martedì 19 settembre 2017

La storia di Rebecca, per due anni prigioniera di Boko Haram

La sua fede l'ha salvata. Invocava Dio mentre la facevano pregare verso la Mecca. Rebecca è stata sequestrata e violentata dai membri di Boko Haram, ed è rimasta prigioniera dei miliziani islamici per due anni finché non è riuscita a fuggire.

Rebecca

I terroristi di Boko Haram hanno lanciato il piccolo Zacharias, di appena due anni, nel lago Ciad, in cui è morto affogato, perché sua madre si rifiutava di avere rapporti sessuali con i miliziani. Era il secondo figlio che Rebecca ha perso dopo essere stata sequestrata dal gruppo terroristico. Era tale la violenza esercitata su di lei che le hanno rotto i denti e ha perso il bambino che aspettava.

Il calvario di Rebecca è iniziato quando Boko Haram ha attaccato il suo villaggio all'inizio del 2015, Baga, situato nel nord-est della Nigeria. Ha dovuto fuggire correndo insieme al marito, Vitrus, e ai due figli, Zacharias di due anni e Jonathan di uno. Rebecca, 24 anni, essendo incinta, non riusciva a tenere il ritmo. La coppia ha deciso di separarsi perché il gruppo terroristico uccide subito gli uomini e sequestra le donne.

Boko Haram ha raggiunto la donna, cristiana, e i suoi due figli, e subito si è sentita una raffica di colpi di arma da fuoco. Rebecca ha pensato che avessero assassinato Vitrus, che a sua volta ha pensato che sua moglie fosse stata uccisa.

La ragazza è stata portata in un campo di addestramento di Boko Haram. È stata costretta a lavorare incessantemente ed è diventata una schiava sessuale dei miliziani. Rebecca non voleva concedersi ai terroristi, e per questo è stata picchiata al punto da perdere il bambino che aspettava e di veder assassinato il figlioletto Zacharias nel lago Ciad.

I terroristi volevano che Rebecca rinnegasse Gesù Cristo e la costringevano a recitare il Corano cinque volte al giorno, ma quando, in ginocchio, chinava la testa in direzione della Mecca, dentro di sé recitava: “Nel nome di Gesù, ti amo, Signore Gesù

I miliziani la costringevano anche a recitare il “rosario” musulmano, e a ogni grano lei diceva un’Ave Maria.

Alla fine Rebecca è stata violentata ed è rimasta incinta di un terrorista di Boko Haram

Dopo due anni di questo inferno la donna è riuscita a fuggire dal campo con il figlio Jonathan e il bambino frutto della violenza del miliziano.

Rebecca ha trascorso settimane persa nel nord della Nigeria finché non è riuscita a tornare nel suo villaggio, dove ha ritrovato il marito. Vitrus, pensando che la moglie fosse morta, stava per sposarsi con un’altra donna.

La storia di Rebecca è stata una di quelle ascoltate nella "Notte dei Testimoni", una manifestazione organizzata dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) e presieduta dal cardinale arcivescovo di Madrid, Carlos Osoro, nella cattedrale dell’Almudena di Madrid (Spagna).

La storia della donna nigeriana è stata raccontata da Raquel Martín, responsabile della comunicazione di ACS Spagna che ha conosciuto personalmente Rebecca a marzo durante un viaggio in Nigeria organizzato dalla fondazione pontificia.

Grazie alla sua comunità e alla Chiesa locale, la coppia ha intrapreso un cammino (di riparazione) che le ha permesso di tornare insieme e di far sì che Vitrus accettasse il figlio frutto dello stupro del terrorista

Io ho tenuto Christopher, il bimbo figlio del miliziano che l'ha violentata, tra le braccia e vi assicuro che senza la presenza di Gesù sarebbe umanamente impossibile che questa famiglia sia ora unita, che il bambino sia stato accettato, che Rebecca lo guardi con amore infinito senza essere influenzata dall'odio per suo padre, il terrorista"



Articolo a cura di
Maris Davis

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lunedì 18 settembre 2017

Quei profughi cristiani sud-sudanesi perseguitati che nessuno vuole salvare

I 700 mila profughi sud sudanesi rifugiati nell'islamico Sudan, bambini compresi, costretti a pregare Allah per mangiare. E le ONG tacciono.


Nessuna di quelle grandi Ong che si strappa le vesti per i migranti in Libia, denuncia le vessazioni subite dai cristiani del Sud Sudan, un paese devastato da una guerra fratricida, che hanno trovato rifugio nell'islamico Sudan.

I piccoli bambini cristiani sono lontani, non fanno notizia e la loro fede è d'intralcio in nome del politicamente corretto che non ama puntare il dito sulle discriminazioni religiose perpetrate dagli islamici.

Gli unici a denunciare tali nefandezze sono le organizzazioni cristiane, come Aiuto alla chiesa che soffre (Acs), fondazione pontificia. «I bambini cristiani nei campi profughi sudanesi sono costretti a recitare le preghiere islamiche per ricevere il cibo» ha rivelato una fonte locale protetta dall'anonimato per timore di ritorsioni.

Almeno 700mila cristiani del Sud Sudan, in fuga dall'orribile guerra civile che sconvolge il paese africano ormai da quattro anni e indipendente solo dal 2011, hanno trovato un rifugio precario sul territorio controllato dal governo islamista di Khartoum di Omar al Bashir (Sudan).

I profughi sono costretti a vivere in condizioni drammatiche confinati in campi poco degni di questo nome «perché il governo non permette loro di proseguire verso nord e raggiungere le città». Nei campi le razioni di viveri sono spesso insufficienti. La quantità fornita ogni mese a ciascuno famiglia dura appena per due settimane. Il motivo della scarsità di viveri è semplice: gran parte degli aiuti arrivano dalle agenzie per i rifugiati dell'Onu, ma vengono in gran parte trafugati e venduti al mercato nero. Spesso sui sacchi di aiuti in vendita sono ben visibili i marchi dell'Onu, che li ha donati per i rifugiati.

Acs denuncia che «il governo impedisce alle organizzazioni umanitarie di vigilare sulla distribuzione degli aiuti e non permette alle associazioni legate alla Chiesa di offrire alcun sostegno ai rifugiati»

Non stupisce che i cristiani non solo si trovino ad affrontare la miseria, ma pure la discriminazione se non persecuzione. In questo contesto si sono verificati i casi dei più piccoli costretti a recitare versi del Corano per ottenere il cibo quotidiano.

La discriminazione religiosa è «una piaga purtroppo diffusa in tutto il Sudan, afferma il direttore di Acs-Italia Alessandro Monteduro. Nel Sudan guidato dal regime islamista di Al Bashir, in cui vige la sharia islamica, la persecuzione anti cristiana ha raggiunto livelli gravissimi»

Diverse donne sono state arrestate all'uscita dalle chiese per «abbigliamento indecente» ovvero semplici pantaloni o gonne. I rappresentanti pastorali di due milioni di cristiani hanno inviato in maggio una lettera aperta al governo denunciando a chiare lettere la discriminazione, e protestando per le demolizioni delle chiese, la confisca di proprietà ecclesiastiche, l'impossibilità di costruire nuovi edifici di culto e le restrizioni agli spostamenti dei rappresentanti religiosi.

Mentre in Italia "qualcuno" sta ancora pensando di costruire moschee per gli immigrati di fede islamica, nell'islamico Sudan almeno 17 chiese sono state distrutte (dal governo) con la scusa che non rispettavano le norme vigenti. «E molte altre rischiano di essere abbattute», continua Monteduro. La motivazione addottata da Khartoum è la violazione dei piani regolatori, ma è ben noto l'intento di al-Bashir di eliminare la presenza cristiana dal Paese. Non a caso il Sudan è nei primi posti della lista nera dei paesi nel mondo per il mancato rispetto della libertà religiosa.
(Fonte "Aiuto alla Chiesa che Soffre")

Sud Sudan, il più grande serbatoio di migranti del mondo


I numeri fanno paura. Entro la fine dell’anno i rifugiati sud-sudanesi in Uganda potrebbero raggiungere la cifra di oltre due milioni. Ciò che è pazzesco è però che questi numeri si sono prodotti non nei decenni, ma solo nell’arco di un paio di anni, da poco dopo l’inizio della guerra civile.

Dunque un milione di rifugiati all’anno. Un ritmo insostenibile che non accenna a diminuire. Il Sud Sudan continua a sgocciolare profughi in Uganda, ma anche in altri paesi confinanti.

Ma la guerra sud sudanese fa ben di più di ciò che sta facendo in Uganda e che oggi sta allarmando le grandi agenzie Onu e l’opinione pubblica mondiale. Dal dicembre del 2013, cioè da quando è scoppiata la guerra civile in Sud Sudan, questo paese ha distribuito fuggiaschi in tutti i paesi vicini: in Etiopia, in Kenya, soprattutto nel già martoriato Congo e anche nel vecchio nemico del nord, il Sudan di Omar Al Bachir.

In totale, tra quelli in Uganda e quelli negli altri paesi, il Sud Sudan ha prodotto abbondantemente più di tre milioni di profughi. E ancora non è finita, perché poi ci sono gli sfollati interni che formalmente non rientrano nel computo dei rifugiati perché sono scappati, si, ma sono rimasti nel loro paese, senza casa, senza nulla, senza aiuti ma nel loro paese.

Insomma il Sud Sudan è uno dei più grandi produttori di rifugiati del mondo e, non si può non dirlo visto che il tema è di grande attualità, uno dei più grandi serbatoi del mondo di migranti che, prima o poi, prenderanno la strada del nord.

Ma perché i sud sudanesi hanno questa propensione a muoversi, questa vocazione a viaggiare? Manco a dirlo il motore di tutto questo attivismo è la guerra, una guerra assurda scoppiata poco prima del Natale del 2013. Un conflitto che ha bruciato sul nascere almeno 25 accordi di cessate il fuoco, e che oppone due personaggi che non vogliono sentire ragioni: il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Riek Machar. Il primo di etnia Dinka, il secondo di etnia Nuer, entrambi non hanno esitato ad innescare l’arma più odiosa, quella etnica.

Ora il conflitto è uno scontro frontale tra Dinka e Nuer. Il loro vecchio nemico del nord, Omar al Bashir, è accusato di crimini di guerra dalla Corte Internazionale ma loro no.

Loro si fanno forti delle immense ricchezze del loro paese: petrolio e le preziose acque del Nilo alle quali ambiscono le grandi potenze del pianeta, quelle emergenti asiatiche, le vecchie potenze coloniali, le monarchie del Golfo. Salva Kiir e Machar promettono a tutti concessioni, contratti appalti quando avranno vinto la guerra, naturalmente. Intanto producono profughi e ipotecano il futuro.

Degli oltre tre milioni di rifugiati, ben il 60% sono bambini



Articolo di
Maris Davis

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mercoledì 6 settembre 2017

Kenya, un'adolescente su 10 si prostituisce dopo aver avuto la prima mestruazione

In Kenya una 15enne su 10 si prostituisce per far fronte alle mestruazioni. A causa della povertà la famiglia non può acquistare gli assorbenti per il ciclo.


In alcune parti del mondo il sesso come l'educazione mestruale sono ancora argomenti tabù. Nelle zone più rurali del mondo, come in una parte dell'Africa sub-sahariana, la popolazione preferisce spendere il suo scarso guadagno per combattere la fame e far fronte ai beni primari. In alcune zone del Kenya, per esempio, poter comprare gli assorbenti per il ciclo viene considerato un lusso e per questo motivo, alcune ragazze ricorrono a metodi molto duri per poterseli permettere.

Il ciclo mestruale è un fenomeno fisiologico normalissimo nella donna, ma non per tutte le culture. Infatti ci sono dei Paesi nel mondo che ancora oggi, lo considerano un vero dilemma. In Africa ad esempio il ciclo mestruale costituisce ancora una problematica complessa. Secondo delle statistiche, in Kenya, il 65% delle donne e delle ragazze non possono permettersi gli assorbenti e sono costrette a prostituirsi per procurarsi il denaro per comprarli.

Michelle Tatu è una ragazza diciassettenne proveniente da Kibera, una baraccopoli della città di Nairobi, in Kenya. Qualche anno fa, quando la ragazza ebbe le sue prime mestruazioni, non era a conoscenza di questo “fenomeno” naturale femminile e si terrorizzò a morte (letteralmente). Michelle, pensò infatti che era prossima alla morte e cercò di fermare l’emorragia con le uniche cose che aveva a disposizione: stoffa e cotone.

Le mestruazioni, un tabù che non viene ancora superato
Le mestruazioni in Africa sono ancora un grande tabù, infatti molte ragazzine non sono a conoscenza delle mestruazioni e non appena arrivano per la prima volta, sono spesso terrorizzate perché non capiscono costa sta succedendo al loro corpo.

Nelle scuole del Kenya, così come fra le mura domestiche, parlare di ciclo mestruale è ancora un argomento molto delicato. Di conseguenza, le nozioni a disposizione delle giovanissime sono scarse. Ma la paura è comune non solo tra tutte le giovani del Kenya, ma anche nel resto del continente africano.


Una ragazza su 10, nell’Africa sub-sahariana, salta la scuola durante le mestruazioni perché non può permettersi gli assorbenti che costano troppo (1 dollaro a pacco). Gli stessi genitori non ritengono la spesa degli assorbenti come qualcosa di primaria necessità, e preferiscono preoccuparsi più del cibo o dei vestiti.


Michelle aveva paura, non sapeva come dire ai genitori che le era capitata una cosa del genere, per lei “grave”. Nonostante questo, non avendo alcuna motivazione che la spingesse ad evitare la scuola, si recò in classe con la terribile paura che il sangue potesse macchiarla e farle fare una brutta figura davanti ai suoi compagni di scuola.

La ragazza, in un’intervista per The Guardian, spiega che inizialmente non sapeva cosa le stesse accadendo, pensò che si era fatta male, ma come? Non riusciva a spiegarselo neanche lei. Adesso, però, arrivata all'età di diciassette anni, di quella paura così forte non è rimasta neanche l’ombra e Michelle è la prima a partecipare alle marce per i diritti delle donne che si svolgono a Kibera.

L’organizzazione The Culp, ha preso a cuore questo caso e si occupa di donare delle coppette mestruali alle ragazze come Michelle. Queste coppette non sono usa e getta e, se lavate per bene, possono essere riutilizzate fino a dieci anni.

Michelle confida di non provare più nessun imbarazzo per le sue mestruazioni proprio perché, essendo un fenomeno naturale, non c’è da vergognarsi. Ma non tutte la pensano come lei. L’imbarazzo per il ciclo, non solo in Kenya, ma nell'Africa sub-sahariana in generale è molto diffuso. Pensate che una ragazza su dieci, in questa parte dell’Africa, quando ha il ciclo preferisce saltare la scuola.

In Kenya, più della metà delle donne non possono permettersi “il lusso” di indossare gli assorbenti a causa dello scarso guadagno. È ovvio che ci siano altre priorità, come quella di sfamare i propri figli. È per questo motivo che, molte organizzazioni senza scopo di lucro insieme ai governi, ci tengono a farsi sentire e ad urlare che, anche queste ragazze, come il resto della popolazione mondiale, hanno il diritto di essere fornite di tutto ciò che necessitano senza doversi vergognare o nascondere. Nonostante questo, però, le ricerche sono poche e questo rende molto più difficile donare loro una mano d’aiuto.

Purtroppo non è tutto. La situazione è ancora più grave di quello che sembra. Secondo uno studio della dottoressa Penelope Phillips-Howard, in Kenya, una 15enne su 10 si prostituisce per far fronte alle mestruazioni. Per alcune di loro prostituirsi è l’unico modo disponibile per pagare l’occorrente necessario per il ciclo. Ma perché accade questo? Non potrebbero ricorrere agli unici mezzi disponibili?

Il ciclo, un problema igienico-sanitario
Mentre alcune ragazze non usano nulla per tamponare il sangue mestruale, altre ricorrono a metodi che mettono a rischio gli organi genitali.

Non è raro sentire di ragazze che utilizzano dei rimedi primitivi e pericolosi, come piume di pollo, pelle di capra e foglie secche. In particolare la pelle di capra è rara da trovare, per cui molte giovani donne la prendono in prestito durante il periodo mestruale e una volta terminato, la lavano e la restituiscono alla legittima proprietaria.


Tutto ciò perché la pelle di capra la possono indossare solo le donne sposate. Questo comporta alti rischi a livello di infezioni, che possono essere trasmesse da una giovane ad un’altra. Diverse ragazzine invece, tendono a fermare il sangue mestruale, sedendo su un cumulo di polvere che lo assorbe, saltando per ovvi motivi la scuola.


Il problema principale è che molte volte, ricorrere a questi “mezzi artigianali” comporta anche infezioni e malattie. È proprio il caso di Michelle che, quando ricorreva alle imbottiture dei materassi o anche a degli stracci, la situazione degenerava e oltre ai classici dolori del ciclo, doveva sopportare anche quello delle infezioni e della formazione di piaghe dolorosissime.

Le donne sentono l’urgente bisogno di parlare del ciclo, soprattutto nelle scuole, ma per molti professori la materia è tabù. Solo la metà delle ragazze del Kenya confessano di discutere apertamente delle mestruazioni a casa. Secondo quanto riporta Agnes Makanyi, specialista di reti idriche e fognarie di igiene dell’Unicef ​​in Kenya, il governo del Kenya, con il sostegno dell’Unicef, sta sviluppando linee guida nazionali per l’igiene mestruale nelle scuole, tra cui degli impianti di lavaggio e luoghi per lo smaltimento di prodotti sanitari.

La vergogna di essere derise dai compagni di scuola
Centinaia di ragazze che hanno raggiunto la pubertà, saltano le lezioni almeno una settimana al mese, poiché non si sentono a loro agio ad andare a scuola quando arrivano le mestruazioni.

Inoltre, in questo modo, tendono ad evitare di essere derise dai ragazzi. C’è da aggiungere che, le donne che vivono nelle baraccopoli, si trovano ad affrontare questa inevitabile esperienza in spazi veramente molto ristretti, con uno scarso accesso all'acqua e senza un posto privato dove lavarsi.

Per la popolazione femminile che vive nelle baraccopoli la vita è già difficile di per sé, visto che non ha gli stessi diritti degli uomini, quindi è di fondamentale importanza, che le adolescenti africane frequentino la scuola tanto quanto i maschi.

Ma questo non basta. La maggior parte delle ragazze vive molti anni all'interno delle scuole e, soprattutto quando incombe il ciclo, è bene che quest’ultime abbiano dei bagni indipendenti dai ragazzi, in modo tale da poter cambiare il proprio assorbente in maniera tranquilla e nel rispetto della privacy. In Kenya, nelle zone agricole, solo una piccola percentuale di scuole (32%) permettono alle ragazze di cambiare gli assorbenti in posti tranquilli lontani dalla frequentazione maschile.

Come superare il problema
Sono già stati raccolti dei fondi per acquistare e distribuire assorbenti direttamente alle ragazze negli accampamenti. Come si poteva immaginare, i fondi non sono bastati, infatti le Ong e il governo, stanno valutando l’introduzione degli assorbenti riciclabili o della coppetta mestruale.

In ogni caso, il primo ostacolo da superare non riguarda tanto l’introduzione di assorbenti riciclabili, che possono essere una soluzione ottimale nelle zone rurali, dove lo spazio e l’accesso all'acqua non sono un problema.

Il dubbio permane nelle baraccopoli, dove può essere molto imbarazzante per una ragazza, che già ha vergogna di ciò che le succede, lavare e mettere ad asciugare pubblicamente il proprio assorbente.


Secondo Marni Sommer, una professoressa della Columbia University che si occupa proprio della salute degli adolescenti dell’Africa sub-sahariana, l’arrivo del ciclo è un momento meraviglioso nella vita di una ragazza, perché è il momento in cui la sua vita inizia a cambiare. Secondo Marni, i genitori si trovano più a loro agio nel parlare di sesso piuttosto che del ciclo, e sebbene siano ancora tabù, queste conversazioni possono aprire la porta di quella comunicazione mancante che spinge ad affrontare temi più sensibili e a cambiare, per quanto possibile, la visione del mondo.

L'iniziativa del governo kenyano
Inoltre, il governo di Nairobi sta varando, con l’aiuto dell'Unicef, le linee guida di un programma di educazione igienica da sottoporre alle ragazze negli istituti scolastici.

Allo stesso modo delle donne dei Paesi industrializzati, anche quelle africane, hanno il diritto di ricevere maggiori informazioni su ogni aspetto della loro salute sessuale, e allo stesso tempo, di poter parlare in assoluta libertà del loro ciclo mestruale.

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Articolo a cura di
Maris Davis

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martedì 5 settembre 2017

Madre Teresa. La sua semplicità scosse i potenti

Un anno fa Madre Teresa di Calcutta entrava a far parte della schiera dei santi: la Messa di canonizzazione celebrata da Papa Francesco, portò in piazza San Pietro oltre 130 mila persone, autorità e capi di Stato ma anche i poveri, i suoi poveri, gli ultimi, i non amati, che lei invece aveva amato.

Madre Teresa di Calcutta
Skopje, 26 agosto 1910
Calcutta, 5 settembre 1997

Albanese di sangue, indiana di cittadinanza” come era solita definirsi, minuta di conformazione, ma di fede salda quanto la roccia, Madre Teresa, all'anagrafe Gonxha Agnes, spese la sua vita al servizio dei fratelli bisognosi che oggi, in questo primo anniversario, la celebrano con momenti di festa e di preghiera.

All'età di diciotto anni, mossa dal desiderio di diventare missionaria, Gonxha lasciò la sua casa nel settembre 1928, per entrare nell'Istituto della Beata Vergine Maria, conosciuto come “Suore di Loreto”, in Irlanda. Lì, ricevette il nome di suor Mary Teresa, come Santa Teresa di Lisieux. In dicembre partì per l’India, arrivando a Calcutta il 6 gennaio 1929. Dopo la professione dei voti temporanei nel maggio 1931, Suor Teresa venne mandata presso la comunità di Loreto a Entally e insegnò nella scuola per ragazze, St. Mary. Pronunciò infine voti perpetui il 24 maggio 1937 divenendo, come lei stessa disse la “sposa di Gesù per tutta l’eternità” e facendo della carità, della generosità e del coraggio i suoi tratti distintivi.

Ma l’ispirazione più grande, la sua “chiamata nella chiamata” arriva il 10 settembre 1946, durante il viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling: fondare la comunità religiosa, le Missionarie della Carità, dedite al servizio dei più poveri tra i poveri. Circa due anni di discernimento e verifiche trascorsero prima che Madre Teresa ottenesse il permesso di cominciare la sua nuova missione. Il 17 agosto 1948, indossò per la prima volta il sari bianco, bordato d’azzurro con cui tutti la ricordano e oltrepassò il cancello del suo amato convento di “Loreto” per entrare appunto nel mondo degli indigenti e degli emarginati.

Continuò a fondare congregazioni e movimenti anche di missionari laici iniziando ogni giornata con Gesù Eucarestia e senza separarsi mai dalla corona del Rosario con cui si avvicinava ai reietti dalla società, visitava le famiglie nei sobborghi poveri di Calcutta, dava da mangiare agli affamati e curava i malati, come poteva, persino quando fu lei ad avere seri problemi di salute.

Nel 1979 ricevette il Nobel per la Pace

Meno di due anni dopo la sua morte, avvenuta il 5 settembre del 1997, a causa della diffusa fama di santità e delle grazie ottenute per sua intercessione, Papa Giovanni Paolo II permise l’apertura della causa di canonizzazione, beatificandola nel 2003. Poi lo scorso 4 settembre per volere di Papa Francesco e per la gioia di tutti coloro che l’avevano incontrata e conosciuta, divenne santa: fu una festa spirituale, un grande evento di misericordia che unì il mondo senza distinzioni di credo e di cultura. Papa Bergoglio nella sua omelia la descrisse come generosa dispensatrice della divina misericordia.

Madre Teresa, in tutta la sua esistenza, è stata generosa dispensatrice della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. Si è impegnata in difesa della vita proclamando incessantemente che «chi non è ancora nato è il più debole, il più piccolo, il più misero». Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato"

"Ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini della povertà creata da loro stessi. La misericordia è stata per lei il 'sale' che dava sapore a ogni sua opera, e la 'luce' che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e sofferenza

E a tutto il mondo del volontariato Francesco consegnò l’invito ad imitarne l’esempio per attuare in fretta quella Rivoluzione della tenerezza di cui il mondo ha tanto bisogno.

Portiamo nel cuore il suo sorriso e doniamolo a quanti incontriamo nel nostro cammino, specialmente a quanti soffrono. Apriremo così orizzonti di gioia e di speranza a tanta umanità sfiduciata e bisognosa di comprensione e di tenerezza.

È stata la sua semplicità a renderla capace di scuotere i potenti

Il sorriso, ma anche i suoi occhi, quelli che hanno cambiato il volto della storia, che l’hanno resa “Madre” prima ancora che “Santa” come ricorda suor Serena, da 40 anni nella Congregazione delle Missionarie della Carità. "Una persona che sapeva amare in modo molto tenero, che sapeva perdonare come solo Dio sa fare






Articolo di
Maris Davis

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