordinatrice Medici per i diritti umani del progetto Terragiusta che ha assistito duemila lavoratori migranti.

Sono “i dannati della terra. È questo il titolo del “Rapporto 2018 sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella Piana di Gioia Tauro” realizzato da Medu. “Le istituzioni non sono riuscite ad adottare alcuna soluzione efficace. Si sono limitate a interventi di carattere emergenziale che ha reso cronica una situazione di marginalizzazione e di assenza di inserimento. Nonostante le dichiarazioni pompose che si sono susseguite soprattutto negli ultimi due anni

Da dicembre ad aprile la clinica mobile Medu ha operato nella Piana “prestando assistenza socio-sanitaria ai lavoratori migranti che anche quest’anno si sono riversati nella zona durante la stagione agrumicola”. Stagione in cui almeno 3.500 persone, “distribuite tra i vari insediamenti informali, hanno fornito anche quest’anno manodopera flessibile e a basso costo ai produttori locali di arance, clementine e kiwi

“Solo nel ghetto, la vecchia tendopoli ha ospitato circa 2.500 persone”. Senza acqua potabile, tra immondizia, bagni maleodoranti e fatiscenti, bombole a gas per riscaldare cibo e acqua, pochi generatori a benzina, materassi a terra o su vecchie reti e l’odore di plastica e rifiuti bruciati.

Nell'ultimo dei frequenti roghi che hanno più volte distrutto baracche, oggetti e documenti degli abitanti, il 27 gennaio scorso è morta una giovane nigeriana, Becky Moses. Il comune nella cui area si trova il ghetto, San Ferdinando, di anime ne conta 4.500. Finita la stagione, i lavoratori migranti si stanno spostando verso la zona della Capitanata, in provincia di Foggia: al momento, nella vecchia tendopoli, ci sono 7/800 persone. Un centinaio o più sono sparse negli altri capannoni.

Sempre più migranti tendono a restare anche dopo la fine della stagione. “Probabilmente perché non sanno dove andare. Molte persone sono in Italia da pochi anni, sono uscite dai centri di accoglienza e non hanno chiaro cosa fare. Tanti aspettano il permesso di soggiorno o il rinnovo: per quest’ultimo, nella questura di Gioia Tauro i tempi arrivano anche a sei mesi

Sotto accusa, per le associazioni, l’operato delle istituzioni, locali, regionali e nazionali. Nel mese di agosto dell’anno scorso è stata allestita un’ennesima tendopoli, la terza in ordine di tempo, che non ha tuttavia fornito una risposta adeguata: con 500 posti disponibili a fronte delle oltre 3.000 persone presenti, in assenza di assistenza medica, sanitaria e socio-legale e di mediatori culturali: ancora una volta “una soluzione di carattere puramente emergenziale

La clinica mobile di Medu ha prestato assistenza a 484 persone, realizzando in totale 662 visite. L’identikit del paziente è uomo, giovane, età media 29 anni, originario dall’Africa sub-sahariana occidentale. Non mancano le donne, circa 100 provenienti dalla Nigeria, quasi certamente vittime di tratta a scopo di prostituzione. “Girando per le strade della Piana è comune vedere donne nigeriane, ma non solo, che aspettano i clienti italiani che passano a prenderle durante il giorno

La maggior parte dei braccianti del ghetto di Rosarno non è irregolare. “Il 92,6% è regolarmente soggiornante”, si legge nel rapporto. “La situazione lavorativa è sconfortante. Oltre il 70% delle persone lavora senza contratto. Nel tempo c’è stato un miglioramento, anche in seguito ai controlli scattati con la legge sul caporalato del 2016. Ma il 27,8% delle persone ha contratti finti. Spesso si tratta di una lettera di assunzione e il contratto non viene registrato. O comunque non rispetta le condizioni dei contratti di settore

I lavoratori restano invisibili. Il report ricorda i dati forniti dal prefetto Andrea Polichetti, Commissario Straordinario per l’area del Comune di San Ferdinando: nel 2017 sono stati stipulati 21mila contratti agricoli nella Piana, 16mila a italiani e 5mila a stranieri. “È un dato che colpisce in modo doloroso girando per i campi di agrumi dove la presenza di braccia nere impegnate nella raccolta è quanto mai evidente

Il 34% delle persone lavora 7 giorni su 7. La metà dei lavoratori sa cos'è la busta paga, ma solo l’8,3% la riceve. I lavoratori vengono pagati a cottimo, soprattutto nel caso della raccolta di arance e mandarini: 50 centesimi per una cassetta di arance, 1 euro per i mandarini. Il pagamento diventa a giornata nel caso della raccolta di olive o in altre attività agricole. Poco più del 90% dei lavoratori percepisce tra i 25 ed i 30 euro al giorno. Le giornate lavorative non vengono dichiarate dal datore di lavoro nell'83,92%. Oppure viene dichiarato un numero di giornate molto inferiore a quelle svolte.

La filiera è assolutamente iniqua, l’obiettivo è quello del basso costo dei prodotti, di una concorrenza sempre più dura. La conseguenza è quella di lavoratori sempre più sfruttati”. E i lavoratori africanisono molto ricattabili. La maggior parte di loro vive nel limbo dell’attesa dei documenti

Qui non si parla di un’economia locale ma globale: le arance di Rosarno vanno a finire nei supermercati e vengono usate nella produzione di spremuta d’arancia. È stato fatto qualche passo avanti sul prezzo del succo d’arancia, mentre dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata) non ci sono segnali di apertura. “È molto probabile che le grandi aziende non sappiano in che condizioni è prodotto ogni singolo lotto, ma la sensibilità sulle questioni etiche deve crescere al punto da costringerli a organizzarsi per sapere”. Fondamentale èinvertire l’onere della prova. Dobbiamo trovare in etichetta ogni informazione sul rispetto dei diritti dei lavoratori, non essere costretti a indagare

E lo Stato? “Dovrebbe evitare di creare condizioni di sfruttamento. Se non dai i documenti crei persone ricattabili che per forza di cose vanno a finire nei ghetti. Bisognerebbe quindi eliminare i presupposti. Poi le proposte sono sempre le stesse: controlli e politiche abitative, quindi non fare tutto quello che è stato fatto in questi anni”

E la legge sul caporalato?Interviene a valle in termini penali quando la situazione si è già creata. È come se nel governo ci fossero diverse anime: alcuni creano il fenomeno, altri provano a contrastarlo. Devono mettersi d’accordo su politiche coerenti

Minniti vs Orlando. Semplificando. Non c’è una coerenza di interventi. Poi il tema del lavoro è lavoro, riguarda italiani, comunitari, e non comunitari. Sono tante le agenzie interinali che sfruttano gli italiani in condizioni simili. Come nel caso di Paola Clemente, morta nel 2015. Lavorava nella raccolta dell’uva ad Andria ed era assunta da un’agenzia interinale. È morta perché lavorava in condizioni veramente difficili. Il marito raccontava che guadagnava 27 euro al giorno. “Non è caporalato ma di fatto lo era: una forma di grave sfruttamento


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Articolo di
Maris Davis

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martedì 1 maggio 2018

Leah Sharibu, ancora prigioniera di Boko Haram perché non vuole convertirsi all'Islam

Il 19 febbraio scorso, durante un attacco di Boko Haram alla cittadina di Dapchi, furono rapite da una scuola femminile 110 studentesse.

Leah Sharibu
prigioniera di Boko Haram per non aver rinnegato la sua Fede Cristiana

Tra quelle ragazze c'era anche Leah Sharibu, una studentessa cristiana di 17 anni.

Di quel rapimento Amnesty International accusò l'esercito nigeriano perché non fece nulla per impedire l'attacco, e di conseguenza il sequestro delle ragazze. Tra le 14 e le 18.30 di quel 19 febbraio, le forze di sicurezza nigeriane hanno ricevuto almeno cinque telefonate in cui si segnalava l’avanzata di Boko Haram verso Dapchi, ma il grosso dell'esercito, nonostante si trovasse a solo un'ora di marcia dalla cittadina, non si mosse.

Nelle ore successive al sequestro perfino il governo federale cercò, inutilmente, di negare che le ragazze fossero state rapite. Una vicenda molto simile a quello che accadde a Chibok nel 2014 quando Boko Haram assaltò la scuola di quella cittadina e rapì 276 studentesse, anche allora i fatti dimostrarono l'inerzia dell'esercito che arrivò in ritardo a difendere Chibok dall'attacco dei miliziani jihadisti, e tutti i depistaggi messi in atto dalle autorità nigeriane per minimizzare la portata del grave fatto.

Il momento della liberazione delle 105 studentesse di Dapchi
Un mese dopo, il 21 marzo, a sorpresa Boko Haram libera 105 delle 110 ragazze rapite. I motivi di quella liberazione non sono chiari. Non è chiaro se ci sia stata una trattativa tra il governo e i miliziani, o se, cosa più probabile, ci siano state delle divergenze tra le varie fazioni di Boko Haram che ha preferito evitare il clamore mediatico di livello mondiale come quello seguito dopo il rapimento di Chibok del 2014 con la campagna #BringBackOurGirls.

Khadija Grema è una delle 105 studentesse liberate a sorpresa quel 21 marzo, e poi ha raccontato al Wall Street Journal di quel mese trascorso nelle mani dei miliziani islamici, dei momenti seguenti al rapimento e poi della liberazione.

Khadija racconta dei trasferimenti forzati per sfuggire all'esercito nigeriano, di quando dovevano cucinare per i loro rapitori, racconta anche della morte di quattro compagne che non hanno retto alla fatica dei trasferimenti forzati.


E poi Khadija racconta dell'unica cristiana del gruppo, Leah Sharibu, e di come i miliziani le avessero chiesto di convertirsi all'Islam e di indossare l'hijab e di come Leah sdegnosamente rifiutò. Leah non abiurò la sua fede cristiana, nemmeno in cambio della sua liberazione.

Alcune delle 105 studentesse di Dapchi liberate

Leah Sharibu, 17 anni, è ancora prigioniera di Boko Haram. Ancora prigioniera perché non ha voluto all'Islam

Per Leah si è mobilitato il web con l'hastag #FreeLeahSharibu





Articolo di
Maris Davis

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venerdì 20 aprile 2018

Jasmine, gli occhi grandi in un volto esile

Jasmine aveva appena tredici anni quando prese la via del mare. Le avevano detto che in Europa l’attendeva l’uomo della sua vita. Non vedeva l’ora di raggiungerlo.


Ma le motovedette libiche intercettarono il barcone su cui viaggiava. Un anno dopo era di nuovo a casa, in quella città della Nigeria che si chiama Benin City e vende corpi di ragazze all'industria del sesso del Vecchio Continente.

È ripartita poco dopo, ostinata a salvare la sua famiglia dalla miseria. Era quello che le ripeteva suo padre.

Tutto organizzato con un’amica di famiglia. Purtroppo lungo la via un altro imprevisto: altro rientro. Ma Jasmine era talmente determinata e, con la benedizione del padre, un'altra partenza. Per assicurare il viaggio, un conoscente chiede 20.000 euro. L'euro è una moneta che non conosce ma lei pensa che il valore dell'euro non sia poi troppo diverso da quello dei naira della sua Nigeria, e così pensa che non è poi così tanto. Ventimila naira equivalgono a poco più di 45 euro.

Ancora una volta, tutto organizzato: attraverso il deserto fino alla Libia. Questa volta il gommone prende il largo e varca il limite territoriale. Mentre comincia a sgonfiarsi arrivano i soccorsi. La portano in Italia, nel “percorso di asilo

Tutto organizzato: chiama il numero di telefono che ha in tasca e si dilegua presto dal Centro di accoglienza straordinaria che la ospita.

Per ripagare i soldi del viaggio, di cui ignorava il valore, la sua mamam la costringe a prostituirsi per due anni. Chissà se suo padre lo sa.

La sua piccola perla non ha salvato la sua famiglia, ha distrutto solo se stessa. Anzi, è stata distrutta

Da mesi è in trattamento psichiatrico. Gli occhi, grandi grandi, sono velati di paura, e non vedono la fine del tunnel. Una vita giovanissima, già spezzata.

Chi si indigna? In pochi, penso, ma noi proprio per questo continuiamo a parlarne e a rilanciare l’invito "No alla tratta"

Conobbi Jasmine alcuni mesi fa, per lavoro, in uno di quei posti che noi operatrici culturali che lavoriamo con queste ragazze, chiamiamo case sicure. Luoghi dove ragazze come Jasmine si nascondono ai loro "carnefici" che non smetteranno mai di cercarle. Gli sfruttatori non permetteranno a nessuno di "sottrarre" le loro galline dalle uova d'oro. Una ragazza giovane può fruttare ad una "mamam" 5-600 euro, fino a mille e più euro alla settimana, che moltiplicati per il numero di settimane in un anno e per il numero di ragazze sotto il loro controllo fanno centinaia di migliaia di euro.

Gli sfruttatori di Jasmine sanno che, anche Jasmine, una volta che sarà guarita dalle sue paure e dai suoi incubi potrebbe anche fare i loro nomi e denunciarli, ed è per questo che i suoi sfruttato non smetteranno mai di cercarla.

Di Jasmine ho ammirato la sua determinazione .. a partire. Per due volte i libici l'hanno presa e riportata in Nigeria. La terza volta è riuscita ad arrivare in Italia dove si sono infranti i suoi sogni. Un "viaggio" di 4 anni che ha distrutto la sua adolescenza.

La questione delle migrazioni sembra essere diventata un banco di prova importante delle politiche europee e nazionali.

In tale contesto il fenomeno migratorio è cruciale per il futuro dell’Italia e occupa spazi sempre più rilevanti all’interno del dibattito pubblico, e lo sarà ancor di più in vista delle scadenze elettorali. Per questo, riteniamo fondamentale creare occasioni di confronto schiette e costruttive, grazie alle quali gli schieramenti politici che si candidano a governare il Paese possano prendere impegni chiari e precisi nei confronti dell’opinione pubblica.

In quest’ottica, Il presupposto è quello di uscire dalla logica emergenziale per ripensare il fenomeno migratorio con progettualità.

La campagnaEro straniero, l’umanità che fa bene”, lanciata in aprile 2017 per cambiare la legge Bossi-Fini e conclusasi a ottobre con oltre 90mila firme raccolte, ha confermato che esiste una forte domanda di informazione, di senso e di risposte concrete.



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Articolo di
Maris Davis

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